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Full text of "Poesie in dialetto milanese di Carlo Alfonso Pellizzoni"

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POESIE IN 
DIALETTO 
MILANESE DI 
CARLO ALFONSO 
PELLIZZONI 

Carlo Alfonso Pellizzoni 



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- 



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POE SI E iT 

IN DIALETTO MILANESE . * 

DI 

CARLO ALFONSO PELLIZZONI 




MILANO 
Co 1 torchi della Società tipogr. de 1 Classici italiani 

i 835 

A spese del P Ed il ore, 



3. e. £32 



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L'EDITORE h 

* 



Le poesie di Carlo Alfonso Pellizzoni per la 
venustà, per la grazia, per Tatticismo, come 
suol dirsi, non la cedono a verna 1 altra delle 
scritte nel dialetto milanese. E nulladimeno , 
tranne pochissime che il sig. Francesco Cheru- 
bini pubblicò nel 1816 nella sua Collezione, 
ri mane vansi inedite, e andavano qua e là dis- 
perse per le mani di chi non senza difficoltà 
riescito fosse di procurarsene copia. 

Crediamo quindi di ben meritare di quelli 
che gustano la municipale nostra poesia col pub- 
blicare uniti in un solo volume quanti com- 
ponimenti di questo ameno e vivace scrittore ci 
venne fatto di raccogliere; nel che dobbiamo 
professarci assai grati a molti de 9 nostri amici 
che cortesemente ne giovarono, mettendoci in 
grado di arricchire questa raccolta colle mi- 
gliori produzioni del buon Cari' Alfonso. 

Egli nacque in Milano da Giuseppe Pelliz- 
zoni riguardevole giureconsulto e da Rosa Gri- 
moldi donna commendatissima per ispecchiati 
costumi. Attese ai primi studj nelle scuole de' 
Gesuiti, e ben presto manifestò un'inclinazione 
singolare a/la poesia. Non aveva ancora venti 



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anni allorquando in lingua italiana scrisse al- 
cuni versi che furono grandemente ricercati ed 
applaudili. Ma perchè in essi feri vasi un capo 
che di que' tempi stava in luogo eminente, 
poco mancò che. non gli costasse assai caro il 
piacere di avere sfogata nella satira la sua gio- 
vami bizzarria. Deviato però ir pericolo che gli 
sovrastava , continuò ad esercitarsi nella poesia 
latina ed italiana, e compose Odi ed Elegie e 
Ditirambi ed altri componimenti 5 i quali mo- 
strarono ch'egli avrebbe potuto prendere un 
posto assai onorevole fra i poeti di quelle lin- 
gue. Ma, compiuto P ordinario corso di Filo- 
sofia e di Teologia, assunse gli ordini sacri ; e 
mortogli uno zio paterno che nella terra di 
Solaro , Pieve di Seveso , teneva una Cappel- 
lata sotto Pinvocaziòne de' Santi Ambrogio e 
Caterina, allora di padronato della famiglia Pel* 
lizzoni, egli ne fu investito, e recossi ad abitare 
in quella terra, ove durò nel modesto suo uf- 
ficio per tutto il rimanente della vita, e vale a 
dire pel corso di ben sessantacinque anni (*). 
Ne perchè avesse per P ingegno suo potuto aspi- 
rare a sorte migliòre, egli noto vi si lasciò in- 

(*) V. a cart. i3 il Sonetto che incomincia t 

L'è sessant'aga cbe sont beoefciaa , ce. - 

e P altro a cart 12, in coi dicet 

V Hin lestantaquattr'aga che stoo a Sorci* ce.- 1 



durre giammai , bastando al suo desiderio quel 
Beneficio per vivere giorni riposati ed allegri. 
Però da quindi innanzi rincantucciato, direbbe- 
si, nella sua solitudine, si diede a scrivere nel 
vernacolo, e con sì felice successo , che lo stesso 
immortale Parini non isdegnò talvolta di leg- 
gere in pieno circolo di colte persone i versi 
da lui dettati. E nondimanco uou abbandonò 
la lettura de' classici latini , de' quali ritenne 
sempre il gusto; ed anche negli ultimi anni 
della sua vita, essendo felicissimo di memoria, 
sapeva recitare lunghi tratti di Virgilio, di Ora- 
zio e di Ovidio, distinguendone con finissimo 

criterio le vere bellezze. 

» ■ 

Dotato di spirito pronto ed arguto e di un 
naturale festevole, non solamente era ben ve- 
duto ed amato da 1 suoi familiari ed eguali , ma 
desiderato ancora, accarezzato, festeggiato da 
molti de' più illustri signori, e singolarmente 
da quelli che andavano a villeggiare ne' con- 
torni di Solaro. I quali compiacevansi di averlo 
nelle loro sollazzevoli conversazioni, ed a bello 
studio lo andavano talora punzecchiando per 
estorcergli, a cosi esprimerci, taluna di quelle 
poesie nelle quali gli sprizzavano spontanee le 
piacevolezze ed i sali della satira, sovente un 
po' caustica verso quegli stessi che V avevano 
provocata, non però della fiera indole onde 
Archilocum proprio rabies armarti iambo. 



* 

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VI 

E forse appunto perch'ei conosceva di non sa- 
pere facilmente frenarsi allorché avesse dato 
corso alla sua vena alquanto mordace, non 
senza ripugnanza e difficolta s 7 induceva a pren- 
der la penna per timore di non trascorrere. Ma 
gli amici , o, direbbe il Caro, i tentennini, gli 
erano sempre intorno , ed egli piccato scriveva. 

Non taceremo che per soverchio di vivacità 
si lasciò sfuggire talvolta qualche Scherzo , cui 
non vorremmo conservare ne difendere, poiché 
non andiamo in quella sentenza di Catullo , alla 
quale cerca di far ragione Plinio il giovane (*) : 

Nam castum esse decet pium poetam 
Ipsum, versiculos nihil necesse est, 

e teniamo che gli scritti debbano far ritratto 
della castigatezza della vita. Pure valga a di- 
fesa della fama di Cari' Alfonso il dire che tut- 
tora vivono personaggi degni di ogni fede che 
seco usarono domesticamente, i quali concor- 
demente ne assicurano della sua illibata probi- 
tà, che potevasi scorgere dipinta eziandio nella 
; costante serenità del suo volto con chiaro indi- 
zio della bontà dei costumi. E d'altra parte, 
anche il solo nome de 7 suoi Mecenati , illustri 
non meno per nobiltà di famiglia che ger le 
proprie morali virtù, rende onorala testitno- 

(*) Lib. IV, epist. i4» » 



• 

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nianza al Pellizzoni, cui non avrebbero tanto 
studiosamente cercato di avvicinarsi quando l'a- 
vessero conosciuto macchiato di vizj. Lasciati 
dunque in disparte e raccomandati all'obblio i 
trascorsi di un estro soverchiamente imbizzar- 
rito , senza di che moltissimo ancor resta cT in- 
nocuo e di veramente piacevole ? non passi in- 
osservato che varie delle sue migliori compo- 
sizioni furono inspirate dal vivo desiderio di 
giovare per quanto potevasi da lui, che fu som- 
mamente caritatevole , ad alcuni poveri conta- 
dini del paese ov'egli dimorava , ed al paese 
istesso (*). E vuoisi pur notare che il Pellizzoni 
adempieva con zelo e religione non solamente 
agli obblighi che gli correvano siccome Bene- 
ficiato , ma a tutti gli altri ancora che impone 
il carattere sacerdotale a chi n' è rivestito , col- 
Fa ss iste re a tutte le sacre funzioni della chiesa 
sua parrocchiale, ajutare* in tutto che gli era 
dato» il Paroco , e non is mentire con una col- 
pevole non curanza la propria vocazione, sic- 
ché la sua memoria suona ancora carissima 
nella terra di Solaro e in tutte quelle vicinanze* 
Egli , in età di circa ottantaquattr' anni , fu 
colpito improvvisamente dalla morte alFora una 
del giorno 1 6 di gennajo dell'anno 1818: ed ap- 
pena ebbe fiato per chiamare dalla sua stanza il »* 

O V. m questo volume * carte 169, 1 83, 189, 193. 



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Vili 

fratello prete Don Antonio , il quale allora tro- 
va vasi anch'egli in Solarono le persone di ser- 
vizio, che prontamente accorsi già lo trovarono 
spirato col Crocifisso fra le mani. La robustezza 
delle forze, la vivacità ed il brio del tempera- 
mento, la prontezza dello spirito, di che era 
stato fornito dalla natura , lo accompagnarono 
fino alla tomba. 

. 

Rispetto alla stampa di queste poesie non si 
è per noi ommessa veruna diligenza affinchè ni- 
tida riescisse , elegante e corretta secondo l'or- 
tografìa moderna. Il ritratto somigliantissimo 
dell 7 autore , che sta in fronte al volume , è 
preso dal bel disegno del Celebre Clemenson , ( 
posseduto da illustre Patrizio milanese , il -qua- 
le, colP affidarcelo perchè fosse inciso, si de- 
gnò di concorrere ali 1 ornamento dell' edizione 
delle Rime di un prediletto figlio di quella 
Musa che nei versi del Maggi, del Balestrieri, 
del Tauzi, del Porta e di qualche vivente forma 
la delizia di quelli che intendono le native gra- [ 
zie del patrio nostro dialetto. 




• t 

V 



Al sur Don Ignazi Busca. 

No vedi Torà de vegnì a Milan 
Per ess a riverill, no vedi l'ora; 
El me fa tane finezz ch'ei me ina mora 
A segn de podè minga stagh lontan. 
Lu l'è quell che m' assist, che me dà'l pan: 
Parli de quell tal pan ch'el ten de sora 
Insci prezios che '1 fa tira la gora 
De mangiali tutt, s'intend quell del Boran. 
Lu l'è quell che me scceud tucc i pcttitt 
De ciarabell, de michin, de panalon: 
Basta, doma che faga di sonitt. 
Lu '1 me dà del chrissvasser, e ben bon, 
Che me ristoren tutt quij biccieritt, 
E me jutlen a fa la digestiou, 

Quand mangi tropp bomboli: 
E se tutt quest anmò Tè minga assee, 
El me dà fior de vin, vin forestee 

•Che var tucc i dance; 
E Tè mo giust quell balsem che ghe voeur 
Per guarì quand gh'ho'l stomegk che me doeur. 

Ah! Tè on gran scior de coeur! 
S'el fuss on me fradell, sont squas per dì, 
No '1 podarav graziamm pussce d'insci, 

Tant l'è portaa per mi. 
El dirà mo che in tant con tucc sii ball 
Me lòo capi che Vè per obbligali 

A fatimi on quai regali 

p£LI*»2Z0*l i 



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1 

De robba dolza: a digh la veritaa, 
Subet che'l pensa insci , Pha induvinaa. 

Vedi che la va maa, 
Che adess i zucher hin d'on gran valor, 
E mi ricorri ai ine benefattori 

Se no me jutten lor, 
O per di mei, se no'l me jutta lu, 
Per mi i offellarij ponn sarai su; 

Che danee gbe n'hoo pu, 
£ senza robba dolza mi sont mort, 
Sicché , se foo '1 pitoch gli* hoo minga tort. 

Alla sura Cocchina Gussona. 

Sura Cocchina, che la vegna pur 

Con tutta liberlaa, quand la vceur lee, 
A mangia Tuga, e che ne mangia assee, 
Che ghe n'è paricc sgrazz eh' hin già madur. 1 

Che la prometta donca del sicur 
Che quanto prima la sarà a Soree; 
Se de no, se la tarda anch mo pussee, 
Me la mangien di olter creatur. 

E se la gh'ha on quaj zest de metten dent, 
De regalia so zio e sova zia, 
Che le porta anca quell, che sont content. 

Ma torni a di, sura Cecchina mia, 
Che la me manca no, diversament 
Mi la foo cattà tutta quand se sia, 

E poeu la doni via 
A quella bella sposa del Pedroeu, 
E a lee ghe'n tocca nanch on pinciroeu. 



Alia stessa. 

Sicché, sura Cocchina, lunedi 
A la pu longa, che l'è posdoman, . . 

L'ha fa cunt de pientà el so Scerian, 
Con tult quij bei riser, e Vegnl chi? 

La rae consola tutt, se la fa insci; 
Vedi el me coeur, corri a basagh la man,/ 
Ghe doo de Tuga de mangia col pan, 
Che l'è tutt el gran spicch che poss fa mi; 

Ghe darev de la robba d'offellee, 
Che soo che la ghe pias, ma me rincress 
Che de dann via ghe n'hoo minga assee; 

E poeu daghen, no daghen, l'è l'istess, 
La Cecchina al scior Carla de Soree 
La ghe vceur ben senza nessun interess. 

A S. E. la Marchesa Busca Serbellonù 

Anch sta vceulta, Eccellenza, la m'ha daa 
On spaveut de bombon, masselli d'offell, 
Ch'hin quij che me pias tant; sont fortunaa: 
Adess mo ghe n'hoo chi de fann di peli. 

E poeu gh'hoo j'olter che m'ha regalia a 

El sur don Ignazi, che'l concorr anch quell 
Tucc i voeult che voo là, per soa bontaa, 
A caregamm de paneton e ciambeU. 

Mi la ringrazi tant di so attenzion, 
E se volzass, direvv che la seguita 
A ristorà el so pover Peliscion. 

E quand saront in santa Margarita, 

Me raccomandi a lee, bombon, bombon, 
Se l'ha piasè de prolongamm la vita. 



> 

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4 



Al me amisoQ Buldissar Frigee. 

Baldissarin, jutemm per cartata; 

Mi no gh'hoo legn, e sont mezz mori del frecc; 
Senza focugh, de sii temp, on pover vece, 
Dirli anca vu ch'el po doma sta maa. 

Sont in stat de brusà tucc i toppiaa, 
I cantir, i terzer che ten su el tecc, 
O verament de pettamm là in d'on lece 
A cuntà i trav fina che ven st'estaa. 

Quatter sciorscij, o gross o piscinitt, 
Mandemmi quanto prima, tant'assee 
De scampa anmò de podò fa Soniti; 

E ve daroo l'onor che rueritee, 

Perchè diroo con tucc in vos e in scrilt: 
Chi m'ha salvaa del frecc l'è staa el Frigee. 



Allo stesso. 

IIoo ricevuu per mezz del me massee 
Cent sessanta fassinn ben bej e gross, 
On tantin pu de quij che vend el Boss, 
E sont content ch'hoo spenduu ben i danee. 

Ve sont tant obbligaa, el me car Frigee; 
E se anch a vu ve fass besogn quai coss 
De mi, fenn capital, che dove poss, 
Ye servi subet, basta che parlee. 

Andand innanz me raccomandi a vu, 
Se ghii di legn de vend, sapiemmel di, 
Che possa visà'l carr de manda in su. 

Perchè in sto brutt Soree y già vedi mi, 
Che se cercass- on legn me '1 dan mai pu , 
Me 'l darà ven su i spali, oh quell lì sì, 



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Allo stesso, 

* 

Chi m'ha salvaa del frecc l'è staa'l Frigee; 
L'hoo ditt, el torni a dì, lu l'è staa quell, 
Che cont i legn el m'ha salvaa la peli, 
Se de no, me scoldava in del Carlee. 

Con tanta legna che se fa a Soree, 

Se voress on sciorscell, che l'è on sciorscell, • - 
Ho pari a sbatt, che no poss minga avell, 
Nanca a mett lì ona borsa de danee. 

Hoo cercaa di fassinn a sti fattor, 

Pront a pagà tutt quell che fuss l'import, 
E m' han rispost ch'hin domà assee per lor; 

Sicché cont on inverna de sta sort, 
Besogna propri dilla e fagh st'onor, 
Se no l'era el Frigee mi s'era mort 



La m'ha spongiuu, la m'ha tiraa i cavij , 
La m'ha miss sora al eoo duu gran cor non, 
La m'ha sporcaa de zipria i ceucc, i zij, 
Infin la m'ha consciaa comò un buffo n : 

La m'ha impiastraa d'amar cugiaa e cortij, 
Per no che mangiass nanch on boccon; 
In stanza la m'ha miss di trabucchi j, 
Per fa che andass giò el lece tutt a monton; 

E l'è vegnuda in l'ora del riposs 

A famm sentì quel maladett tróch tróch, 
E quel eh' è pesg a buttam l'acqua adoss; 

E poeu la voeur che sia insci baloch 

De fagh la scusa, se gb'hoo ditt quai coss?... 
Che fo la scusa se gh'hoo ditt tropp poch. 



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I 

• 



6 



Mi fa la scusa a lee de quell che ho ditt, 
Dopo che la me tratta in sta man era, 
Dopo d'avè comiss mila delitt, 
Mi fa la scusa a lee? No sia mai vera. 
Confermi e riconfermi quel che hoo scritta 
E per quant la me faga brutta cera, 
Mai no desmettaroo de fa soniti, 
Se vedess li la forca o la galera. 
Anca jer sira, in grazia di so logg, 
Se no trovava on tocch de scoldalecc, 
Aveva de sta in V acqua tutta nogg: 
E per famm dormì in terra e pati ei frecc 
L'ha levaa via tutt i banch d'appogg; 
Ma con tutt quest Y è staa al so post el lece , 

E per so marsc despecc 
Ho dormii tutta nogg, e vuj dormi 
Cont ei me cceur content fin che stoo chi: 

E ridi pussee mi 
A vedè che con tutt sti soeu complott, 
Sii trabucchi] che fan, sti barilott, 

No ghe riess nagott; 
E T è perchè se fiden del Cassan 
Quel conossuu da tucc per trapatan, 

Ossia tananan, 
Abel doma de mett in pee di giceugh, 
Ma che de reussinn gli* è minga el loeugh, 

E fan robba de foeugh , 
Per vedè se podessen mai stremimm; 
Ma mi i stremissi lor cont i me rimra; 

E se podess esprimm 



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7 

Con libertaa tucc i me sentiment, 
Vorrev che la fass Fatt de pentiraent 

De Vrij gran tradiment 
Che la m ha faa in sti dì; ma vui tasè, 
Ghe vui risparmia sto despiasè, 

Per ess quella che l'è; 
Ma cont el patt the la comenza incceu 
A lassà sta la gent per i fatt soeu. 



Dopo tant temp che vegni innanz indiee 
A Castellazz a god i so finezz, 
Dopo d'avè faa el scior per on gran pezz, 
Torni anmò come prima al me Soree. 
E per bio! no gh'è nè lu nè lee, 

Quel San Giovann che riamen muda vezz 
El vo3ur che incceu renonzia a sti grandezz, 
E che vaga lott lott per i fatt mee. 
Che mudazion de scenna Y è per mi ! 
Eppur no devi famm stupor nient: 
Come s'è scior postizz succed insci. 
Sura marchesa Busca, sur Marches, 
No gh' hoo lengua nè termen sufficient 
De ringraziai che sont staa chi cinqu mes 

A fa'i scior ai so spes; 
E che me creden che mincionni no, 
Per mi sarev content de stagh anmò, 
p , Perchè on coeur come el so 

£er bontaa, splendidezza e cortesia, 
Senz adula, credi che no'l ghe sia. 

Orsù donch , lor van via ; 
Che faghen bon viagg, che staghen san, 
^e vedaremm quand vegnaroo a Milan. 



B 



On gioven come vu che sa el disegn, 
On gioven insci pratigh de pittura, 
Che intend el beli e ci brutt d'ona figura, 
E tceu quel quadcr? Sont restaa de legn. 

No soo dov'abbiev mai avuu Tingegn 
De compagnav con quella creatura 
Veggia, mal fada, che la mett paura, 
Perchè Tè propri bruita all' uh ini segn. 

V'hoo trattaa òn pezz e me son mai accort 
Che fudessev insci de catti v gust, 
Via che in d'on sproposet de sta sort. 

Appian però, che parli minga giust; 

Me soven doma adess ch'hii minga tort; 
Me regordava pu che sii de Bust. 



Per quell socchè insci faa che m'avii scritt, 
Quel eh' è success a Scièr ultimamente 
De la sparada de quij sa resiti, 
Mi no me sont scandalizaa nì'ent 

Me sont scandalizaa^ quand m'avii ditt 
De servimen de quest per argoment 
De componn on quai para de soniti, 
Per critica quel pover innozent. 

Questa l'è bella, perchè l'ha fallaa, 

Emro mo de dagh adoss, emm d'avè gust 
De fall resta pussee mortificaa? 

Bisogna compatiti, e l'è ben giust, 
Per do reson; vuna perchè l'è Fraa, 
E la segonda perchè Tè de Bust. 



Po sta che sia vegnuda mìa sorella 

Senza el sur Cecch de Maccagn Reg fin chi ? 
Po sta on cas de sta sort? Disen de sì, 
Ma mi noi credi nò nanch a vedella. 

Disen donca che on cert sur Luis Biella . 
L'ha avuu man era d'incanta el mari, 
Talché el gli' ha daa licenza de vegnl, 
Senz'essegh adree lù de sentinella. 

Mi per Diana 1 hoo mai sentii alter tant; 
In vun come el sur Cecch insci gelos, 
L' è tutt quell che po dass de slravagant. 

Vun, disi, come lù insci sospellos, 
Che no se lidarav nanca d'on sant, 
E fa sta robha? Me foo '1 sega de eros. 

S'el sia cert el fatt, o verament 
Se sieri ciaccer che me dis la gent; 

E no saront contenti 
Nè mai me parirà d'avenn assee, 
Se no voo mi a Saronn o lee a So reo: 

E vedend che l'è lee 
Con la fed de Teresa e de Giulin, 
Cont la fed del Pistolla vicciurin 

D'avei tolt su a Luvin, 
Po dass che creda, disi che po dass, 
Perchè de fatt se po ancamò ingannass; 

Po succed d'insognass, 
Oppur balla la vista de manera 
De pari propri lee a guardagh in cera, 

E poeti vess minga vera. 



IO 

Ma pur vuj mett che resta persuas 
Ch'el sia pu che vera; anraò in tal cas. 

Mi no me soo da pas 
De sto fenomen quand ghe pensi su; 
Come mai sto sur Biella doma lu 

L'abbia avuu la virtù 
Da fa rend el sur Cecch, tirali in bonna, 
E fa ch'el desligass la soa donna , 

Lassandela pad rem na, 
Con la scorta però de duu fioeu, 
D* anda on quai poo a Saronn a trova i sceu ; 

Che fina al di d'in cren, 
Mia sorella no Tè mai rivada 
A sta senza el mari mezza gì orna da, 

Da che V è maridada ; 
Con tutt che anch senza i'omm de compagnia 
La podarav andà dove se sia, 

Senza dà gelosia. 
Donch sto scior Biella per la soa destrezza 
L'ha faa pu che fa rend ona fortezza , 

L'ha faa ona gran prodezza; 
Anzi vorrev squas di che l'è on azion 
De quij sul fa del noster Laudon, 

Senza drovà i cannon. 
Coss'avaran mai ditt quij de Maccagn 
E tutta quella gent là di montagn, 

A vedè on fatt compagn? 
Cossa diran mijara de personn 
Che san come el sur Cecch el tratta i donn? 

Cossa dirà Saronn? 
Soree, Ubold, Rovell, Origg, Turaa, 
E tutt insemma el noster visinaa? 

Han de restà insensaa: 



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Com'han de resta tucc de menernau 
Savendel el Piroeula de Milan, 

O l'Agnell de Lugan: 
Consideree se quist no voeuren mett 
Anca sta robba chi sui so gazzett, 

Trattandes d'on casett 
Che tra lóch per la soa stravaganza, 
Pu che i fatt dei Brabant e de la Franza. 



Quand mai hoo maridaa quij do sorelli 
Pover mi, pover mi, ghe sont daa dent; 
M'han faa cress ona troppa de parent, 
Che no fann olter che cavaram la peli. 

Incoeu gh'hoo quest ai spali, doman gh'hoo quell, 
Che no me lassen requià on moment, 
E gh'hoo in cà mia tant de quella gent 
Che me splassen el granee e el vassell. 

fiesogua che proveda mi tutt coss, 

El ris ch'el costa tant al di d 9 incoeu, 
. Che doma quest per mi Tè on dagn ben gross. 

E poeu voeuren camis, voeuren lenzoeu, 
Voeuren de fa di vest, e de maross 
Besogna mantegnigh anca i fioeu. 

E on pover pretascioeu 
Come sont mi, dov'hai d'andà a "salvass 
Con tant sanguett che sciscia e tant solass? 

Se la va de sto pass, 
Han de vedè el sur Carla de Soree 
A fa la mort de Sant Bartolomee. 



S'el vceur che vegna a la Congregazion , 

Ghe vcgnaroo, ma el sa che sto loiitan, 
• E che per ess lant vece el Peliscioa 

L'è minga in stat de viaggia a pescian. 
S'el vceur on altestaa de confession, 

De bon costum, ch'el ciaina al Balandrau, 
Ch'el ghe darà quij bonn informazion 
Che po mai dà un Curai d'on Capellan. 
Hin sessantaquattr'agn che stoo a Soree; 
De tant Prevost de Seves che gli* è staa, 
Nessun po lamentass di fatti ruee; 
E s'el cred no, che l'abbia la bontaa 

De domandà a chi el vceur, se de chi indree, 
In temp che s'era pussec fresch d'età a, 

Me sia portaa maa. 
Mi tendi all'obbligh del me benefizi, 
Che l'è de dì la messa e di l'offizij 

Mi gh'hoo mai avuu vizi, 
Foo minga per vantamm, in vita mia, 
Nè de gioeugh, ne de donn, nè d'ostaria; 

Me pias ben l'allegria, 
E la me pias sossenn, oh! quest l'è vera, 
Foo quai sonitt, e scherzi volontera; 

Ma semper in manera 
Che no me possa sindicà la gent, 
Come de fatt uissun po dimm ni'ent, 

Perchè hin scherz innoccnt: 
E poeu ch'el pensa se vui fa de malt 
Trovandem soli a duu Vicari Oblatt; 

Allora ditt e falt 



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i3 

Domà per ona colpa venia! 
Se va dal sur Vicari general, 

Se fa ei prozess verbal; 
Chi sa pceu se el prozess el faran giust 
Per ess de Bergoin vun, l'olter de Bust. 



L'è sessant'agn che sont benefiziaa 
De Sant Ambroeus e Santa Caterina, 
Quel gran benefizion tant rinomaa 
' D'arida in carroccia o almanch in portantina 

E con tutt quest sibben n'ho mai trasaa 
Né in di vestii, nè man eli in la c lisina, 
Nè in robba dolza che sont tant porta a, 
Poss di che sont in l'ultima rovina. 

Via de qui] quatter grami, mi no gh'hoo on bor 
E quij pocch grami i legni tant'assee 
De salvà el lece quand riva V esattor; 

Eppur gh'è de la gent in sto Soree, 

Gent senza eoo, che dis che sont on scior , 
Che foo l'avar, e che gh'hoo là i danee 

Da misurà col stee. 
Giura Diana Bacch I Se po senti 
Caluni pesg de quist adoss a mi? 

Ahi vedaran on di . 
Quij che me fa on caratter de sta sort, 
Si, vedaran subit che saront mort, 

Che m'ban pur faa on gran tort 
Quand, supponend de trovà 11 el bolgiott, 
Me rugaran, e trovaran nagott; 

E mi saront là biott, 
Ridott per la miseria anch a Sto segn 
D'ess miss in gesa cont la eros de legn. 

PELMZZOKt a 



r 



•4 



Alla Stira Cecchin» Gin som. 

Vegnarev a tro valla a Scerian, 

Che ghe r ho sempr in coeur e sempr in meni; 
Ma per i circostanz del temp present 
Me conven, cara tosa, a stag lontan. 

M'aveven ditt che gli* era in di pajsan 
Quell brutt malasc che mazza tanta gent, 
E eh* ci se ciappa su come nient, 
Sicché (ina che podi vuj sta san. 

£ poeti adess senti che la gli' è ancamò 
Sta malarbetta fever coi petecc: 
Besogna donca guarda ben el fatt sò. 

Andà a ris'cià de mettem in d'on lece, 
E fors mori insci gioven conven no; 
Me riservi a mori quand saront vece. 



Boria d'ona montagna in d'ona vali 
A prezipizi in riva d'on gran foss 
Cont on birbin, cont du cavaj adoss, 
L'è on cas che fa spavent doma a c untali. 

Credeva rott el coli, spettasciaa i spali, 
I brasc, i cost, i gamb e tucc i oss, 
E poeu me troeuvi che gh'hoo san tutt coss; 
Quest chi già l' è on rairacol senza fall. 

E cert amis bosard del di d'incceu 

Sentend che con tuli quest sera mort no, 
Me disen che'l diavoi jutta i soeu. 

Giust per faghela in barba sont scampaa, 
E foo cunt de scampa quai ann anmò 
A despecc de tucc qui} che me voeur maa* 



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i5 



Fiocca , Ezzellenza, e fiocca a tutt fiocca, 
E lee no la se ved a compari; 
Fiocca, ghe disi, cossa fala 11, 
Che no la vegna fceura a villeggia? 

Castellazz el la speccia, già el se sa, 
Come la specci ogni moment anmì; 
Sa veri d pur Iropp che quist hin i so di, 
Quij di che ghe pias tant a spasseggia. 

Giacché gennar Fé tornaa indree ancamù, 
Bisogna godei prest intani ch'el gh'è: 
Sicché donc ch'el le lassa scappa no. 

Se vén beli temp, per lee Fé andaa el piasé, 
Quell.piasè stravagant che Fè tutt so, 
De viaggia dent per la nev a pè. 



El gh'è ona bella giovena a Lazzaa, 
Propri de quij che disen ai statutt, 
Che quand F incontri, su d'on cert mercaa, 
Lustri la vista e me consoli tutt. 

La gh'ha però on difett, che Fè on pecca a, 
E Fè, che se la ved on quai omm brutt, 
O verament eh' el sia innanz d'età a, 
El la ten come Fassa del condii tt. 

Quell po fagh tucc i grazi ch'el voeur lu, 
Per obbligali a a vess on poo cerosa, 
Che con pu el fa, e pussee la se ten su. 

Questi' è tutt el difett che gh'ha sta tosa % 
E che gh'han i bei femen per el pu; 
La sn d'ess bella e la se fa preziosa. 



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< 



i6 



Don eh el n'ha minga assee de fass onor 
Cont el componn di gran bei vers toscan, 
Ch'el vceur mostrass nient inferior 
Anca coraè poetta ambrosi'an? 

Adess sì che tane olter rimador 

Che se credeven de ira lóch Milan, 
Han de reslà con tant de barba anch lor, 
A vedell la ch'el gli' ha già tolt la man. 

L'ha comenzaa pur ben, sur March esin; 
Anem, che'l vaga là de l'istess pass, 
Che in brev el sarà '1 capp di Meneghin. 

E se '1 toccarà via, come speri, 

Sentiremm mezz el mond a rallegrass, 
Che V e lornaa Doraenegh Balestreri. 



Quell tal sbir insci faa de Mari'an 
L'è staa a Soree a trovamm vun de sti di; 
M'aveven din che l'era andaa lontan 
De sti pajes, e inscambi l'è anmò chi. 

Gh'hoo domandaa, se '1 voeur andà a Milan 
A fa de sbir; chè, gent che soo poeu mi, 
Cercaran la manera de dagli pan; 
Lu tutt allegher el m'ha ditt de si. 

El se domanda Gian Lorenz de nomm, 
E Ganna de cognomm; l'è Varesott, 
E qtiell che importa pu f l'è galantoram. 

Sura Marchesa, el raccomandi a lee; 
Anca che'l sia sbir, n' el fa nagott, 
S' ha de guardà i azion, minga el mestee. 



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n 



Sur Marchesin, resti mortifica a, 
£ no soo propri minga cossa di 
A ve dell insci in collera con mi, 
Quand l'era tant amis per ci passaa. 

S'hoo ditt quai coss, s'hoo faa quai coss de raaa, 
Ch'el favorissa almanch a famra capi 
Coss'hin i me deraerit, che soat chi 
A ciamagh scusa, al cas che avess fallaa. 

Ma quell vedemmel de cattiva lenna, 

Guardamm naiich, parla m m n an eh, ch'el creda pur, 
Ch'hin de quij coss che me dà troppa penna. 

Là, via, ch'el fornissa de sta dur, 
L'è già on pezz ch'el sta su, ch'el s'inserenna, 
Perchè anca mi sont sluff de vedè scur. 

E poeu soo del sicur 
Che quest no l'è, nè Tè mai sta a el so fa, 
£ che n ari eh lu el voeur minga devia 

Del bon di soeu de ci; 
Che quant mai hin de la famiglia Busca 
No guarden mai nissun con cera brusca. 



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i8 



Se la sa ve ss, no gli* è calaa nient 

Che in sto vì'agg no sia andaa in perdizzi 
Con quij soeu cava] bianch, ch'hin m a zza gerì t, 
Perchè fan mai nagott, e hin pien de vizzi. 

Sont li che no ghe pensi; in d'on moment 
Volten travers i camp a precipizzi, 
Tran in tocch e balanz e forniment, 
E resti 11 mezz mort del gran stremizzi. 

Fortuna giust che in del fa tant de matt 
Se destachen del legn; l'è staa anca assee; 
Se de no 9 me spettascien come on sciati 

Adess mo, prima de torna de lee, 
Vuj ona cossa , e V è che vuj ei patt 
De barattà cavaj e caroccee; 

Se de no, stoo a Soree, 
Me rincress ben, ma n'anch andà in bordelli 
Mett minga a cunt: diroo comè dis quelli 

Se tratta de la peli; 
O che puttost vegnaroO chi a pesci an, 
S'ei fuss anch Castellazz pussee lontan 

Che ne de chi a Milan. 
Ma con di bestìon de quella fatta, 
Che patiss insci tant la luna matta , 

Per mi no la me catta: 
Ghe n'hoo già assee di me disgrazi solit* 
Auch senza fa la mort de Sant* Tppolit. 



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*9 



Sabetta Golpa de la cà del Frecc, 
Che sto Frecc l'è poau vun di sceu raassee 
(De quij ses che va via de Soree, 
Perchè su i liber gh'han del debet vece), * 
Questa donca no avend nè cà , nè tecc , 
Nè sanità a, nè forza de sta in pee, 
La cerca on loeugh a raalastant per lee 
E ona nevoda, tant da mett el lece. 
L'è queir istessa che 1 sur Cont patron, 
Yedendela in quell stat tutt'ingottada, 
El ghe fissè ona spezia de pension. 
E mo adess, se po dì, le mezz in strada , 
Se no '1 se torna a mceuv a compassion 
De sta povera donna denonziada; 

E già che l'ha graziada 
D'ori assegu abbonda ut, per soa boti la a, 
Ghe cerchi, Ezzellentissem, per pietaa, 

Anch st'oltra carilaa, 
Che Tè de fa in manera de logalla 
In d'on quai sit, magara in d'ona stalla, 

Tant de ricoveralla; 
E ghe sicuri che'l fa ben a ona donna 
Che pregarà'l Signor e la Madonna 

Per la sova personna. 
El dirà mo che sont on poo indiscrett, 
Che tasi mai, che no stoo mai quìett, 

O l'ottava, o'I sonett, 
E semper ghe n'hoo vernina, asca però 
De quij voeult che m'occorr d'aveghen do: 

Ma se '1 dis mai de no 



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i 



sto 

A chi cerca soccors, e mi, Ezzellenza, 
Me n'approfitti della soa clemenza. 

Gh'hoo già l'esperienza 
Che In tucc i congiontur ch'hoo faa'l cercott 
A vantagg de quai pover ballabiott, 

L' hoo mai faa per nagott ; 
Chè '1 coeur Vè grand, e de quell coeur iste ss , 
Speri senz'olter che'l sarà anch adess. 



Vegni con sto sonett, Gecchina bella, 
A digh che moeuri de malinconia, 
Trovandem senza lee de compagnia, 
Che l'è tant temp che brami de ve della. 

Mi ghe vuj ben come a ona mia sorella: 
Disi tra mi; quand mai l'è andada via? 
Quand el che vegnarà la gioja mia? 
Quand el che vedaroo la mia stella? 

Che no la staga pu sul Mantovan, 
Principalment ch'el clima l'è poch bon; 
E che la corra a voi a Scerian. 

Che la me daga sta consolazion, 
Si, che la vegna a toccà su la man 
In &egn d'amor cont el so Peliscion, 

Ch'el creppa de raagon; 
Se de no, se la tarda anmò pussee, 
La ven a vedell mort, e raort per lee, 



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Hin chi i so fiaschi che'l scusa, caro In, 
S'hoo tiraa innanz a daghi fiV adess, 
Voreva mandai subet per espress, , 
E poeu, s'ciavo, me sont regordaa pu. 

Per fa prest a vojai vari on Perù, 
E poeu ho mai fin a mandaghi; e me ri ne re ss, 
Che intrattant va de mezz el me interess: 
De fatt chi sa cossa ghe gionti su. 

Ma suzzedend el cas d'ess regalaa 
On oltra voeulta, no faroo pu insci, 
Gh'ei spedissi al moment che j'hoo vojaa. 

Lu mo, da quell che vedi, el vorav dì, 
Che no gh'è minga sta necessitaa 
De tceuss tant cruzi per sti zacher chi; 

E l'è per faram capì 
Che'l sur Don Ignazi el scusa anch senza qui si , 
Perchè de fiasch Tè semper ben provist. 



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3'i 



Orsi mi v'hoo servii, v'hoo faa *1 sonett 
Per quella tal che ghe sii mori adree; 
Adess ve mandi l'olter che cerchee 
Per quell pret insci faa, quell braw «oggett. 

Orsù mi v'hoo servii, torni a ripett, 
Vorrev mo che capisse v che n'hoo assee: 
L'è on pezz, el me Romin, che me secchee, 
Adess l'è vora de lassamm qui'ett. 

No vorrev che credissev eh* el componn 
El fuss giust come vu a ciappà i usij, 
Ghe voeur di struzi e di fadigh ma borni; 

E mett i man tane voault in di cavi), 
Massimament quand l'è de loda domi, 
Che besogna inventa milla bosij. 

Hoo spedii (ìnalment a Scenari, 

Al sur Sambruna el ficc de l'ann passaa; 
Gh'hoo daa fior de forment ben stagionaa. 
De quell che droeuvi mi de fa '1 me pan. 

Gh'hoo daa segher e mei, tutt fior de gran, 
Perchè ho piasè che'l resta soddisfaa: 
Adess mo, scior, che l'abbia la bontaa 
De famm el sald firmari de sova man. 

Quest poeu le mandarà in sti duu o trii di, 
Rivaa che sia quella tal armada, 
Che la po sta a moment a boria chi. 

Almanch el sparili ira quella seccarla, 
Che meneman no se po pu soffri, 
D'ess obbligaa a drovà carta bollada. 



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Ho ricevuu i michitt e i panaton, 
E del via forestee bea prelibaa, 
Che l'è quell che ghe vceur dopo i bomborc, 
Per mi che'n mangi in tanta quantitaa. 

Corri' hoo de fa a cassa i obbligazion 
Per tanta robba ch'el m'ha regalaa? 
Quist hin tratt d'on gran coeur, hin attenzion, 
Che a fagh a neh cent sonitt hin mai paga a, 

El ringrazi de tucc i soeu favor ; . 
Ma riguard ai ciamboli nient affagg, 
Perchè j'ho guadagnaa de bon sudor. 

E pur allora l'ha avuti tant coragg 
De di ch'ei Peliscion Tè on giugador 
De quij che se domanden d'avantagg, 

E dimel su'l mostagg: 
Che se gh'è vun a sto mond suttil de peli, 
Ghe foo mo giust savè che sont mi quell. 

Nanch per tucc i giambell 
Che possa vess in d'on'offellaria 
Sarev capazz de fa ona porcaria: 

Nè mai in vita mia> 
Per quant partid poss avè faa a taroch, 
Nessun po di ch'abbia giugaa de scroch. 

Gh'hoo patii minga poch; 
Ma savend poeu che lu l'è on scior polid, 
Devi supponn che '1 l'abbia ditt per rid. 

t « 



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Coss'è sto dimm: ciovitt, ciovitt, ciovitt T 
Gh'ha'l minga altra manera de parla? 
Saal minga, sur Cu rat, che l'ha a che fa 
Cont el Pret de Soree, quell di sonitt? 

L'avara pur present cossa gh' hoo ditt, 
Che mi no yuj sentimm a ingiuria; 
Se Tè che'l cerca rogna de gratta, 
Sont chi dispost a scoeudegh el pettitt 

Ciovitt, ciovitt! comò sarav a dì? 
Che sia on ciod de quij de dà al strasciee? 
El s'inganna de gross, ghe'l disi mi. 

Che no ? l m'impegna a lavoragli adree, 
Perchè saront on ciod de famra sentì, 
Sont guzz per spongel tant che sia assee. 



Se te voeu collogatt, el me fioeu, 

Senza giontagh de borsa, te see matt: 
Per tceu ona donna, sott al dì d'in eoe li, 
Senza pagà assossenn gh' è minga el piatt. 

Te credet ti, per ess el Morniroeu, 
Ch' abbi gii da coir i gioven a sposatt? 
Te casciaran di ball fin che teu voeu , 
£ te daran la micca in fin di fatt. 

Sicché, giacché sti donn se stanta avei, 
No gh'è oltra strada che d'andà al vivee, 
Savarev minga suggeritt de mei. 

Va donca a la Cassina di Farree, 

Che là ghe n è di milla , e hin talmeut bei 
Che i dan via a eh' hin voeur senza danee. 



a 5 



Appenna ho vist a compari '1 Malgraa, 
Ch'ho subet ditt, Vè chi la provision, 
Quest L'è on regali che ven al Peliscion 
Del sur Don Ignazi Busca; e insci Pè staa. 

Per on strasc d'on sonelt che gh'hoo mandaa, 
Me ven vin forestee, me ven bombon, 
Perchè già'l sa ch'hin quij la mia passi od, 
E che quand ghe n'hoo no, sont disperaa. 

Coss'hoo da dì? No poss che ringraziali, 
E fagh la scusa s'hoo tardaa insci tant 
A fagh savè ch'hoo ricevuu'l regali. 

Come ghe foo la scusa se gh'hoo scritt 
Da poetta indiscrett e petulant 
Che no sa fa che di cattiv sonitt. 

Coss'avaral mai ditt 
A vedé che no lassi on sol moment 
De dà stoccad e da seocà la gent, 

E che sont mai contenl? 
Lu Tha luce i reson de parlà insci; 
Ma se'l me permettess, ghe vorrev di, 

Ch'ho minga tort nanch mi. 
De robba dolza ghe n'hoo mai assee, 
(Però m'intendi quella d'offellee), 

E sont senza danee; 
Sicché '1 pettitt bisogna che me'l scoeuda 
Semper a furia de tira la roeuda. 



Pellizzowi 



3 



a6 



L'ha ben reson el sur Cont d'ess malcontent 
De la mia manera da tratta, 
Gh'hoo promiss quij tal vers fin d'on pezz fa, 
E fin adess no gh'hoo mai daa nient. 

Confessi ch'hoo comiss on mancament, 
Ma de quij che se stanta a perdona: 
On galantomm par so, de quand in scià 
N'ho minga de servili in su '1 moment? 

Sur cont Cattani, glie diroo '1 motiv: 
L'ha da savè che mi sont on poltron, 
Che me ven tucc i maa quand ho da scriv : 

Tal che, se fuss a la disperazion 
De dovè copia semper tant per viv, 
Mauri de sbalz perchè sont minga bon. 

Questa Tè la reson, 
Che V hoo fa speccià on ann, sicché anca mi 
In quai manera sont de compati. 

Adess mo i vers hin chi , 
Dopo tant temp: ch'el scusa, caro lu, 
Hoo mancaa al me dover, faroo insci pu. 



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A 



'2J 



Uè pur tropp vera quell che sentì a di, 
Che i disgrazi fan giust coinè i scires: 
L* è vera, Tè stravera, el proeuvi mi, 
Perchè adree a voeuna me se'n tacca des. 

L' ann passaa me credeva de morì 
Per la tempesta eh' è vegnuu in paes, 
Che la m'ha faa del dagn olter che insci, 
Portandem via el gran de viv ses mes. 

Quest'ann me'n riva on oltra de maross, 
Pesg ancamò che tempestaram el gran; 
£ cossa l'è? m'è tempestaa B eidos s. 

E via discorrend, de meneman 

Che voo innanz, me suced semper quai coss 
De famm vegnì ona rabbia de can. 

Adess gh'hoo Scerian, 
Soo che me capirii senza che parla, 
M'è tempestaa la festa de Sant Carla, 



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28 



Sont chi a pagà'l me debet fìnalraent; 
Che la scusa, Ezzellenza, s'hoo tartina, 
L' è perché fin adess son staa impotent 
Per quella benedetta slgurtaa. 

Orsù de quella manza sont content, 
Che la me par de bona qualità a; 
Se la fa, comè sperì, sanament, 
E che ghe cressa el pece, sont fortuna a. 

Insci la voress vend per quij dance, 

Aneli Toltra che la gli* ha, che ditt e fatt 
Da Castellazz la foo soltà a Soree. 

Al cas però che fassem sto contratt, 
L'averti che no vuj per marossee 
Quell soggett insci faa: quest l'è '1 primm patt, 

Perchè sont minga matt 
A toeu vun che no voeur vedè a da via 
Ai olter quella sort de marcanzia. 

Tujaroo chi se sia; 
Ma no vuj pu che gh* entra da chi innanz, 
Quand se tratta de vach, el dottor Manz. 



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*9 



La sarà stada l'arca di caguett 
Bella de là de bella verament ; 
Gh' accordi tutt, ma per fagli sul sonett 
Poss servili no, perchè n'ho vist nient. 

E poeu, per dilla, anch quand me voress raett 
A componn quatter vers su st'argoment, 
No podarev de mandi de no ripett 
Quell ch'hoo ditt d'olter cagn, se l'ha present, 

Ghe n'hoo faa duu sora la livrerina, 
Disend anch de quij coss che no po sta, 
E duu su l'istess meder per la scina. 

Se fass anch quest, el sarav tutt compagn; 
Via che per scherz ghe podarev giontà, 
Che'i sur Gont el gh'ha semper doma cagn. 



Curat, disii anca vu el vost sentiment, 
Cossa v' en par de quell cavalier 
Possessor noeuv eh' è vegnuu foeura jer? 
Per mi già disi che 'l me pias nient. 

No'l discorr che de segher e forment, 
De praa, de bosch, de foss e de riser, 
De pientà vit e de scarpà brugher, 
Coss che no serven che a seccà la gent. 

E quell' olter che gh'era in compagnia, 
El minga ona gran faccia de brugnon 
De fa scappà la gent lontan cent mìa? 

S" han da vess quist i noster compatron, 
Dov'emm d'andà ai vacanz a spassass via? i 
Per qun pret del paes siemm de miocion. 



3o 



Voeurel mo cred che se'l fuss minga vera 

Che mi, comè gVhoo scritt, gh'avess quell maa 
A sfora no sarev in Arconaa, 
Pajes dove ghe voo tant volentera? 

Ghe Thoo pur tropp, e fort d'ona manera, 
Che adess sont in d'on stat che fa pietaa; 
E per conoss se l'è la veritaa, 
Senz'olter proeuv basta guarda min in cera. 

E lu'l pensa che faga per burlali, 

Sont minga vun de fagh on impostura; 
Se fuss staa san, vegneva senza fall. 

E pceu a bon cunt se mai Tavess paura 
Che fuss capazz de dagh d'intend di ball, 
Ecco la fed del medegh de la cura. 



Comè medegh condott chi de Soree 
Attesti che don Carlo Peliscion, 
Chi sa, fors'anca per i gran bombon, 
L' è in man del medegh e del spezi'ee. 

El sarà donch on mes e fors pussee 

Che Tè attaccaa in del eoo dai convulsione 
A segn tal che tane voeult anch col baston 
El fa fadiga a sostegniss in pee. 

Gh'hoo daa la china e la valeriana, 
Gh'hoo daa sai d'Inghilterra senza fin; 
Ma con tutt quest sto eoo no'l se risana. 

Hoo pavura che'l pover Meneghin 

L'abbia prest prest de fa sona campana; 
Quest me rincressarav. — Dottor Luzin. 



5. 

i 

» 

Chi m' avess ditt, mi pover disgrazia a , 
Che i mee vicend m'avassen de ridù 
Miserabil a segn d'ess obbligaa 
D'andà per i pajes a cerca su. 

E pur l'è insci: per segn de veritaa, 
El me Curatin d'or, torni de vu 
A supplicava de famm la carìtaa 
D'on poo de verz anch mo, che ghe n'hoo pu. 

Dirli che'l Peliscion comè '1 comenza 
L'è chi a secca vv ogni tre bott i do; 
Cossa vorii mo fagh, ghe voeur pazienza. 

Bisogna juttai tucc dove se po , 

E questa, el me Pepp car, l'è P occorrenza j 
Savii che senza verz poss scusa no, 

Sicché ve'n cerchi anmò; 
E se ghe rincressess all' Andrejin, 
Perchè gh'è giò la nev, d'andà in gì a r din, 

Gh'è chi el me Lissandrìn: 
Pensee nagott che quell el sparmirà 
La fadiga al vostr'omm; disigh domà 

Dove j'ha de catta, 
E stee sicur che l'andarà al m anch' dagn, 
Semper però che! possa empi 1 cavagn. 



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1 



3* 



Sont chi, suru Contessa, in genuggion 
A supplicalla de fa pas cont mi; 
Diversament se la seguitta insci, 
M 02 uri de creppacoeur e de magon. 

Ho minga faa a so moeud, sì l'ha reson; 
Ma con tutt quest la m J ha de compatì, 
Perchè n' ho mai faa '1 comich ai mee dì , 
E quand anch voress fall, sont minga bon. 

S' avess anch mi quella disinvoltura 

Che gh'ha'l sur Marchesin, che la gli* ha lee, 
Gli' a vare v ditt subet de sì adrittura* 

Ma no trovandem pratech del mestee, 
Ho minga vorsuu fa quella figura 
Per el perìcol de famm rid adree 

E comparì on badee 9 
Conforma l'è compars quell galantomm 
Che per prudenza ghe foo minga '1 nomm. 



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33 



Al me car Cura Lui de Scerian. 

Sicché l'ollrer Fhii fada andà de do, 
Glie va toron, vin bianch e panaton 
Per tucc quij de Sorec, ma per mi no, 
El sur Carla el se lassa in d'on canton. 

Gh' andava tant eh' avesse v mandaa in giù 
A visamm che gh'avevev i bombon? 
Disii, ghindava tant? Savii però 
Che robba dolza l'è la mia passion. 

E seroper la sarà fina a la mort; 
Però m'intendi quella d'offellee, 
Perchè ghe n'ha da vess d'on' altra sort, 

Basta, adess l'è passada; ma sappiee, 

El me Curat, che m'avii faa on gran tort: 
Mi no dovevev mai lassamm indree. 

Vuj che ve regordec 
Che dispensand robb dolz per l'avegnì, 
El primm a favv onor hoo da vess mi. 



5/j 



Sicché ho senili che adess l'ha faa de bon, 
E minga per fa on scherz cornò temp fa, 
L'ha pettaa lì on mas'ciolt de conclusion, 
Tesor de la Mamina e del Papa. 

N'hoo piasè tant di so consolazion; 
Parent, amis, s'han tucc de rallegra, 
Che l'abbia assicuraa la successi ori 
De la cà Ala, vceuna di mei cà. 

E per assicuralla anmò pussee, 
Soo che la capirà cossa vuj di, 
Vorrev dì che vun sol Tè minga assee. 

Di fancitt l'ha de fann olter che insci; 
Perchè, se l'ha tardaa a mettes adree, 
L'è ben giust de sta tard anch a fenì. 



Si'el ben benedett sur don Tognin, 
E benedetta sia quella man 
Ch'ha faa sto beli regali a Meneghin, 
Insci la fass l'isless anca doman. 

Se ved in fatt che '1 sur Cavalierin 
El se regorda, anca che sia lontan, 
Coi mandamm robba dolza senza lin, 
Savend che'l dolz l'è quell che me ten san. 

Come l'è mai grazios e liberal, 
Massem col Peliscion so servitori 
Ah l'è d'on coeur che n'hoo mai visi l'egual! 

Mi '1 legni per el me benefattor, 
Per el me car amis, e come tal 
Mi no glie perdaroo mai pu l'amor. 



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Ma hi, sur don Tognin, cossa m'hai scria? 
Che'l specciava on sonett pien de strapazz 
Con tra lu stess? e'1 crcd che sìa capazz 
De comett on trattin de sii delittf 

El burla on poo? se me n'avess anch ditt, 
Se me n'avess anch faa de luce i razz: 
A vun di mee Patron de Castellazz, 
Guard'el Ciel a fagli maa coi mee sonitt. 

E che specciass adess a desgustall, 
Al moment che '1 me fa tucc i fìnezz, 
E che'l me spediss foeura on beli regali? 

Quij che gli' ha ditt ch'hoo fa di vers in sprczz, 
S'hin spassaa vìa a dagh d'intend di ball, 
E Than faa a posta per tiramm de mezz. 

Fortuna che l'è on pezz 
Che'l me conoss; el sur Cavalierin 
E'1 sa che sont on pover Meneghin, 

E minga ou Aretin; 
E pam che'l leggia i mee componiment, 
Che'l guarda, se l'è bon de trovagh dent 

Quai coss d'impertinent, 
Nanch sto pér dì contr'el me pesg nemis; 
Sicché che '1 pensa se vuj fa sto sfris 

Al me pu car amis, 
A chi glie vuj pu ben eh' a on me fradell, 
Besognarav ch'avess perduu'l cervell. 



56 



Ànch el sur Marchesin, per soa bontaa, 
L'ha vorsuu regalia el so Peliscion 
Con de la robba dolza in quanti taa, 
Amarett, pan de spagna e panaton. 

Mi no poss che restagh tant' obbligaa , 
E n'hoo gust che'l capissa che i bombon 
(Tanto pu s' hin de quij minga crompaa) 
Hin verament Tunica mia passion. 

Ma no saraven già benis de spos? 

S' hin de quij, che rae'l disa, perchè insci 
Me parirann pu dolz e pu gustos. 

Hin quij, e lu '1 vceur minga di de si, 
Fors per no fa che vaga attorna i vos: 
Cossa gh'è mai de maa a senti ss a dì 

Che'l deventa mari? 
Ohi che '1 faga pur prest a toeu miee, 
Che possa avè i benis anca de lee. 



37 



Per on sonett faa giù corno se sia, 

Che no gh'è dent de beli qucll gran nient, 
El sur marchesiu Busca tutt content 
El m'ha subet struppiaa de cortesia. 
El m'ha daa a nino bombon, tal che a ca mia 
Gli* è riva robba dolza ogni moment, 
E poss dì d' a vegli tutt i sortiment 
Che po mai ess in d'on'oflellaria. 
E diran poeu che i vers dan minga pan? 
Hill Iapp de dà d'intend a di m indori, 
Me'n dan pussee che ne a fa'l capei fan. 
Me dan pan, me dan vin, me dan bomboli, 
Me dan del tutt tant chi, comò a Milau, 
E coi me vers mangi di bon boccon. 

Oltra poeu i attenzion 
Che me fan asquas tucc, e i domi aneli lor; 
Se san che i lodi in vers, Fhan per onor 

E me porten amor; 
Anzi se mostren tant propens per mi, 
Che l'è propri ona robba de no dì; 

E fin che Ja va insci, 
Che vedi che ven via quai cossetta, 
Fin che la Musa la me dà de tetta 

Vuj semper i'a'l poctta. 
Han pari a dimm che l'è on mestee cattiv, 
Mi soo che i vers m'han semper daa da viv. 



Pellizzoki 4 



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38 



Alto i mec sciori, fin che la va insci 
Poss ess content, che la me va de do; 
M'han daa bombou che l'è domà vott di, 
E poeu adess vedi che me'n riva anraò. 

Capissi propri ch'hin portaa per mi, 

San che me piasen, che me fan bon prò, 
E lor seguittenn a mandamenn chi: 
Che coeur de Ceser che l'è mai el sol 

Al cas però che voe abbi en seguittà, 
Mi no soo cossa digli, me fan piasè, 
I Malgraditt san dove stoo de' ca. 

Già coss* occorri ghe disi quell che n'èi 
Coma gh'hoo robba dolza de paccià, 
E de pacciann assee, mi stoo de re. 

4 



Pensee nagott, che posdoraan semm chi 
A temp magara de toeu'l cicolatt; 
Vuj che staghem allegher comò matt, 
Gh'hoo giust anch quai sonitt de favv sentì. 

Vuj però divv quell ch'hoo già ditt on dì, 
Che seram pront a vegnigh, ma cont el patt 
Che no me faghev prepara tane piatt, 
On cinqu o ses al pu, n'emm assee insci. 

Ma vu già vorarii falla andà in pee, 
Massem se ghe interven quai sgarzorin, 
Che in simil occasion soo comè fee. 

Nò, fee a me moeud, visee'l vost Andrejn 
Che riguard ai pittanz el staga indree, 
E che '1 slarga la man coi pastizin. 



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39 



Che gust quatid me sont vist a compari 
Quella scatola piena de bombon, 
E che capiva ch'eran tucc per mi, 
Propri per soddisfa la mia passion. 

Chi me Favcss mo ditt, che per on di 
Ch'hoo avuu l'onor e la consolazion 
De sta con lee, quand l'è vegnuda chi, 
L'avess subet d'usamm de sti attenzion? 

Ghe protesti che on coeur beli comè'l so, 
Sibben Vè già quai agn che sont al mond, 
E pur mi, fin adess, l'hoo trovaa no. 

No poss digh olter, che la me confond 
De troppa gentilezza, e resti giò, 
Che no soo minga come corrispond. 

Sala nient? sont senza legn nnmò, 
£ no poss propi minga scusa insci; 
Hoo cercaa di fassinn a so mari, 
E per soa bontaa el m'ha dilt de no. 

La preghi donca lee, dove la po, 
A fa de tutt per no lassaram mori; 
Che me ne manda on poo che possa di, 
Che se sont viv, sont viv per amor so. 

Ghe'n cerchi doma assee de tirà là, 
Diversament el so poetta el moeur, 
Perchè no'l gli* ha pu legn de fa'l mangia. 

Lee però la po damen se la voeur, 

Anzi sont franch , come favess già in cà , 
Perchè sont persuas del so bon coeur. 



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4o 



Hoo mai passaa on aim trist in vila mia 
Comè quest chi, magarael forniss prest; 
Gh'hoo 9 vini tant acqua e frecc e tanl icmpest 
Che m'han portaa de sbalz la carestia. 
Tutta la frutta me l'han portaa via 
Comè m'han portaa via tutt el rest; 
Gli' hoo giontaa i verz, che me rincress pu quest 
Che se gh'avess giontaa quel che se sÌ3. 
Fortuna, quand se dis, che a Scerian 

Ghe n'è ona quantitaa in del voster brceu 
Pu bej de quij del Borgh di Ortolan. 
Sicché, el me Curatin, se no Tè incceu, 
A la pu longa pceu '1 sarà doman, 
Che mandaroo a cercaven quai sciroeu: 

Se de no, i risiroeu 
Per mi poden desmell de fa'l mestee, 
Che no ciappen pu on sold di mee danec. 

Besogna che sappiee 
Che mi quell ris insci, gli* è po vess dent 
Tucc i sugli de sto mond per condiment, 

Che no'l me pias nient; 
E se'n mangi, voo a riYc de buttali su, 
Se no gh'è verz; e me dirii anca vu, 

Ris e verz, e pceu pu. 
Per mi se fussen anca mal condii, 
El fa nagott, hin semper savorii; 

Hin bon aless, rostii, 
Hin bon in di pittanz, bon comodaa, 
Bon in tutt i mancr, bon carpionaa; 

L'è tanta la bontaa 



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4i 

Che tucc cercften d'avenn, perchè de fatt, 
Diga chi voeur, ma quell l'è pceu on gran piatt, 

E mi ghe voo adree matt. 
Ricorri donch a vu, perchè sont franch 
Che ra'en darii: podi cerca de manch 

Al me curati ri Blanch? 
Hin quatter verz, sarev on in disc re tt 
Se ve cercass quai olter visighelt. 



Credeva ben che'l me portass amor, 

Che no'l fuss minga bon de famm on tort, 

Ma adess capissi che l'è traditor, 

E mi insci bacol me sont mai accorr. 
El sa che mi ai bombon gh'ho fina orror, 

Che no me piasen de nessuna sort; 

E tucc chi me cognoss, disen anch lor, 

Che a damm robb dolz, Tè comè damm la mort. 
E lu per castigammo segond el dis, 

El forniss mai de mandà chi bombon, 

Giusi perchè '1 sa che ghe sont tant nemis. 
Che colpa gh'hoo de famm sta sort d'azion? 

Che'l disa lu, s'ba de toccà a on amis 

A tormenta insci tant senza reson 

El pover Peliscion? 

X^à via, se'! voeur di la ver ita a, 

El me castiga per i mee pecca; 

Se l'è insci, Tè poch maa: 

Che me ne manda pur, diroo: pazienza! 

S'hp faa i pecca faroo la penitenza. 



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■ 

Comenzi a manda ionanz sto me sonell, 
Per digh che quanto prima saront chi 
A trovai, e fermamm per on quai di 
A mangia quatter rann del so Ronchetti. 

E in Tistess temp ghe foo vede in effett, 
Che no poss vess pu galantomm d'insci, 
Perchè sont pontual a mantcgnl 
Quell che lor a Soree m'hau faa promett. 

Ma cont el patt, riguard al trattamente 
Che no vuj che se toeujen suggezion; 
Se de no, torni via sul moment. 

Mi no vuj carna, mi no vuj cappon, 
Che me daghen di rann, e sont content, 
De già che chi se ciappen a monton. 

Quest per mi l'è on boccon 
Pu delicaa, pu car che possen damm, 
Mei che'l stuvaa, che'l rost, mei che'l salamm. 

Se vceuren poeu graziamm 
De quella s'ciuma spessa che IVI lagg, 
Quest el sarà per mi doppi vantagg; 

£ saront quell mostagg, 
Quand m'avaran provaa, de fagh onor, 
Cont vojaghen on piatt ogni quattr'or. 

Ma chi no se discorr, 
Diran in del so coeur, che de pacciàj 
Come l'è insci, V è mei che lassee sta 

De vegninn a trova: 
Respondi, che'l mangià Yè'l manch che sia, 
Vegni per god la sova compagnia; 

S'ho ditt quai bizzarria 



43 

L'hoo dita per fai rld; e tanl l'è vera, 
Che no cerchi che on piatt de bella cera, 

Per sta chi volentera 
A digh su quatter di mee poesij, 
Giachè dimostren tant plasè a sentij, 

Resti con riverlj, 
Olter non occorrend, passaa sti fest 
Saront chi di Biragh, restem in quest, 



Sura Marchesa, se la me permett, 

Già che la gli* ha per mi tanla bonlaa, 
£ che grazio same ut la m'ha invidaa 
Al so Beldoss, pajes me predilett, 

Vorrev mo digh, per mezz de sto sonett, 
Che tant adess me trcouvì in libertaa 
On poo pussee che ne sti dì passaa, 
Che poss veguigh e stagh col coeur quiett, 

Vegni, Zellenza, ma però col patt 
Che no la pensa maa di fatti mee, 
Idest che vegna per trova di gatt. 

De qulj ghe n'hoo, se'n vuj, anch a Soree, 
Ma no soo cossa fa un; sarev ben matt 
S'avess anmò in del eoo de sti bellee. 

Se vegni l'è per lee, 
Quest l'è sicur, e per el sur Marches, 
Ch'il in tant grazios, aftabil e cortes; 

E per god a so spes 
Ona situazlon, che a me giudizi, 
La credi la regina di delizi. 

Là senti el benefizi 



44 

D* on f aria la pu fina che ghe sia, 
E (Tona vista che la melt legria; 

Là tucc i maa vail via, 
E se me'n resta vun, Tè tutt al pu 
Queir istess che sentiva in gioventù. 

Tanta l'è la virtù, 
Torni a dì, de queir aria, che per mi 
No poss desidera pussee d'insci: 

Doma on para de di 
Che vaga a torna in gir per quij campagn 
Me boria giò dai spali vint o trent'agn. 

Disi che on sit compagn 
Per vun che voeubbia fa villeggiatura, 
Io scima a on raont formaa da la natura, 

In mezz a la pianura, 
E insci vesin a Milan, che l f è f l pu beli, 
Sott al nost ciel no'l gh'è, via de quelL 

Ah se podess a veli, 
Se podess dì: sto loeugh Tè propri me, 
No soo cossa farev del gran piasè. 

E se mi fuss on re, 
Ghe'l disi ciar e nett senza fa goss, 
Al sur Marches ghe lassarev tutt coss 

Eccettuaa Beldoss. 
Gomè gh'avess al pu pagaa'l valor, 
El vorrev o per forza o per amor; 

Anzi me foo stupor 
Tucc i voeult che ghe pensi, e resti giò 
Ghe sto beli sit el sia di Busca anmò. 

El par che creda no; 
Là via, parlemm ciar, resti stupii 
Che i Frane es no ghe Tabbien requisii. 



/ 



45 



No poss de mandi, sura Catterinin , 
De no lodagli on poo la sova nceura, 
E de lodà anca lu'l sur Filippin, 
Che Tè staa quel! che l'ha scernida foetira. 
De fatt dopo avenn vist on magazin, 
Questa l'è stada Tunica fioeura 
Che gh'ha daa in l'oeucc, Tè staa quell spigorin 
Ch'ha ferii '1 cocur de slanz al sur Cazzoeura. 
L'è senza dubbi e senza paragon 

On gran beli muso, ona gran brava sciora, 
De qui donn verament che fa passion. 
S'hoo poeu de dilla ciara, l'era vora 

Che in sto paes vegness quai coss de bon, 
Che fuss abil a fa tira la gora, 

Perchè on volt ch'inamora, 
Che se possa di beli, ghe nè nanch vun 
In tutta l'estension de sto commun, 

Se no gh'è d'autun, 
O quai voeulta d'estaa per on quai dì 
On mostacc insci faa che soo poeu mi; 

E subet che l'è insci, 
L' era pu necessari che n' è '1 pan 
Che vegness foeura questa de Milan, 

Per fa che Scerian 
El possa di anca lu d'ave on soggett 
Che per bellezza no ghe manca on ett, 

Conforma Tè in effett. 
Bell front, bei zij, bei oeucc, nas profilaa, 
Do ganassinn che paren pitturaa, 

On bochin delicaa, 



46 

Semper rident, setnper grazios e beli, 
Che '1 se po di benissem anca quell 

Lavoraa col pennell. 
La gh'lia pceu i dent, che ghe scomettarev 
Gh'hin fors anmò pu bianch che ne la nev, 

On s lo megli de rilev, 
Do man bianch e raostos, coi so boggitt 
In di giontur di diti, che mett peltitt 

De fagh su cent basiti; 
Bell tutt el rest de la corporadura, 
Bell fa, beli portamenti beli' andadura; 

Se ved che la natura 
Per falla in moeud de no mancagli nient 
La gh'ha mettuu tutt cinqu i sentiment, 

E tutt cinqu pariment 
Ghe j'ha mettuu el so spos per fa on acquist 
D'on muso che'l compagn no'l se mai vist. 



Versari che no gh'ha nè eoo nè pee, 
Spreposet senza fin de tucc i razz, 
Hin qui] ch'hoo sentii jer a Castellazz 
Appenna vegnuu via de Soree. 

A mi damm quell brutt titol de badee? 
A mi quij parolasc e qui] strapazz? 
Poetta de fa corr a remolazz, 
Se ved che no savii con chi trattee. 

Vorrev sborì, ma la prudenza insegna 
De fa'l lòch per adess e dì nagott 
Per no irità de pu ona lengua indegna. 

Ma no stee pu a instigamm coi vost strambott, 
Perchè per bio, se'l Peliscion s'impegna, ^ 
Ve disi mi che reslarii al desolt. 



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47 



Sicché quand* el ch'ha de fenl'l penditi 
De dovè semper dà'l nótifìcaa, 
O sia el stat de tucc i benefizi, 
Anca che sì'en de jus patronaa? 

Me faraven pur anch ou gran servizi, 
Disi la mia santa veritaa, 
Se voressen tceum via ^to pendizi , 
E mi ghe restarev lant' obbligaa. 

Voeuren i cunt de tult, mi sont podi boa 
De daghi giust, conforma i cerchen lor, 
Sicché me metten in costernazioh. 

Comè quest'ami se no sii vu a supplì, 
Che m'hii faa verament on gran favor, 
Vatel a tceu cossa succed de mi! 

Tremava luce i dì, 
Ch'avess, come se dis, d'andà in quarellà 
E chi sa fors da perd anch la cappella: 

Calarav domà quella 
Per compì '1 numer di me gran disgrazi , 
Basta, vu mi juttaa, mi ve ringrazi. 



1* 



E dai con sii sonitt, semm semper scia, 
Ve n'ho faa tane, e me'n cerchee ancamò, 
No vorii propri minga lassarmi! sta, 
Me sii a la peli ogni tre bott i do. 

V'hoo però faa capì fin d'on pezz fa, 
Che se'l bon Pader l'ha spara ai fallò, 
Nanca per quest no Y è de condanna, 
Trattandes che '1 V ha fada de par so. 

Disiram tutt olter che sont pront a fall., 
Ma quest chi mai, e me dirii anca va 
Che motiv no ghe n'è de criticali* 

Subet che l'è de Bust l'ha reson Ili, 
Sia chi se sia che cornetta on fall, 
Com'hin de quell pajes se'n parla pu. 



Vedel, Zellenza, se quell tal sonett 
Ch'hoo mettuu giò a la bona, insci de gross 
Sora '1 vestii color de zoffreghett, 
No l'è staa beli e bon de fa quai coss? 

Ei sur Ubald el l'ha dovuu desmett, 
E vendei, se no falli, per on oss, 
Fasend vot, fin che'l scampa, de no mett 
Mai pu de quella robba gialda indoss. 

Che'l guarda on poo, Zellenza, quand se dis, 
Gh'han faa pu colp i vers del Peliscion, 
Che verament el gh' ha parlaa d' amis, 

De quell che gh'abbia faa i meditazion, 
I paroll salutar, e i sant a vis 
Sentii a Luragh dal Pader Buttiron. 



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I 

49 



Od cont Don Pepp Viscont el toeu miee, 
Vun de tànt meret, el to sur patron, 
E on soggett de sta sort l'è minga assee 
Per dessedà la venna al Peliscion? 

Ti che te se'l poetta de Soree, 
Ti che te ghe maggior obbligazion , 
Tee de sta 11 incantaa comè on Ita dee , 
Senza fa nanch on vers in st'occasion? 

Diroo, prima: Tè on pezz che no componi , 
E poeu sont restaa 11 comè sorpres 
Del gran piasè d'on simil matrimoni. 

Ma se sont andaa in occa e hoo faa nagott, 
Cercaroo de supplì de chi a noeuv mes, 
Quand sentiroo che gb' è nassuu on mas'ciott. 



Siel femena, mas'c, ermafodrltt, 
Per mi tant han fornii de spassass via; 
No vuj olter saveghen de sonitt, 
E se quell scior el vceur crià , che '1 cria. 

Hoo present ancamò cossa'l m'ha ditt, 
Per no avegh faa ona certa poesia; 
Ghe '1 m'ha taccia a comè avess faa on delitt 
De quij de lesa, ch'Imi i pesg che sia. 

Hoo beli e vist, gh'è certa sort de gent 
Che a faghen trenta senza fagh trentun, 
I trenta che s'ha faa cunten nient. 

E per quell, a rifless de quaighedun 
Che dan de sta moneda in pagament, 
No pu vers, no pu vers, no pu a nessun. 

Pellizzom 5 



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5o 



Eel ona quai donzenna de sonili 

. Che vorrii dal poetta de Soree? 
Se l'è doma per scoeudev sto petti tt, 
Ven mandaroo magara on centenee. 

Podi fa manch per vu, che melt in scrilt 
Quatter par oli per davv quell che cerchee? 
Hin pu che vers bon per la ca di piti? 
N'hin pceu minga nè robba nè danee. 

Toeuj donch sto piccol frut del me talent, 
Ma frut senza savor e senza gius, 
Bon domà da mett gomet a la gent 

Vu mo mostree d'avegh del gran conzett, 
Mi i stimi in quant eh' hin bon de fann quell' US 
Che dis el settera vers de sto sonett. 



Anem, ven via, cont mi a fa'l beli ingegn, 
Che te daroo lezion: sont faccia tosta, 
Sont storoech fort assee de fati sta a segn, 
E de poggiatt de slanz botta « risposta. 

Ostìnet pur,, e roettet a V impegn 
Che in (in la sarà tova la bat tosta, 
Ben mi per sponget gh' hoo cinquanta ordegn , 
E per scarta chi bolla sont faa a posta. 

I toeu vers d'asen no me fan stremi, 
E guarda che me disen el magnati: 
Se droeuvi el forla forla , pover ti t 

Orsù fa'l lóch intant che te see san, 
Diversament già me la vedi mi , 
La bissa l'ha da mord el ciarlatan. 



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5i 



La sova tosa, o sia el so follett, 
D'accorci coni el fradell, d'accorci col Fraa, 
L'ha s'è già protestada ciar e nelt 
Che 1' ha vceur famen pese che l'ano passaa. 

Sicché se'l sur Marches no'l fa 011 precett 
De fa sta in riga sti mee congiuraa, 
Me rincress ben, ma no ghe poss promett 
D'ess a god i so grazi in Arconaa. 

Senza che parla , el sarà al fatt de tutt 
Cossa ghe staa de nceuv de quij tosano, 
El sa vara che n'hoo passa de bruti. 

E se doma dò donn han faa'l malann 
Cont el fradell e con quell Fraa in ajuti, 
A revedes cossa faran quest'arni. 

Viva Sant Carlo, che l'è incanì el so di, 
E viva el sur Marches padron de ca, 
Che l'ha onoraa el so Sant come ghe va, 
E l'ha pagaa de festa anca per mi. 

Ohi che a taccass a de sti Carla chi 
No gh'è minga pericol de falla, 
Gh'è semper quai cosselta de raspà, 
E viva pur, fina che la va insci. 

E s' hoo goduu i so grazi al di d J incceu, 
Speri de god da chi a trii mes al pu 
Quai coss de festa anca di so ficeu. 

Sì speri ben ch'abbien de fa oltertant, 
Che s'abbien de fa od or al par de lu , 
El dì de Sant Vicenz che Pél so Sant, 



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5* 



M'hin staa tant car qui lega che la m'ha daa 
Giust in del temp che me trovava infin, 
Che a damm, arrivi a digli, a neh di zecchi a 
No podarev restagh pussee obbligaa. 

A vess amis de Ice sont fortunaa; 
Quand vuj di legn, la sura Manin 
Piena de coeur, la derva el magazin, 
E me'n dà fin che 'n vuj per soa bontà a. 

Hoo già beli e veduu che l'uni eh mezz 

Quand se voeur on piasè, l'è andà di dona, 
Che 1 donn in miss al mond per fa finezz. 

Orsù de sti fassinn, già ch'hin tant bonn, 

Ghe'n cerchi anmò, che insci tiri là on pezz, . 
Pagaroo poeu '1 me debet a Saronn. 



Se'l sa vess, sur Patron, m'han faa stremi. 

M'han cuntaa che'l dà via Scerian, 

£ dubitti ehe'l sìa vera si, 

Perchè me l'han già ditt pance paisan. 
Se quest se class, cossa 'n sarav de mi, 

E de queir oller pover balandran? 

El noster lavoreri el va a fenl, 

Perduu che sia Don Carlo, emm pers el pan. 
Fin che '1 sta foeura lu, gli' emm la giornada, 

E che bonn spes el fa per soa bontaa, 

Se'l bandonna el paes nun semm in strada. 
Basta, a la (in di fatt per mi ho pensaa, 

Che subet che vedess la mal parada 

Pienti Soree de sbalz e voo a Novaa, 



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53 



Hin chi i campana col campannon ben beli, 
E vujolter d'Origg restee de legn, 
A vedè che in grandezza er passa el sega 
Del coregh miss su l'olmo per model). 

L'è chi'l gran campannon, fegh de cape il, 
E de già che *ti quij che dà i de ss egri, 
Mettivv mo, se ghii spiret, all'impegn 
De fa olter tant coi voster campanell. 

Nun si che podarissem davv la metta , 
E rimandavv quell coregh insci faa 
Se fudessem ckr quij de fa vendetta. 

Che i vost campann coi nost paragona a 
Hin giust de coregh per no di de tetta, 
Ma no semm de la vostra qualitaa, 

Nun rendem ben per maa; 
E per tant vorrev davv on bon ricord; 
E Tè che in del sonà vaghem d'accord, 

N'hii mai de toccà i cord 
Quand sonen a Caronn; diversament, 
El sarav on frustai giust per nient 

El pèrchè L'è evidente 
Se vujolter sonee quand sonem nun, 
I vost ciochett no i senten pu nissun, 



54 



In m aneli d'on aim la mori l'ha faa on deslass 
In sto pover pajes che fa spavent, 
E s e mm de fagli el cunt , insci per spass, 
Se trovarà mancaa de la gran gent. 

Senza mett qulj che no ha faa che nass, 
El Curat, duu dell' Ost, el Cinqutalent, 
Voeuna del Pavolelt, quatter del Sass, 
Duu del Formai e qualter del Nuscent; 

I duu pover Caraa, vun del March in, 
Maddalemia del Gali, duu del Fa ree, 
La Brago Ha, el Baretta, el Legraminj 

La Giordana, l'Oggion del prestinee, 
Ippolita, el Legnan, Bias e Tonin, 
La miee del Magron, cinqu del Tomee. 

Poden anch ess pussee, 
E che mi fors no me'n regorda nanch, 
Ma soo che quist ch'hoo ditt hin mort del franch; 

Hin trentacinqu almanch, 
E me se gera el sangu dent per i venn , 
Che n'abbia dess mi quell di tre donzeon; 

t>ont desgraziaa assossenn, 
E gh'è sto maa che'l fa di soeu ancamò , 
Ogni freguj gh'è gent che se mett giò; 

Sicché no falli no 
Se disi ch'hoo'l spaghett coi circostanz, 
E cont sto poch esempi ch'hoo denanz. 

Benché mi d'andà innans, 
A fa giust trentases conforma ho ditt, 
Per adess no gh'hoo minga sto pettilt; 

Fin che poss fa sonitt, 



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55 . 

L'è on beli vanlagg, insci fuss franch de fann 
A di poch ancamò per on cent ann. 

A sta al mond no gli' è ìngann 
Parland di copp in giò, di copp in su, 
El Signor Tèi patron, che '1 faga lu. 



Ecco sti pich se troeuven la raanera 
Cont i so gabol d'inganna la gent, 
Dimm che'l vendeva, quand l'i minga vera : 
M'han faa stremi costor giust per nient. 

E cossa Tè? veden che'l me fa cera, 

Che senza mi no'l po nanch sta on moment, 
Che'l me ten là a giornada volentera, 
E lor per quest hin comè malcontent. 

Ma se'l fuss anca vera quell ch'han dilt, 
Creden fors che voress passali a maa, 
Se'l Patron renonziass i Zenevritt? » 

Nanch per insogn, perchè al cas dispera a, 
Quell ch'hoo già ditt in vun di mee sonitt, 
El torni a di, che pienti ca a Novaa. 

Chi sarav disgraziaa 
In suppost che'l dass via Scerian, 
El sarav el nost pover Balandran, 



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56 



Pader Vicari l'è chi prest el di 
De la sova partenza e de la mia; 
L'è fornii la cucagna e la legna* 
E Tè fornii *ì bon temp per lu e per mi. 

Ghe foo la scusa se Fhoo faa immatì, 
Se gh'hoo faa minga bona compagnia , 
£ s'hin poch i scacch matt che'l porta via, 
Ghe'n daroo tant pussee per l'avegnl. 

Benché, sei VOress di la verità a, 

Me par anca d'aveghen pettaa su 
In poch temp ona bona quantitaa. 
Minga per me savè, per mia virtù, 

L'è che a giugà coi s'cansc se giuga maa, 
E fin che'l giuga insci no'l vene mai pu. 

Vedel s' hoo faa anch per lu 
La sova part de vers? che'l se contenta, 
O per di mei, che'l vaga minga in grenta, 

E se'l baston le tenta 
De vendicass contra de Meneghin, 
Che'l se regorda che Tè capuscin. 



• 



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5; 



Tant fìacass, tant maneg, tant fa, tati t di. 
Tanta premura de pienlà Soree, 
Per andà a sta dovè? ve'! diroo mi, 
Per andà a sta tra quatter montagnee. 

Tu mo dirii : mi stoo mei là che chi, 

Gh'hoo'l sur Strige-Ila, sont arent ai mee, 
E pceu, che bei reson! me pias insci, 
Vuj fa a me mceud che scampa roo pussee. 

Va ben, tutt coss va ben, raa'l fati l'è quest, 
Che quij là cert hin minga i vost pajes, 
E de sto cambi lui da pentiven prest 

Soo'l voster naturai, e glie foo guaja 

Che vu stessa hii de dì da chi a poch mes: 
Povera mi, sont propri in vali Travaja! 

In Domm cP oa ficen. 

Sti benedett varceul, car sur Papà, 
Me rompen on tantin la devosionj 
Se no basta de damm poch de mangia, 
Aneli quell poch che me dan l'è minga bon. 

Vorrev che'l comandass a quij de ca 

De damm quai coss on poo de conclusion, 
E i pastrugn che me poggien de disnà 
Barattai in polastcr e capon. 

E riguard ai varceul, dis Manetta, 
Comè vegnen se fa comè se po, 
Pur che adess no se staga a la dietta, 

Ponn auch speccià a vegnl treni' agn anmò, 
Ho donch de sta tant temp a la stacchetta? 
Mi sta borlanda la me quadra 119, 



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58 



In nomra del medemra. 

• 

Mi stoo benissem chi del sur Sci'oeu, 
Dove per mi l'è semper carnevaa; 
Solti, tripilli, giughi coi fioeu, 
E ni è pu car Soree che nè Turaa. 

Farevv scrittura, comenzand incoeu, 

De slamen chi tult l'ann longh e tiraa, 
S'avess anch de mangià polt e fasoeu. 
Per possè god sta cara libertaa. 

Chi no gli' è minga tanta snggezion, 
Chi se va altorna a spass comò se voeur. 
Chi no me vedi mai a fa muson. 

Chi, sur Papà, me senti a slarga'! coeur, 
Chi sto ben de salut, in conclusion 
Sont squas in stat de ringrazia i varoeur. 



Fraa, che sii fraa, per ess vestii de fraa, 
Finalment me n'accorgi che vorii 
Che se mordignem comè can rabbiaa, 
Se però per ess fraa Tè assee'l vestii. 

No vorrev minga, a divv la veritaa, 
Tacca desgust con vu che soo chi sii, 
A taccà lit coi muj, m' insegnarli, 
Che se va sempr'a ris'c de fass del maa. 

Ma pur quand fuss a quella, in d'on garbuj 
No sont minga insci facil a s treni imm, 
E gh'hoo poca pavura anca di muj. 

A tocca i olter no sont mai el primm, 
Ma se on olter me tocca, oh! allora vuj 
Chci senta de che gust hin i mee rimm. 



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5 9 



Ona scatola bella, oa beli tablò, 
Cont su quij figurimi espress al viv, 
Che a remira] me pareri domi fettiv. 
De famm vegoì di tenlazion ancamò. 

£ dalla a vun che'] la meritta no, . 
Quest Vè on effett di io prerogativ, 
Vuj mo di che per fa sti donativ 
No ghe vceur che on cceur grand comè V è '1 

Sura Marchesa, gh'avaroo la gloria 
De legni tutt allegher e content, 
Fin che tiri tabaccb, sta soa memoria. 

E la sarà da mi semper stimada 
Per tucc i titol, ma pria cip al me nt 
Per la preziosa man che me l'ha dada. 



Giacom, te preghi , mett la berta in sen, 
E fa che'l sìa quest l'ultem sonett: 
Parli per to vanta ce e per to ben, 
Se però t'ee piasè de viv quiett 

Disi, se t'ee piasè de schivà i pien, 
No me sciuscià la cova, e no me mett 
A Timpegn de di su quell che ven yen, 
Che già te see ch'ho tajaa ben el filett. 

Contentet donca de quell poch ch'hoo dìtt, 
- Innanz che vaga a pesca tropp sul fond 3 
E che infin te desquatta i altaritt. 

Allora no te podet pu respond, 

Anch quand te fasset fa milk sonitt 
Dal to dottor Ristor, o dal Raimond. 



6o 



E sto birbin, Carat, e sto cavali? 

Q u and eel ch'hii da risolvev de fa on spi eh? 
Ben vu, basta che voeubbiev, podii fall, 
Senza vost gran discommed, chè sii rich. 
L'è mi, che anch quand vorress, no poss comprali, 
Perchè sont sbris giust comè Tass de pich, 
E de maross gh'hoo ona famiglia ai spali, 
Che in scambi de cavaj la voeur di mich. 
. Ma vu che no gh'avii, comè dis quell, 
Nè (ìceu nè cagnoeu, casciei a man 
Quij poch che tiree foeura dal campelL 
Mi che vorrev fa de sti vitt de cani 
Strassudà, sforaggiass e toeuss la peli 
A fa di mia per el pu a pescianl 

E per arida a Milan, 
Dovè semper fa strazi de no di, 
Cerca on cavali de chi, V alter de H, 

A de sii sagher chi , 
A sta canaja porca bolgironna , 
Che innanz che dà '1 cavali a ona personna, 

Daraven via la donna. 
Vu mo dirii t gh'è quell del fornasee: 
Cossa m'importa a mi? Fé ben on belee 

Che no po nanch sta in pee; 
E poeu doma con vun no fee nagott, 
Ghe'n voeur propri duu bon de tacca sott, 

Ch'abbien sett agn o vott , 
E pceu ghe voeur sta birba o sto birbin 
De speud ona trentena de zecchili. 

Sii poeu on re piscia in; 



■ 



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6i 

L' è pur anch on gran corninoci quell de vess 
Settaa in d'ona carroccia, o in d'on calcss, 

Cont de la gent appress, 
E fa di bonn trottad: vorrev possè, 
Che anch mi no vorrev pu andà attorna a pè. 

Ma perchè no ghe n'è, 
Besogna che me sforza, e Tè per quest 
Ch'avarev geni che'l tujessev prest, 

Perchè cont el pretest 
De god la vostra cara compagnia, 
Che V è la pu graziosa che ghe sia, 

Quand veguess d'andà via 
Gh'avarev, senz'incomraod de saccoccia, 
El beli piasè de viaggia in carroccia. 



Mi no soo no, quand foo 1* orina netta 
Che l'è H propri del. so beli color, 
L'è allora che besogna che me metta 
Subet in lece e fa vegnì '1 dottor. 

E quand la foo con dent de la sabbietta, 
Piena de fescia e piena de calor, 
L' è quand mi godi ona salut perfetta, 
E me senti tutt forza e tutt vigor. 

Mi no soo minga coss'el voeubbia di, 
Soo ben che l'è quai coss de singoiar 
Che'l par nanca da cred, e pur l'è insci. 

I olter tegnen per on segn sicur 

D'avè'I medegh in culi quand pissen ciar, 
E mi inscambi l'hoo in culi quand pissi scur. 

Quij ch'ha faa di gran cur, 
Ch'han fa'l medegh on pezz e ch'hin bpav omen , 
Vorrev che me spiegassen sto feuomen. 

PftLUZZONI 6 



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SI, veguarev a Scenari a disnà, 

Sur Curat me patron, se '1 fuss temp beli, 
Ma '1 ved che l'acqua la ven giò a rebell, 
E mi no vorrev minga andà a nega. 

On poo d'on dì che gh'hoo giust poch de fa, 
Che, per el pu, gh'hoo seraper quai gabell, 
Che sont cercaa d'impresta via la peli, 
Sur si che'l temp el me sequestra in cà. 

Perdi on disnà, ma quest 1' è '1 manch che sia, 
De sii disgrazi chi ghe 'n pensi nanch, 
L' è che perdi oua bella compagnia. 

Se vegneva a cà sova s'era franchi 
De trova là quai coss che mett legria, 
Che soo de che bon gust 1' è '1 curat Bianch. 



Preghi la sura Livia in carìtaa 
A fa bonn'opra press a so mari, 
Per fa che'l matrimoni concertaa 
Con la Bellarìa el possa reussl. 

La savarà che semm tucc duu brusaa, 
Che mi vuj quella, e quella me vceur mi , 
Ma che no podemm minga ess consolaa 
Se'l sur Carlo Francesch no'l dis de sì. 

E per (ali dì de sì, ricorri a lee, 

Pront se '1 besogua a iugenuggiainm denanz , 
E mett la lengua dove la gh' bei i pee. 

In lee reponni donch i mee speranz; 
Se la s'impegna a m'è favor, l'è assee, 
Per fa che'l me negozi el vaga innanz. 



63 

In lod del Tarn. 

Qui] hin ben poesij ch'el m'ha mandaa: 
Giuradianabacc! Quell eh' è on ingegni 
A leg quell liber sont restaa de legn; 
E pien d'invidia hoo ditt: Per mi boo scuccaa» 

Credeva ben d'ess di niatricolaa 

In la Badia, ma poss toeu via el segn; 

Podi sparmi de mettem a l'impegn 

De fa vers, e brusà quij eh' hoo già faa. 

Oh Tanz, car el mè Tanz, perchè set mort? 
Brutta Caterinin di costajoeur, 
Possibel che te posset mai sta fort? 

Quant mai, striascia, t'è soltaa in del coeur 
De manda a spass on omm de quella sorti 
Ma già l'è insci, se gh'è vun bravo, el raoeur 

Sora a Giovami Gali. 

Guardee che beli vedè fa Giovann Gali 
Quand el va attorna a spass sul so cavalli 
Se guardee adoss al Gali, vedii el cavali; 
Com'hii veduu el cavali, hii vist el Gali. 

Secch, magher e bislongh l'è Giovann Gali; 
Magher, bislongh e secch l'è el so cavali; 
El Gali l'è longh de coli comò el cavali; 
Guzz de muson el cavali, guzz anca el Gali. 

Se toeu di voeult el Gali per el cavali; 
Di voeult se toeu el cavali per Giovann Gall^ 
Perchè paren vun sol GaU e cavali. 

No se cognoss, guardand cavali e Gali, 
Se staga sott el Gali e su el cavali, 
Se el cavali staga sott e sora el Gali. 



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64 



A vun rh'el vanir fa el poetla, e V è minga in cas de podell fa. 

Per corregg el sonett che m'hii mandaa, 
In grazia che no gh' è nè indrìzz nè in vers, 
No gh'è che de muda quattordes vers, 
Per fa pu prest, a div la veritaa. 

Se mi vel correggess, sont obbligaa 

A andà a confessamm subet del temp pers: 
Glie voeur on tir de penna per travers, 
E mett giust come nanch l'avessev faa. 

Orsù lassee fa vers a chi sa fai; 
Diversament ve farii rid adree, 
E farii ona figura de sonai. 

El par nanca de cred che no sappiee 
El proverbi ch'el san fina i bagai, 
Quell che dis: OfTellee fa el to mestee. 

Sora a on' epidemia che gh'fc staa a Soree» 

Sont chi mi pover pret mezz mort in pee 
De la malinconia e del spaghett, 
A vedè che asquas tucc in sto Soree 
Vun dopo Folter tiren i colzett 

Chi se sballa, e no gli* è nè lu nè lee: 
La mort a chi ne dà, a chi n'inpromett: 
Sloll negher, sotterrò, eros e carice 
L'è rar quell di che possen sta qui'ett. 

Se la va de sto pass, Soree l'è in tocch; 
Ven minga duu o trii mes che no glie resta 
Ona donzena d'otnen eh' è tant pocch. 

A ona brutta desgrazia com'è questa, 
Se noi ghe mett la soa man san Rocch, 
Yedem toraaa ancamò Tann de la pesta. 



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65 

Sul dovè muda la servitù tropp de spesi. 

Anca sto mobel che me riva a de ss, 
De quell che vedi a la iisonoraia, 
Pocch su pocch giò, me par ch'el sia l'istess 
De l'olter de Pojan, ch'hoo mandaa via: 

Talché se noi fuss minga on cert rifless, 
Ghe vorrev fa toeu el boria quand se sia; 
Ma quell baratta gent insci de spess, 
Capissi anmì che L'è ona gran pazzia. 

E poeu cossa dirav chi i mee vesin? 

Che incoeu toeuji ona donna, e posdoman 
A la pu longa la fa sant Martin. 

Ponn di che sont cattiv, che sont on can, 
E che fan i mee serv ristessa fin 
Che fa tucc i fattor de Surian, 

Ai sciori N. N. per on so popò beli , ma beli ben. 

Vuj che on pìttor ci ciappa in man el pennell 
Per pittura on fioeu come l'è el so; 
Vuj ch'el ghe metta tutt el so cervelli 
Ma vuj in fin ch'ei ghe riessa no, 

Quest Tè on bambin de Lucca, propi beli, 
Grass per el latt preziós che ghe fa pròj 
Oggitt negher e splendent come steli, 
E do bej ganassinn bianch e ponsò. 

Bell nasin, beli bocchin semper rident; 
Allegher, spiritos che l'è on incant, 
E ben costmtt in tutt el rimanent, 

Bell el pader, la mader, e pertant 
Mi no ghe troeuvi de stupiss ni'ent 
S'è vegnuu fcwra el frut segond i piani, 

6* 



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66 



Retratt cP on Ost. 



* - 



On omm de treutasett o trentott' ago , 
De mezzana statura, tene in volt, 
Magher e brutt, coi cavij bise e folt 
D'ona manera che no gh'è i corapagn; 

On omm che el so mestee l'è taja i pagn, 
Amis di pocch de bon che ghe dà ascolt; 
Villan, che mangia pan de mej e poh 
Per fa bastrozz, e mett inà i guadagli. 

Nerais giuraa di pret; somenador 
De zizzania per mett di lit in pee; 
Ippocret a la festa, traditor; 

Ona fisonomia de giudee; 
Avar, critegh, superb, cojon, dottor: 
Induvinee chi l'è? l'osi de Nusee. 



Che noi se ris'eia no, sur Avvocali, 
A defend quij cisquitt col so Dottor, 
Perchè ghe soo di mi, che in fin di fati 
El ghe reussirà con poch onor. 

Hin lor, V è minga lu che Iiann de scombatt 
E fa vedè in sto cas el so valor; 
Se pceu quij poveritt gh* hann minga el piatt 
De respond per i rimm, tal sia de lor. 

Cossa vceurel defend, per caritaa, 
Di mal lengu, che me dis che robbi i vera 
Per famm perd el conzett ch'hoo già quistaa? 

Che se defenden lor, Tè on cas divers: 
Ma toeuss lu de stii impegn, scior, el fa inaa; 
Ghe diran l'Avvocat di caus pers. 



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6 7 



Perchè el Peliscion ci vegniva Invidia a Castellate 
doma quand fava gran fregg. 

Doma quand gii' è la nev avolta on brazz, 
Quand i giornad hiu brutt e i strad cattiv, 
E quand el fregg l'è in grad superlativ 
Me ven l'invit grazios per Castellazz. 

Ma quand Tè el bon de god quell beli palazz, 
Che l'aria Tè scoldada, e Té beli viv, 
Mi no me cerchen, e no soo el motiv: 
B esogna che me teguen de strapazza 

O che me creden peliscion davvera, 
De mett, quand el fa fregg, e de tceu via 
Àppenna comenzaa la primavera; 

O che no soo nanch mi come la sia: 
El fatt l'è che se fan in sta manera, 
Comenzaroo st' inverna a sta in ca mia. 

Insci con polizia 
Faroo capi a quij sciori ciar e nett 
Che no sont Balandran de toeu e de meli. 



68 

A ona donna desgarluda che gli 1 è veglimi tanto de goss. 

N'hoo piasè che te sia vegnuu el goss; 

N'hoo piasè, n' hoo piasè: magara insci 

Ten vegness (Veura on olter pussee gross; 

Ch/el sarav propi quell cbe cerchi mi; 
Perchè te me guardavet nanch adoss 

In temp che sera tutt amor pev ti; 

Perchè tane voeult che t'hoo cercaa di coss 

Lecit e onest, no t'ee mai ditt de si: 
Perchè con pu te fava di finezz, 

Con pu mi bacol te correva adree, 

E ti te me trattavet con del sprezz. 
Ten mo de cunt la piva che te gh'ee, 

E disingannet pur che i tò bellezz 

De compensa el defett n'hin minga assee. 

Adess set chi te see 

Cont al coli quell boccon de mercanzia? 

Te see ona donna di pu brutt che sia. 

, FThoo gust: toeuj porta via; 

Chè te bofiavet tant: Bofia > cojona; 

E boffet via el goss se te see bona. 



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6 9 

A la miee de \un ch'ha nom Giorg, 

Disa Giorgia chi voeur, che per mi tant 
No disi Giorgia pu, principalment 
Che a dì Giorgia a di domi on poo ignorant, 
Tnterpreten sto Giorgia malamente 

S'hoo ditt Giorgia, hoo ditt Giorgia in tant in quant 
Hoo creduu che a dì Giorgia el fuss nient: 
De fatt Giorgia coss'eel? L'è on nom d'on sant; 
Donca se po digh Giorgia liberment. 

Ghe disen Giorgia tucc quij de Soree: 
L'omm che la gh'ha l'è Giorg; Giorg el mari, 
Hoo creduu che fuss Giorgia la miee. 

Se poeu a digh Giorgia no la voeur senti, 
Se gh'hoo semper ditt Giorgia de chi indree, 
Ghe diroo Giorgia pu per Tavvegnì, 

Quest ghel prometti mi; 
Via che, essend tant solet a digh Giorgia, 
No disa Giorgia senza che m'accorgia. 

Sicché donch, sura Giorgia.,. 
Daj con sto Giorgia! Vuj digh Giorgia nò; 
E in Tistess temp che disi Giorgia anmò, 



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7" 

* 

Al sur Arlon che Pha avuti de dì fora i gamb de PAulor. 

Soo che fan brutt vedè sti mee gambeti, 
Ch'hin gamb de tisegh, mal organizzaa; 
Hin senza grazia, hin come do stasgett, 
Suttil e secch a segn che fan pietaa. 

Coss'hoo de fagli, se sont nassuu imperfetta 
Se la natura la m'ha cojonaa? 
Diran tucc che riguard a sto defett 
Mi no ghe n'hoo nè colpa nè peccaa. 

Quell che poss fa in sto cas, l'è pregali hi, 
Che per sgonfià l'ha on don particolar, 
A vedè de faj cress quaicoss de pu. 

Oh sì che quest el me sarav de car, 
E lodarev con gust la soa virtù; 
Ma per mia cjesgrazia no me par, 

Com'hoo de parlagh ciar, 
Che possa sgonfià gamb el sur Arlon: 
El so mestee Tè de sgonfià i mincion. 



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Sulla poesia che ha per (itolo: 
Ad re ss de Mene ghia Tandoeuggia al prenci p Eugem. 

Hoo leggimi jer on cert componiment, 
Che per disgrazia m'è vegnuu in di man, 
Faa sora i Spos Real ultimament 
Da on tal Menegh Tandoeuggia de Milan. 

Hin de Tandoeuggia i vers, i sentiment 
Hin de Tandoeuggia, i rirnm de Tananan; 
Quell poeu eh' è de Tandoeuggia veramente 
L' è quell parla in quij termen a on Sovran. 

Se all'autor gh'avess de da on consej, 
Mi gh' el darev, e gh' el darev perfett, 
Che nissun d'olter ghen darev vun mcj; 

E già vui dill, poss pu tegnill secrett: 
Tucc i coppi eh' è in gir cerca d'ave], 
Q uand s' hin avuu drovai de fassel nelt. 

El minga on beli progelt? 
Insci andaraven tucc in quella bceuggia 
A onor e gloria de sto scior Tandoeuggia. 



7* 

Sullo stesso soggetto, 

Car ci me sur Tandoeuggia, compatimm 
Se v'hoo faa quell sonett ingiurios 
Sora el componiment de quij tai Sposi, 
Sprezzand i vers, i sentimcnt, i rimiri. 

Ho toh on sbali gross, sont chi a desdimm; 
1/ è staa perchè sont tant invidios, 
Che ho daa dell' ìgnorant a on virtuos, 
Al sur Tandoeuggia poelon di primm. 

Confessi che V è beli olter che insci 
Quel vost Epitalami , e me despias 
De no vess bon de fa olter tant anch mi. 

Come ghe pensi no me poss dà pas; 
Credeva d'ess quai coss, e poeu ecco 11, 
Che gli* è on Tandoeuggia che me bagna el nas: 

Mo sì che sont al cas 
De mett tucc i meo seria in quella boeuggia 
Dove vorreva mett quij del Tandoeuggia. 



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?3 



Sullo stesso soggetto. 

Tandoeuggia, dove set? lasset vedè", 
Che coi fatt toeu me vuj congratula. 
Qui) toeu vers milanes m' han daa on piasè, 
Che a dilla giusta noi poss nanch spiega. 

De tucc i Meneghitt, quant mai ghe n'è 
No gh' è de faghen, te see ti el papà; 
T'ee faa quij ottav al noster Viceré, 
Che pu grazios d'insci no se ponn fa. 

T' hoo cercaa dappertutt , te cerchi anmò 
Per famm amis, per consultamm con ti; 
Ma dove set, che no te troeuvi no? 

A sta manera te voeu famm mori ? 

Prima donch de cognoss, on omm par tò, 
El Balestreri, el Magg di noster dì? 

Ah che dolor per mi, 
Se per disgrazia avess d'andà in la boeuggia 
Senza podè cognoss el mè Tandoeuggia! 



Pellizzom 



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74 

Al sur Don C . . . V . . . 

Me rincress fina mai: giust el primm ann 
Ch' hoo l'onor d'avegh lu per me patron, 
Voeur l'azzident, contra la mia intenzioni 
De dovè ri tardagli quij quatter grann. 
Gh'è'l so fattor, su quest, che '1 fa '1 malaon 
Perchè hoo manca a a la mìa obbligazione 
Senza capì che Tè per la reson 
Che sont sta via de cà tre settiraann. 
Adess mo'l ficc l'è chi già preparaa, 

Che'l vegna quand el voeur quell seccador, 
No vedi l'ora anch mi d'avell pagaa. 
Per quant ghe n'abbia de sti ereditar , 
Disi la mìa santa veritaa, 
Chi me cascia pu cold l' è '1 so fattor. 

Ma adess che soo el tenor 
De sto bon galantomm, che sont al falt, 
Da chi innanz vui pagali prima de batt, 

Per no deventà matt, 
O sìa per no fa che '1 torna a di 
Quell me rincress a digkél: che per mi 

Noi poss nanca senti; 
El par, cont on parlà de quella sort, 
Che '1 sia li per intimamm la mort. 

Fin che'l se metta al fort 
Con di mal paga, tant ghe vedi dent, 
Come se dis, on poo de fondamenta 

Ma fa tant ruzz coti gent 
Che se gh' han debet cerchen de paga j , 
L'è, me rincress a dighel* on sonaj. 



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75 



Allo stesso, 

Appenna se po di che me desponi 

Per el so invit grazios eh' hoo già azzettaa 
Fio a d' injer, senza fa zerimoni, 
Ecco chi che la nev m' ha canzonaa. 
Vedel rao se ghe cunti di fandoni, 
Quand ghe disi che sont desfortunaa: 
Zitti sta fiocca chi per testimoni 
Che quell che disi V è la veritaa. 
Credeva franch d'ess chi per stamattina 
A fa i cunt anca mi, ma i cunt però 
Cont el so ragionatt de la cusina; 
E poeu per la gran fiocca che gh'è giù, 
Che la voeur ess stoo mes la mia rovina , 
Pover mi! pover mi ! poss vegnl no; 

Tant che la va de do; 
Me doreva la gora fin d' injer, 
Incoeu mo la me doeur in do maner. 

Ma'l manch di me penser 
Hin sti freggiur, el sur Don Carlo el sa 
Ch'hin miss insemma apposta per scherza; 

E che se ghe voo in cà 
Ghe voo per god la sòa compagnia 
E per riguard al coeugh Vè'l manch che sia 

Ghe voo per spassamm via, 
Per recitagh quai vomita on quai sonett, 
O verament per digh di barzelett, 

Inerent al soggett 
De quell tal, me rincress* che '1 sa poeu lu; 
Voo per giugà a tarocch, diroo de pu: 

Ghe voo per catta su 
Ona donzenna e mezza de scacch matt. 
De già eh' hin li quij che m' ha faa '1 retralt. 



7 6 



Allo stesso. 

Gh* ho daa segher e mej , gli' ho daa forment, 
No ghe va pu nagott, che sappia mi; 
Adess mo eh* hoo pagaa sont tutt content , 
L'ha fenii el so fattor de famm stremi. 

■ 

Quell, me rincress a dighe! , finalment 
Ch'el me dava ona penna de no dì, 
E l'èva fors el me maggior torment, 
No'l sentiroo mo pu per Tavvegnl. 

Ma se mai con queir onim me succedess 
De tarda on (ice ona quai voaulta in fall, 
E cb/el tornass a dì quell, me rincress* 

Car sur patron, me raccomandi a lu, 
die 1 le faga tasè quell seccaball, 
Che mi quij brutt paroll vuj sentij pu. 

Allo s lesso. 

• 

Donca per ess staa in cà sti duu o trii di 
Puraraent perchè sera on poo ammala , 
Lu l'ha creduu che fors fuss desgustaa, 
E che per quell no vegness minga chi? 

El so tratt amoros, massim cont mi 
Che no meriti tant, i soeu bontaa, 
Che '1 renden on soggett degn d' ess ama a. 
No ghe dan minga camp de pensa insci. 

Ch' el me scusa, l'ha toh on sbali gross, 
E ghe soo dì che se me fuss accort 
Ch' el podess ideass de sti brutt coss , 

Per levagh via on scrupol de sta sort, 
S'avess avuu tucc i malann addoss, 
Correva chi se fuss anch staa mezz mort. 



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77 



Allo stesso. 

Fin de quand V è staa là con quella sciora 
Sarev vegnuu pur tropp se fuss staa san; 
Ma 'l ved aneli, lu , se tratta de la gora 
Che V è la strada dove passa el pan. 

Ch' el lassa, sur Don Carlo, che mi'ora, 

Come speri, on quai poo tra incoeu e doman, 
E poeu sont scià; che anch mi no vedi l'ora 
De god i sceu finezz a Scerian; 

Prinzipalment che adess sont in impegn 
D'ess chi per ringraziali tant e poeu tant 
Ch' el se degnaa fin de mandamm el legn. 

Me sont minga servii, ma lu intrattant 

L'ha faa vedè '1 so coeur, e l'ha daa on segn 
Ch' el ghe voeur on gran ben al so pisonant : 

E quest che '1 se da '1 vant 
D'ess on orara che cognoss i attenzione 
Ghe ne voeur olter tant al so patron. 



7' 



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7 B 



1 



Se l 1 è vera quell tant che m' han cunlaa 
D'ona paesana poch lontan de chi, 
Che a dagh del pel de vun che sia spailaa 
La gh'ha tanta virtù de fall guarì; 

Questa per bio! l'è ona raritaa 
De tra lócch chi se sia; e se V è insci, 
Vorrev pregalla d'ona caritaa 
A favor d'on soggett che soo poeu mi. 

Vorrev donch impegna sta brava stria 
De guarimm on cert tal mè conossent 
Che'l pu spailaa so minga se'l ghe sia. 

Ma senti poeu, cont mè rincressiment, 
Che per cert spalladur la soa magia, 
Anch' a dagh tutt el pel, la var nient; 

No V è fettivament 
Che per cavaj, per boeu, per can, per cagu, 
E i po ver omeh s' hin spailaa , so dagn. 



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79 



Bravo, dotlor Luzin, seguitee pur 

A fav onor conforma hii faa a Soree, 
Ch'avii salvaa tane pover creatur 
Ch'eran già pu de mezz in del carlee. 

Ve diroo ben che cont quij voster cur, 
Parland adess per scherz, me sassinee; 
Nun pret che vivem sora i sepoltur 
Come no gheroni di niort, no ghemm danee. 

E giust per vu no savarev nanch dì 

Quand glie fuss staa on cadaver de mett via, 
Àlmanch per quell che me regordi mi. 

Gli' abbien sii nost villan che maa se sia, 
Vu sii quell medegh che je fa guarì 
Se fudessen magara in angonia. 



Minga per fa on regali a on cavalier, 
Che ghe vorav di coss pu che perfett, 
Ma tant d'avè on moliv de fa on sonett, 
Ezzellenza, ghe mandi quatter pér. 

U è chi tult el prodott di mee spaller 
De l'ann mila sett cent settanta sett, 
Unica frutta del me giardinett, 
Che per fortuna hoo preservaa dal gér. 

E me rincress che no gh' en sia assee 
De fa vedè el bon coeur del Pelliscion 
Vers la soa degnissima miee. 

Ma me figuri che ona quai porzion 
Naturalment gh/en toccarà anca lee, 
Che a mangiai soli no paren nanca bon. 



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8o 

■ 

t 

Giusepp Antoni Turch quell gran dottor, 
Quell' asen doma bon de dà la metta, 
Me cunten ch'el segrina e ch'el cospetto, 
Ch'el tra bava de rabbia e de dolor. 

E tutt perchè '1 pensava d'ess prì'or, 
Per queir ambizionascia marcadetta 
De fa de capp e comandà a bacchetta, 
Come '1 fuss lu Y ezzellentissem scior. 

Ma per sta voeulta la gh'è andada busa, 
L'han traa de scagn affacc. Oh pover ost! 
Adess l'è quand el se va a tra in la Gusa. 

Pover strimbijn, cred che'l vorav puttost, 
Ne soo nanch dì, de tant che la ghe brusa, 
Giontagh la donna, che ne perd quell post. 



L'è ona disgrazia ess in d' on lece maraa; 

L'è ona disgrazia ess sbiocch dopo ess staa scior. 

L'è ona disgrazia avegh di creditor 

Che ve manden i sbir per ess pagaa. 
L'è ona disgrazia l'ess mal raaridaaj 

Ona disgrazia l'è che mett orror 

L'avè di lit d'incommodà i dottor, 

Che ve spedissen come v'han sbiottaa: 
L'è ona disgrazia ess orb, ess sord, ess mutt; 

L'è ona disgrazia el perd robba e danee; 

L'è ona disgrazia ess difettos , ess brutt : 
El nass cadelt 1' è ona disgrazia anch lee ; 

Ma la disgrazia che sorpassa tutt 

L'è propri quella d'ess na,5suu on badee. 



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8i 



s 

Sur Don Carlin, ghe vorrev fa on progett, 
Ma soo minga de fa ne ben nè maa, 
E pur vuj fall, e se r l me ven scartaa, , 
Poss semper di, Tè staa per fa on sonetr. 

Vorrev digh, ma che i coss staghen secreti, 
Che se mai el fuss stuff del celibaa, 
E che'l fudess in pienna libertaa, 
Ghe sarav fors per lu on gran bon soggett; 

Ghe sarav ona tosa propri bella 

E bona tutt quell mai che se po dì, 
De no trovann on' altra mej de quella. 

Se'l se risolv, l'ha de parla cont mi, 
Che ghe l' insegnando se'l voeur vedella, 
E se le ved, sont franch che'l dis de si. 

A soa Ezzellenza el sur Coat Don Igoaxi Cajm. 

No poss che ringraziali del beli favor 

Ch'el m'ha faa, el me sur Cont, stapodisnà, 
Cont el deguass de famm compagna a cà, 
Denter in la soa birba come on scior. 

Ho ditt, tra mi, sia ringraziaa'l Signor, 
Che con tutt i demeret, el me dà 
On Cavalier che semper el me fa 
D'amis, de pader e de protettor. 

Incceu, sto so birbin massimamerit, 
Ch'el creda che l'è vars tutt i danee, 
Perchè gh' aveva on poo del lasagnent. 

Ho pacciaa fina mai, e giust per quell 
No sera in stat de pescianà a Soree, 
Che stanti a moeuvem com' hoo pien la peli. . 



8a 



Allo stesso. 

Sicché, Ezzellenza, el voeur famm dà on cavali? 
Insci m* é staa cuntaa dal so fattor; 
Siel ben benedetta quest Tè on favor 
Che no mett minga a cunt a re fiutali. 

Quest besogna ben di che Tè on regali 
Che no le fa nessun via d'on gran scior, 
E mi procuraroo de fagh onor, 
Né mai desmettaroo de ringraziali. 

Siel pam beli o brutt, piccol o grò ss, 
Siel savol, o piv, stornell, rovan, 
Ezzellenza, per mi l'è bon tutt coss. 

Purché noi sia on quai cavali balzan, 

Senza eoo, senza gamb, senz' oeucc, senz'oss, 
De quij che dà i nizard sul fabrìan; 

De quij n' hoo avuu a Milan 
Domà vun sol, e quand me setti giò , 
Con tutt che '1 sia treni' agn , en senti anmò. 

E se l'è insci anca'l sò, 
Hoo V onor de visà vostra Ezaellenza , 
Che de sti bej regali en scusi senza, 



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85 



Mi no me foo stupor nì'ent affalt 

Ch' el nost Polaster voeubbia toeu miee, 
Se '1 fa quell che fa i olter de Soree, 
No gh'è nessun motiv de dagh del matt. 

A toeu ona donna no V è già on misfatt , 
Hin però robb che va per i soeu pee! 
S'el voeur fa cress i puj in del polee, 
La pollarla la vegnarà a bon patt. 

£1 fors da dì ch'el sia minga bon! 

L' è bon anca tropp, e no se po negali; 
No l'è polaster? s'el fudess capponi 

E a sti dottor che voeuren criticali 

Ch'el diga pur, a nomm del Pelliscion, 
Sont polaster e poss deventà gali. 

i 

A la sura Gioconda Cajma. 

Femm pas, sura Gioconda, scià femm pas, 
E no parlemmen pu de quell di' è andaa: 
Confessi che me sont porta a on poo maa, 
Perchè gh'hoo faa on sonett che gh'è despias. 

Ma nanch per quest l'ha minga de fann cas, 
Se dis de pu e de manch quand s'è rabbiaa: 
Anca mi che me vedi soppedaa, 
Per bincio bacco la m' è andada al nas. 

Che mi come comenzi a perd la scrima 
E taccà lid in vers, a revedes, 
Lassi corr quell che ven per fa la rima. 

Orsù, mettemm de part sti nost contes, 
Femmes amis anch mo come de prima, 
Scià, tocchemela su, cinqu e ciuqu des. 



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84 

Alla stessa» 

Hoo faa mett giò in giardin sta primavera, 
A tutta spesa senza economia, 
Ona spargerà granda de man era, 
Che in sti contorni l'è di mej che sia. 
Ad ess mo, sciora, tocca a lee a famm cera, 
E lassa coir quai att de cortesia, 
E ghe prometti che sta gran spargerà 
La sarà pussee sòa che nè mia. 
De meneman che vedaroo a spontà 

Tutt i sparg pussee gross, i sparg pu bon 
Saran de la Gioconda de mangia. 
Vuj che la gh' abbia sparg a colazion, 

Tutt quell mai che ne voeur, sparg a disnà 
E sparg anch alla sira: in conclusion 

S' hin quij la soa passion , 
A tenor de quell tant che l'ha m'ha ditt. 
Sta voeulta mo vuj scceudegh el petitt. 

E no saran spargi tt 
De fagh dervì la bocca per nagott, 
Ma ghe sicuri che saran spargiott 

De fa restà al dessott 
Quij de Sant Angiol, eh' hin i pu slimaa, 
Per lunghezza, grossezza e per bontaa; 

Quest Fé quell che hoo fìssaa 
Per vedè de s tuffili a, se se poj 
E se tucc sti gran sparg hin assee no , 

Che ne vorress anch ino, 
Mo soo pu cossa fa, nè cossa di, 
Se no me foo tutt in don sparg anch mi. 

■ 



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85 

* 

A soa Eixcllenxa d sur Cont Don [gnasi Cajmm. 

Eren già i nlvol pregn, e tutt on bott, 
Giust in quel pont che viaggiava mi, 
S'hin me u u a tucc insemina a partorì, 
Tant per avè'l piasè de cattamm sott. 
£ giò, senza podè schivan on gott, 
On' acqua che vegneva a tutt vegnì, 
Propri de quella che se fa senti, 
E che passa de sbalz fina sul biott 
Sera Iavaa denanz, lavaa de dree; 

Lavaa '1 eoo, lavaa i spali, lavaa tutt coss, 
Comenzand dalla scima fina ai peej 
Infin gh' aveva tanta slenza addoss 
Che no podeva ess inzuppaa pussee, 
Se fuss sta quatter dì dent in d'on foss; 

£ de sora maross 
Gh' aveva l'acqua del boffett denanz 
Che me s'giaccava in del mostacc de slanz. 

Sebben Fera d'avanz 
Quella che me vegneva per drittura, 
Anch senza la seconda strolladura 

Per la bonna misura; 
E pur in mezz a quest sera content, 
E ne me sont propri inquietaa ni'ent 

Nè tant manch st'azzident 
Vuj mettel in del numer di desgrazi 
Per ess staa insemma del sur Cont Ignazi, 

Che no sarev mai sazi 
De god la sòa cara compagnia 
Anca a despecc de che brutt temp se sia; 

E se Tè stada mia 



Peluzzoki 



8 



86 

La slenza eh* è vegnuu in quel! vìagg, * 
Cossa fa quell? L'è anca me'l vantagg 

D'ess cont on personagg 
De tanta distinzion come l'è hi, 
Che no se po desideri de pu. 



Ubald, o che sii pret, o che no sii, 
O che sii pret postizz de tceu e de meli, 
Mi no foo goss: ve parli ciar e nelt, 
No r è da sazerdott quell vost vestii. 

No l'è da sazerdott, se me credii 
Che sìa Cristian, quell vost col leu, 
Quell m arsi ni n color de zoffreghetl, 
Cont i botton d'argent e tutt guarnii. 

Chi v' ha tolt tutt on bott per on Frances , 
Chi per on mascher, chi per on soldaa , 
E mi v' ho tolt per on milord Ingles. 

Ma quand v'emm vuu ben ben desfiguraa , 
Tant mi, come tucc quij de sto pajes, 
Ve giuri d'omm d* onor che semin restaa 

Propri scandal izzaa; 
E che in scambi de diw el sur Ubald, 
Ve diseven de prima el sur Ribald. 

Àdess, còl vestii giald 
Che ve ve de a indoss, no soo nanch mi 
Cossa dianzen mai ve possen dì; 

Tant pu in sto sit che chi 
Che per rebatezzà, quij de Soree, 
Ancb el Curat istess el po sta indree; 

Varen tucc i dance. 



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8 7 

Giacche v'han mudaa '1 nomm, la sarav bel 
Che ve mudassea aneli la parentella; 

Calarav domà quella: 
Sii Preda , e fors glie po solta in V ideja 
De divv queir olter nomm che ghe someja; 

Pon divv che sii la preja 
Del scandel, e Tè facili tanto pu 
Che adess cont i fatt vostér ghe l'han su. 

Sicché guardee mo vu 
Se mett a cunt a on pret, a on galantoram, 
Per on poo d'on vestii fass muda '1 nomm. 

Ubald, soo che sii on omm 
Pien de giudizi e de discerniment, 
Che no vorii fa mormora la gent 

Per robba de meni. 
Pertant no me stee pu a lassass vedè 
Vestii de postìon de cap a pé. 

Savi però che Fé 
Robba che al nost caratter la desdis 
Olter che poch: mi ve parli d'amis: 

Vu mo sarii on poo gris, 
A sentì che ve tocchi su la peli, 
Magara fussev negher; l'è giust quell, 

Come vorii sa veli , 
Che cerchi adess da vu'l me car Ubald, 
I pret han de vess negher, minga giald. 



88 

Per lo stesso. 

Ubald, hii pari a sbatt, che l'è tutt'una: 
Tant vorrè, come no, vuj di la mìa; 
E iatant, come se dìs > che sont de luna: 
N' occorr che moccolee, vuj spass a min via. 

Sta vceulta mo, per vosta desfortuna, 
Po ver Ubald, sii capitaa in la strìa i 
Vuj favv adoss, senza tasenn n aneli vuua, 
Coi vers de maniman la notomia. 

E quand ve parirà ch'abbia fornii, 

A dì assossen 1' è assee che sìa a mezz, 
E tutt, che fett che fdj, su quell vestii. 

Minga eh' el faga, guarda el ciel, per sprezz; 
El foo domà per fa che desmettii 
Quell marsinin color de cinqu e mezz. 

Allo stesso, 

Cont sti voster minacc, se ve pensee 
D'ess vu quell tal de mettem suggezion, 
Nò, el me fioeu, sta vceulta v'ingannee; 
Se no sont bullo, no sont nanch fiffon. 

Vu col vost pistoles, e mi coi pee, 

S'avessem de scombatt tucc duu del bon, 
Mudemm el nomra , quand no ve fass sta indree 
A furia de pesciad e de coppon. 

Com'hoo de fa a stremimm del pistoles, 
Che soo del franch che no l'è bon l' Ubald 
De maneggia de quella sort d'arnes? 

Tremarev se m'avessen minacciaa 

Cont on cortell de quij del manegh giald, 
Col manegh d'on bajl, cont on ghiaa. 



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«9 

A soa Ezzcl lenta la aura Contessa Cajma , 
in mori del so papagall. 

Sara Conlessa cara» me despias 

De sto sò contrattemp che gn* è success, 

Gii* è mori el papagall, Thoo savuu adess; 

Pover bestiorinl V è staa on brutt cas! 
M' han dilt che lee no la se po da pas: 

La compatissi, anch mi farev Tistess; 

Con tutt che sia on omm, se me vedess 

Priv d'on usell e d'on usell che pias. 
Voeurela mitiga sto so dolor? 

Che la ciamma Pasquin de fagli dì su 

On quai cossetta, tant per fall descor. 
Lee che la staga lì coi oeugg saraa, 

E che la lassa pur parla de lu, 

La sent el papagall resuscitaa. 



Pittor, se mai cercasse v on modell 
Per deping la bellezza al naturai, 
-Ve ne insegni vun mi, vorrii vedell? 
Guardee el beli volt de la Clarin Vital. 

Ma per quant fassev cont el vost penell, 
Per vedè de retralla tal e qual, 
Mai pu rivee a fa on quader insci beli 
Come F è beli in tutt 1* originai. 

Sappiee che quand V hoo vista hoo subet ditt: . 
Questa l'è quella Vener insci fada 
Che vanten i poetta in di sonitt. 

L* è quella senza fall; e se V è nò, 

O che sta Vener no la gh' è mai stada, 
Oppur bisogna dì che gli' è n'è dò. 

8* 



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* 



9o 



A soa Eizcllensa la stira Contessa Donna Giulia Ca|ma. 

Se '1 fuss lontan Turaa dorai on mezz mia 
De possegh andà a pè senza stracass, 
Ezzellenza, el sarav tutt el me spass, 
De vegnl a god la sòa compagnia. 

Massem eh' hoo de besogn de sta in legna 
E slontanamm de sto paes tropp ha ss, 
Dov'hin pu quij che moeur, che qui che nass, 
A motiv de sta noeuva epidemia. 

Ma sto Turaa per mi Tè on poo lontan, 
Per mi che adess de gamba sont indree 
E che patissi a viaggia a pescian. 

Eppur anca eh' el fuss lontan pussce, 
Innanz che la s'invia vers Milan, 
O coi gamb d'on cavali , o cont i mec , 

Trattandes che V è lee, 
Vuj fa la mia part d' obbligazion 
Se me credess de vegnì chi a gatton. 



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9" 

A ioa Ezaollerua ci mr Cont Cajmm. 

« 

Rivi in sto pont, Zellenza, insci pian pian, 
Col ine solet birbin de tace i dì, 
Giacché capissi che andà attorca insci 
Spendi poch o nagott, e stoo pu san. 

E vegni in qualitaa de Capellan, 

Me capissel, sur Cont, cossa vuj dì? 
Me spiegaroo pu ciar; mi vegni chi 
Per comenzà i primm vesper de doman. 

Doman V è la gran Santa , e *1 titolar 
Sont propi mi, e per tant Tè de dover 
Che ghe professa on cult particolar. 

Sicché per onora ona simil festa, 
Con quai olter devot, sont de parer 
Che la mej cà de tucc già la sia questa. 

é 

Avarev mai creduu, car sur Irid, 
Ch'el vorress scusà tant on so villan 
Che me ten sald la desina e'1 se ne rid, 
Giust perchè lu Y è quell che ghe dà man. 

Quest no Tè mai on tratt de scior polid, 
De nobil, né tant manch de Cristian: 
De quant inscià V ha de vedè inevid 
Che accusa on birbo che me roba el pan? 

Ghe cunti el fatt a lu sincerament, 

Perchè pensi ch'el vceubbia andà al ripar 
De sii sconzert, e no'l me cred nient? 

El cred a on villan porch che Tinfenoccia; 
Car el me sur Irid, car e poeu car, 
L'ha pu del carr, che nè de la carroccia. 



i 



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9* 



Per ona stroscia (Tona marsinetta 

De pann ciar cont on para d' alemar, 

Che grazia al Cieln'hoo minga tolta a eretta, 

Me disen che la foo da secolar. 

Dottor di mee , che voeuren damm la metta , 
Vuj vestimm come \uj, come me par; 
Sont cognossuu per pret a la colzetta, 
E Tha che fa nagott el vestii ciar. 

Ma se \oeuren parla, che parlen pur, 
Me basta dì a sti scior material, 
Che Yess pret noi consist in sti fregiur. 

S 9 ha de guarda al mazzi ss , al sostanziai , 
E minga al color ciar, nè al color scur, 
Ch'Ilio tucc coss purament azzidental. 

El gran pont prinzipal 
L'è che i pret si'en pret in di azion, 
E per el rest tucc i color hin bon. 



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93 



Al sur Enn Enn. ' 



Sto sur Enn Enn, per quaot pass arguì , 
De quij vers che no ghMia.-nè eoo, riè pee, 
El cerea tutt* i strad per comparì 
On mammaluch, on asén, on badee. . 
El se voeur mett a criticatimi giust mi r 
In qtiell gener che spetta al raè mestee , 
E noi sa minga che, poss fall penti 
De quell ch'el dis, se ghe lavori adree. 
Che me critica geut de cognizion 

Anch tucc i vers che foo, gh'en doo nient, 
Anzi saront mi el primm a dagh reson: 
Ma che on baloch el vceubbia fa el sapient 
In quij coss che no 1' è la soa ispezion , 
Boeugna di che V ha pers i sentiment , 

No se po di altriment. 
O che costu li y a reson di »so virtù, * 
El se risent per ess sacc anca lu*- 

O che T han casciaa su 
Quij de Bovis istess a fa quij stroff, 
Ghe metten maa a sentij de tant ch'hin gofT. 

Gh'han forsi daa on quai sbroff 
In st'occasion, tant per avè anca lor 
On marter de sta sort per protettor. 

E se gh'han daa st'onor 
Al sur Enn Enn, per biol han fallaa no, 
Perchè han scernii on poetta de par so. 

Stoo sur Enn Enn però, 
Con tutt che de cervell el sia on poo somra, 
L'ha stimaa propri a no di minga el noram; 

In quest l'hoo stimaa on omm ; 
Se no ? 1 fuss olter l'ha schivaa el pericol 
D'ess conossuu. cb inr* VKnn Enn 



94 



A la tura marchesa Busca. 

Al cas che la parlass al cont Cajmra, 
Rivada che la sia a la zittaa; 
Giacché la Tedi intenta a favorimm, 
Vorrev pregalla d'ona caritaa. 

Yorrev pregalla a digh de compatimm 

Se in tutt quest'arni no'l m'ha vcduu a Turaa 
A digh su quatter di me solit ri mm, 
Come defatt doveva essegh andaa. 

Mej che lee stessa, e mej del sur March es, 
Nessun po fa i raee scusj el motiv Tè, 
Perchè sont sta a cont lor cinqu o ses mes. 

Che la me faga donca sto piasè, 

Che ghe prometti poeu de fagh pales, 
Prima d'andà a Milan, quell tal sochè; 

Ma cont patt de tasè, 
E digh minga al sur Cont eh' el Pel liscio n 
S'abbia taccaa desgust col Ballion. 



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95 



All'illustrissima sarà conlessa Donna Bianca Anguissoeura. 

Se in quai manera no me fass sentì 
Àlm aneti cont on sonett in st'occasion 
Che r ha tolt el sur zio per mari, 
Mè parirav d'ess.nanch el Pelliscion. 

L' è giust che me congratula anca mi 
Di sceu vantaggi di soni coosolazion; 
Se noi fuss olter, tant de fà capi 
La stima che professi ai me padron. 

PP hoo donca tutt el gust, che finalment 

M'è staa ditt de gent franch, che s'hin sposaa, 
E eh* hin, com'han de ve ss, tutt duu content. 

Che spass a mes'cià el sangu eh 9 è già mes'ciaa 
Da on olter matrimoni antezedent, 
E rinforza de pu el parentaa; 

Che spass dopo d'ess staa, 
A ci a ma ss barba hi, nevoda le e; 
Trovass unii in d'on lece mari e miee; 

E se tant temp indree 
S'hin vorsuu ben in des grad, adess hin frane h 
De vorressel in trenta per el manche 

Mi n'en dubiti nanch: 
E per ess spós, e per la parentella, 
E perchè lu l'è beli, e lee Tè bella; 

Simil a la sorella 
V ha de trovà el sur Cont la sda sposa, 
Ota angiol de 9 costumm, savia, graziosa, 

" Allegra, spiritosa. 
L'ha de trovà la sura Contessina 
On car mari, compagn alla mammina; 

Che s' hin d' ona farina 



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96 

Tant quella come quest, l'è naturai, 
Che sìen anca d'ona pasta egual; 

Come de fatt Pè tal: 
On scior di primm per nobiltaa e ricchezza, 
E non ostant tutt umiltaa e dolcezza , 

E pien de gentilezza. 
E poeu, senza descriv isqeu* virtù, 
Come se ditt che Pha nomm Carlo anch lu, 

Non se po parlà pu; 
Credi che quest el basta per vantass 
De vess on galantomm de prima class; 

En cognossi di fa ss 
De stii Carlitt, tucc de bonissim fond, 
E la gent pu trattabil de stoo mond. 

Chi fors, me po rispond 
Quaìghedun malizici, che Pè on pretest 
Per lodamni mi, tropp ciar, tropp man if est; 

Po dass che'l sia anch quest; 
Ma vedi intant che vun ch'abbia stoo no min , 
Per quant el possa avè brutt el c ognora ni , 

1/ è subet galantomm; 
Pu de tresent gh'en podarev cuntà 
Senza el minim peri col de falla : 

Marchi' el so sur papà 
Aflfabil, bon, d'on coeur largh e sincer, 
E ch'el porta scolpii el -caratter ver 

D'on degn cavalier; 
Marchi el jgran Carlo con profonda stima, 
Lodaa dal Baleslrer tanto temp prima, A 

Quell soggetton de scima , 
La cologna, el sostcgn de tutt Milan, 
Soa Ezzellenza el sur Gpnt de Firmian , 

; El caroeu del Sovran, 



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97 

Quell brav minister plenipotenziari 
Dell'Augusta Patrona ottim vicari: 

E se fuss antiquari 
Vorrev dij tucc, a norma dell' istoria, 
I Carla che gh' è staa, bona memoria , 

Per nostra maggior gloria, 
Come sarav, andand indree quai agn, 
Carlo sest, Carlo quint e Carlo Magn; 

Del caratter compagn 
Ai oramen che ha nomm Carlo hin anca i domi 
Che se ciamen Carlotta, e tra i pu bonn 

Quella di tre Caronn: 
La contessa Terzaga no la falla, 
Né gh'hoo lengua che basta per lodalla: 

Mi eh' hoo prova a a trattalla^ 
Gh' hoo conossuu tutt i prerogativ 
Che in d'ona donna se po mai descriv 

In grad superlativa 
Su sto gust in Milan gh' é on' oltra dama 
Che Carlotta Crivella la se (iiama; 

La cognossi per fama, 
£ soo che 1' é di mei soggett che sia , 
Pierina de bona grazia e cortesia; 

E chi toccarev via 
A lodai tucc, magara fussen milla, 
Se no'l fuss che l'è vora de fenilla. 

Intant vuj awertilla 
Che legni tutt i nomm per bon, per bei, 
Via che quell de Carlo el stimi mei; 

E ghe doo per co risei, 
Che miss che l'abbia al mond on quai cicin, 
La ghe metta el beli nomm de Meneghin, 

Che 1' è quell de Carlin. 

Pellizzoki 9 



♦ 



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9» 

Appont, già che descorri de fioeti, 
Per do speccià diman gli' el disi incoeu, 

Da p ettan li on basgioeu; 
Dopo noeuv mes, senza perd lemp nagott, 
Che la comenza cont on beli mas'ciott, 

E tocca via de trott, 
Dopo noeuv mes on olter pussee beli, 
E poeu subet on alter dopo quell, 

Per mett pu d'on pontell 
Che si'en el perpetov contrafort 
D'ona famiglia de la sòa sort. 

Me par de no fagh tort 
A dì sti coss attesa la premura 
Ch'hoo de la cà Anguissoeura che la dura; 

E che la se figura 
Se mi, che me premm tant la soa perso mia, 
No gli' hoo d'augura oua cossa bonna. 

E per la mia padronna 
Preghi de coeur eh* el Ciel ghe sia propizi 
In ricompensa de quij benefizi, 

Per no di malefizi, 
Che la m'ha faa quest'ann in Arconaa, 
Per fagh vedè che rendi ben per maa. 

Quest V è on sonetl eh' hoo faa 
Nient corrispondent al merit so, 
Perchè già de scriv ben ne sont bon no; 

Ma gh' è de bon però 
Che l'è vera tutt quell eh* hoo diti de lor, 
E che n'hoo minga faa l'adulator. 

Mi ghe sont servitori 
Che la me scusa se l'hoo tediada 
Cont' ona cova insci spropositada , 

E quell che pesg, mal fada; 



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99 

Ma ghe diroo, che in simil occorrenza, 
La cova la ghe ven de conseguenza; 

E vorrend scusà senza, 
Se fa. di soniti mocch e difettos 
Che no paren mai pu sonitt de spós. 



Se sta sdora la boflfa, Y ha reson, 
Farev T istess anch mi se fuss in lee; 
Anzi, per dilla, boflfarev pussee, 
Benché sia pussee fort de complession. 

Vorrè sciallalla tropp ai occasion, 

Vorrò fass grand e no vegh forz assee, 
Pensà dove dà el eoo per fa danee 
Da mantegnl la pompa e l'ambizióni 

Andà a torna per tutt a fass vedè, 

Con duu s tra se de cavaj, in d'on birbin 
Che fa suda pussee che ne andà a pè: 

Mett di vestii che costa di zecchin, 

Seguità tucc i mod, quant mai ghe n* è: 
Quist hin fadigh , in del so stat meschin 

Pussee che de fiacchiti; 
E per quell, disi, come la po fa 
Con lant sforz de natura a no bolla. 



100 

Per l'illustrissima stira marchesa Busca» ; 

Aprii, aprii fa prest a borlà chi, 
Fa prest, te preghi fin per caritaa! 
Insci disen duu spós innamoraa, 
Che per cobbiass te speccien doma ti. 
Glint cn i mes, i settimann, i di, 
E i or ghe paren on* e temila a ; 
Tanta Tè l'impazienza e V ansietaa 
D'ancia denanz al pret a di de si. 
Aprii, aprii, fa prest, set chi te speccia? 
El Cont de Colloredo Mantovan 
E la brava Buschimi Donna Peccia. 
Chi te mett pressa hin lor, ma per el rest 
Sappia pur, che no gh' è nessun in Milan 
Ch* abbia sto geni che te vegnet prest. 

E la reson de quest 
L' è che a tucc ghe rincress che vaga via 
La pu cara damina che ghe sia, 

Insci de compagnia, 
Insci savia, insci bella, insci graziosa, 
E sora al tutt insci ona bona tosa, 

Propri degna d'ess spòsa 
D'on scior de quella sort, che l'è anca quel], 
Per tucc i titol, su Tistess raodell: 

Gioven, bizzar e beli, 
Pien de spiret, d'ingegn, pien de virtù 
E poetta famos de sorapù: 

Sicché fortunaa lu 
Che ghe tocca ona tosa per miee 
Che de lodalla no gh* è lengua assee ; 

E fortunada anch lee, 
Perchè on spós de tant meret come '1 so 
I.a po cerali per tutt, ma trovali no. 



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J 



IO l 



L'è curiosa ben del contili Troll, 
Che noi me possa mai lassa quiett; 
El voeur a tucc i cunt famm fa on sonett, 
Come se fussen robb de fa in d'on bott. 

Mi che V è on pezz che no foo pu nagott, 
Perchè gh' hoo in eoo di olter coss cossett, 
Ghe protesti che anch quand me vorress mett, 
No podarev digli su che di strambott. 

Soo ch'han di merit grand sti sciori chi, 
E che massim sta dama eh* hoo chi arent, 
. Per veritaa V è quell che se po di. 

Ma giust perchè l'è grand el meret so, 
L'è tant pu piscinin el' me pocch talent, 
E per quest, sur Contin, poss servili no. 



Incceu r è santa Giulia, ona giorna da 
La pu bella de tucc i olter di; 
Per el meret che l'ha d'ess onoraria, 
Per ess la festa de sti damm che chi. 

Sicché per quest me sont mettuu in parada, 
E hoo procuraa de dessedà anca mi 
Ona Musa che i'eya indormentada , 
E che no la vorreva fass senti. 

Viva i do Giuli, e viva sti do damm, 

Viva el beli di d' incceu eh' hoo avuu l'onor 
D'ess a Turaa anca mi per rallegramm. 

Oh che bella fortuna che 1' è questa! 
Se no basta el piasè d'ess chi con lor, 
Gh' hoo do zellcnz de faram paga la festa. 

9* 



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102 



Te ne faa vuna, e l'hoo savuda anch quella, 
Al priram moment che sont rivaa in Milan; 
Non ostant che te faghet l'In dia n, 
Per el fóff che te ghee d'andà in quarella. 

Te stava tant sul cceur la tòa bella, 
Che a furia de malizi e de sott man, 
Ingannane! el MofHna guardi'an, 
Te see andaa da la Bianca a la Buccella. 

E franch de tolla, per no fass toeu via 
Che te fudesset staa in olter paès, 
Dopo trii di te se vegnuu a cà mia ; 

£ te lamentaree se in del sonett 

T'han miss quell del tresent votantases? 
Te see quell dei tresent votantassett, 

O birbant roaladett, 
Che verament adess t'hoo cognossuu, 
Galliot doppi che te fet per duu. 



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io3 



Se in scambi che t'hoo faa servi in birbin 
T'avess casciaa a Mìlan su on somarell, 
Gh'avarev viv aneli rao el me mascarin, 
Che in grazia Ida el gli' ha gioutaa la peli. 

Ghe voeur ona vintenna de zecchin 

A paga tucc i dami, e andà a beli beli; 
A ti tocca a mojà col to borsin, 
Se de no foo on sequester sul livell. 

Per mi no vuj savenn: ti te faa el maa, 
E ti te ne de fa la penitenza; 
T'impararee a corr tropp, balocch d'on fra a 

Fraa senza discrezion» senza coscienza , 
Se te goduu Tallogg a bon mercaa, 
Voeui che te paghet cara la partenza. 

Al sur Isepp Carpan. 

Bravo Carpan t Hoo vist quij ses sonett 

Ch'avii faa per la mort de la Regina; 

Hin pien de bej penser, hin pien d'affett, 

Fan onor alla lengua Meneghina. 
Alto andee innanz, studiee sira e mattina , 

La natura l'è lee che fa el primm lett; 

Ma l'art l'è quella che tutt coss raffina; 

Tra vai un ria e Foltra ve faran perfett. 
Chi toeu consei da tucc no fa nagolt; 

Chi no '1 toeu da nessun de rar fa ben ; 

Tujll de quaighedun, ma ch'el sia dott. 
In sta manera rivarìi a fav ciar 

Tra i bon poetta, e pront a fav del ben 

Trovarii i protetto^ benché sien rar. 



io4 

Per el sposali*! del sur marchesin Carlo Tena^h 
con la sura Doona Maddalena Dugaaiu. 

Sonett al sur Marches pader. 

Sicché, per quell che cunten, sur Marches, 
El vanir tirass in cà quai coss de bon. 
Bravo! N' hoo gust di sceu c on sola zio n, 
N'hoo gust di soeu Pater ch'hin staa ben spes 

L' hoo vist, si che l'hoo vlst, giò per i ges, 
Coi gamb per terra e i man in orazion, 
Spirand fin dai cayij la divozion, 
A luccià madonninn propri de pes. 

E tirand per i pee noster Signor, 
El diseva: Hii capii, per el me tos, 
La vuj bella, de ben, de bon umor. 

Ma el Sant Crozefiss miracolos 

Sta voeulta el l'ha servii propri de scior, 
Per no lassass tirà giò da la eros. 

E l'ha donaa al so spos 
Ona tosa, oh che gust! da innamora 
Quij de sto mond e quij del mond de là. 

Disend, la te farà 
Desdott biadeghitt luce de talent, 
Che saran bej de foeura e mej de dent; 

Dì su, saret content? 
Ma lu el ghe respond, sentend insci, 
Troppa grazia Siguor: Ah pover mi! 



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io5 » 



A soa Etiellenta el sur Cont Don Ignaù Cajmm (» ) . 

No, Meneghin, el sarav restaa là insci 
Ne a pò, nè in sedia a rimira Branzaa, 
Senza possè avè el gust d'andà a Tura a, 
S'el viaggiass anch lu come foo mi. 

Per mia disgrazia sti disgrazi chi 

De resta in strada per ess rott Fassa a, 
I hoo mai avuu per tant eh' hoo vi aggi aa , 
Perchè già el capirà cossa vuj di. 

Sont pover pret, e in di me gamb gh'è dent 
Carrocc, birbin, cavaj e postion, 
E cont quist marci che me porta el vent. 

Tutt el me gran equipagg Tè on quai baston 
Che porti in compagaia, a on azzident 
Che vegna on can de rompegh el muson. 

Che brutta condizion 
L'è questa chi, giura Diana Bacchi 
Faga colei, faga i'recc, me senta fiacch, 

Sia, o no sìa stracchi 
Piceuva, fiocca, tempesta, faga succ, 
Glie sìa per i strad la patta a mucc, 

Per mi gh* è mài on brucc 
Nanca a cercali a noli coi mee danee, 
Da tucc t S03U fìttavol de Soree, 

Che ghe direv adree 

(*) In risposta ad un Sonetto di Domenico Balestrieri 
pubblicato nel tomo li delle sue opere, pag. a8a f stampate 
per cura del eh. signor Francesco Cherubini nel 1816 , dm 
insomincia 1 

Seva già io strada per ve» ai a Turaa 



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ro6 

Quell mai che se po di de brutt in rima, 
Se noi fuss el rispett e la gran stima 

Che gb* hoo a la cà Cajma. 
Marcaditt sagher, torni a replicali, 
Se mandi a torna per cerea on cavali 

Gh'han cent scus per no dall: 
Chi dis che Te maraa, che no'l gh'ha lenna, 
Chi dis che! gh'ha ona piaga che ghe menna 

Sul firon della s'cenna; 
Chi dis, perchè no voeurren fa on servizi, 
Che l'è fogos e pien de schiribizi, 

E che per i so vizi 
El po suzzed de rompes Foss del coli; 
Chi dis che no voeur dà cavaj a noli; 

Chi con di bonn paroll 
Me repara, disend che l'è impedii; 
Ma già capissi ben eh* hin tutt partii. 

Sarev esaudii 
Subet, senza ni'ent a Y incontrari, 
Se in scambi gh* el cercass sul taflanari ; 

Per el restant hoo pari 
A sbatt, a scongiurai, che l'è Tistess 
Anca che gh'abbien dent el so interess. 

Hin tapp se ponn mai vess; 
Se contenten puttost a resta sbris, 
Che guadagnà quaì coss de compra el ris, 

' E consola on amis: 

Sicché mi pover raartir, già che vedi . 
Che nanch in d* on besogn no gh* è remedi 

D'avè cavaj, nè sedi, 
Besogna toccà via de stoo pass 
Fina che el destin voeur, e sforaggi^ss, 

E paricc voeult marass 



I 



107 

Per i costipazion che porti via, 
Dolor de gola di pu fori che sia, 

Che paren scarauzia* 
Quist chi, Zellenza, hin ben disgrazi seri 
OUer che Passaa rott del Balestrerà 

Quist sì eh* hin ben' miseri, 
Cho quell là appenna che V assaa el s* è rott 
L' ha trovaa subet el prevost Beilott 

Che gV ha faa tacca sott. 
Se a l' incontrari mi fuss staa in pè so , 
Stoo segond comod noi trovava no, 
, E sarev là anca mo 

A speccià senza frutt la congiuntura 
Che passass de Branzaa ona quai vicciura; 

O per la pu sicura 
A va re v tolt j1 boria insci pian pian, 
On trattin fina al borgh di Ortolan, 

Comò on pover paisan. 
In mezz a quest no digh che la seguitta 
Seinper a tormentamm la mia desdilta, 

In cert cas me capitta 
D'ave quai voeulta on poo d'ona risorsa 
Col fa in carroccia anch mi quai mezza scorsa , 

Senza dagn de la borsa, 
Come sarav jer eh' hoo avuu V onor 
Da vegnì chi in d'on comod ben de scior, 

Cont dent on servitor 
Che guidava sul fa di vicciurin 
Quand lassen el cavali de balanzin 

E monten in birbin, 
Perthè V è yoeuj, oppur gli* è denter gent 
Che cunta se po di pocch o nìent. 

Cont tult quest sont content 




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io8 

D'ess vegnuu con salut fina a Turaa, 
Senza eh* el me compagn ch'el ma mena a, 

El m'abbia stravacaa. 
E sont chi tutt dispost a god i grazi 
Del me patron che Tè '1 sur Cont Ignazi. 



Sont chi, sur Cont, ma però chi dabass, 
Che vorrev riverill, se se podess; 
Se fuss franch che Pasquin no me vedess, 
Minga per olter, per schiva i fracass. 

De quell mercant l'è tropp cattiv fìdass, 
El sonett dell' inzens el ghe rincress; 
1/ ha anmò da digerill d' allora a adess j 
Sicché no soo cossa me poeuda nass. 

Peftant el preghi a fall tegni de pista 

Da quaighedun de cà, che poda ess franch 
Che no el me riva ai spali a Y improvvista. 

Vuj mett che fors el me ferav ni'ent * 
Chi sa! basta, a bon cunt mi no vuj nanch 
Che cont i bonn el me se porta arent. 

Parli sincerament: 
Mi gh'hoo pagura ch'el me tacca qualter 
De quii lavoo che se domanda piatter. 



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r 

I 

Me n'ha faa voeuna, el Giacom, d'on'azion 
Che la tra sangu, e vuj vegni a Milan 
Apposta per fa intend i mee resoti, 
Del so Moffina al Pader guardian. 

Sta vomita el m'ha de dà soddisfazion; 
E se vorress, gh'avarev tant in man 
De fagh segna l'ergastol per preson, 
Per castigali, eh' el m'ha trattaa de can. 

Su quell tal vas che '1 m' ha mandaa a Soree, 
El gh'ha faa pitturà ona scamoflietta 
Cont on vezzon che ghe sussiss adree. 

E su, t'hoo vist, sto razza marcadetta, 
Sul dubbi fors che no capiss'assee, 
Che per el can l'è figuraa el pòetta. 

L'è ona cossa cossetta 
Inventada da lu, per fass capì 
Che quella V è la vezza ♦ el can sont mi. 

No la poss digerì; 
E se no'l fuss appont che l'è protett 

, Dal sur Marches, che gh'hoo tutt el rispett, 

Ghe vorrev fa on sonett 
Mordent, satirich, in dia voi a a , 
Pussee di oher ses che gh'hoo già faa, 

Col reciocch attaccaa 
D'ona gran cova longa pu d'on brazz, 
Per possè dighen su de tucc i razz, 

In pena del strapazzi 
Ch'el m'ha faa de beli nceuv, dopo ch'el sa 
Cossa gh' è sta a de noèuv fin d'on pezz fa 

Giust per vorrè scherza. 



Pellizzom 

I 



lo 



no 

E poeu ghe foo savè che de pittura 

Glie n'hoo anca mi qua] poo de strolladura, 

E n'ho minga paura 
De no savè, a on besogn, dovrà i color 
I pu viv che ghe sìa, e famm onor 

Tant come el primm pittor; 



Drovand la penna in scambi del pennell; 

E, segond el modell, 
Mi fagh la copia tant al naturai 
Da no distingues da l'originai, 

Retrandel tal e quai 
L' ha besogn d'ess retraa, per fa vedè 
A tutt el mond che bona scarpa V è. 

Me n' ha già faa do o tre 
De stt bej coss; a tutt gh' hoo daa passada, 
Ma questa verament la m' è brusada: 

Mostrà d' ess caraarada , ' 
D'ess tutt portaa per mi, tutt confident, 
Per gabbamm su la fed pu facilment: 

On simil tradiment 
Che toeu l'onor ai pover Meneghin, 
El fa vedè verificaa appontin, 

Anca in d'on cappucin, 
Queii gran proverbi, che l'è giust pur troppi 
Che impara a zoppegà chi sta coi zopp. 

S'el fa robba de s'ciopp, 
L'è eh' el va a toeu lezion sira e mattina, 
De quij che porta i bogh e la s'eiavina, 

In porta Verzellina; 
E coni el longh tratta], s'el fuss on sant, 
Bisogna che l'impara o tant o quant 

La scoeura di birbant. 



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Basta , sur marches Basca, el preghi lu 
A fagh intenti che noi ne faga pu, 

Perchè già ghe V hoo su: 
Che no'l me faga scherz, che no'l m'instiga, 
Perchè , se fina adess, con gran fadiga, 

Hoo cercaa da sta in riga, 
On'oltra voeulta ch'el me faga on sfris, 
El sur, t'hoo vist* le servirà d'amis. 

Quest ghe serva d'avvis, 
E ch'el ghe diga pur ch'el m'ha faa on tort 
Ch'hoo da legnili a meni fina a la mori. 



Perchè di voeult, per ona bizzarria, 
Disi su con la gent quai barzelett, 
Insci come se fa per spassa ss via, 
E per quest la m'ha minga in bon conzelt? 

Lee la dirà de nò per polizia, 

Ma mi hoo veduu che la gli' ha un gran spaghett 

A stamm de sol a sol in compagnia, 

L'è ben segn che l'ha gh'ha di gran sospett. 

Adess mo se la troeuvi de per lee, 
Vuj procura de stagh a la lontanna 
Per no che la dubitta di fatt mee: 

Vuj fagh vedè e toccà che la s'inganna, 
Se la cred el sur Carla de Soree, 
Vuo de quij omen eh' ha tentaa Susanna. 



Ili 



De donn gh'è n*è de bej, ma come quella 
Ch' lia per miee el fattor Isepp Roman 
A la cassi n a de la Perl usci la, 
C redini ci, i mee gent, s'en ved de rari, 

Ye disi doma quest: Tè talmeot bella, 
Che mi che sont on omm sessagenari, 
E pur, aneli insci vece, al primm vedella 
Me sont sentii on calor strasordenaru 

Cossa rara a suzzed in l'etaa mia, 

Tal che Tè già del temp, olter che insci, 
Che no me fa pu colp che donn se sia. 

£ pur, toeuj, quell mostacc, ve torni a di, 
£1 in ha ferii talment la fantasia, 
Che reffcU ch'el m'ha faa el soo doma mi. 



Hoo sentii che V ha tolt a fass servi 

La miee d'on soldaa, ona brava donna; 
Minga comò Rosina, insci taponna, 
Da toeu su i strogg e de lassass stremi. 

Questa Y ha spiret tant coinè '1 mari, 

Per quant me cunten ; e l'è bella e bornia 
De toeulla, anch se l'occor, con la padronna; 
E per lee no ghe voeur olter che insci 

N' hoo piasè, n' hoo piasè, sura comaa, 
Che on soggett adattaa al so naturai 
El sia la serva che gli* è capita a. 

Adess diran, e diran minga mal: 

Ghe voeur giust ona donna d' on soldaa 
Per rcsist a sta in cà d'un caporal. 



^ 



n3 



Dottor Strambi, juttemm per caritaa; 
E de già che guarii tant' oltra gent 
Cont i vost cur, coi vost medegaraent, 
Fee che guarissa anch mi de sto me maa. 
L' è queir istess anmò de l'ami passaa, 
Che no'l me lassa requìà on moment; 
Sont in di gucc de sbalz, in di torment, 
E a la vigilia de morì rabbiaa. 
Gh'hoo faa, comò se dis, paricc ciappott, 
Sperane! de rissali ani , ma l'è staa ìstcss f 
Tucc i remedi m' hin varuu nagott. 
Anzi, con pu voo innanz, pussee el me cress; 
E se m' avesse v da vedè de biott 
In che stat l'è el raè corp, massem adess, 

L'è robba che mett s'eess: 
I did, i brasc, el venter e la s'eenna 
Hin a mane man tutt ona cancrenna; 

No gh'hoo ch'el volt appenna 
Che sia san: calarav giust che anch quest, 
Per compì l'ascia, el fuss compagn del restj 

Giacché tutt i tempest 
Gh'han vers de mi ona certa simpatia, 
Che cerchen semper de mett giò a cà mia: 

Ma quest l'è el manch che sia; 
L'è quella gran purisna marcadelta, 
L'è quella sora al tutt che m'inqu'ietta; 

Tal che, per quant ghe petta 
Con tucc i ong di man, l'è minga assee, 
Ghe vorrà v, a di poch, anch quij di pee; 

Sicché consideree 

lo* 



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"4 

Che castigh l'è per mi, che penitenza, 
E se no gh'hoo besogn, in st' occorrenza, 

De tutta l'assistenza. 
L'è vera ch'hoo cercaa col lanternin 
El me malann, mi stess, dorraend visin 

i A on soldaa Cisalpin; 

E l'è per quell ch'hoo faa sto beli guadagn 
De regordaraen se scampass cent agn ; 

Ma se l'hoo faa, me dagn; 
Perchè s'avcss daa ascolt, el m'ha avvertii 
De no fidamm, che me'n sarev pentii, 

Come l'è riussii; 
E se l'è insci, l'è giust de castiga 
Tucc quij che cerca rogna de grata. 

Cossa gh' hoo ino de fa, 
Se fina adess no me sout mai accort 
Ch* el fuss sto maa tant de cattiva sort, 

Che se no'l dà la mort, 
El fa però tant dagn ai corp uman, 
Che vorrev nanch augurali ai can? 

Sont donch in di vost man, 
Dottor Strambi; juttemm, ve torni a dì, 
E vegnend a Saronn quai mercordl 

Che sia là anca mi, 
Vuj che cerchee de ordinamm quaj coss 
Che gh' abbia forza de levamm d'adoss 

Sta pesta che gh'hoo indoss; 
Intant fee el lóch con tucc, perchè hoo vergogna 
A fa savè a la gent che gh' hoo la rogna. 



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n5 

* 

Ah i se savessev, el mè Curatili, 
Se savessev adess cossa m'han ditt 
Quij soggett insci faa, quij zoffreghitt, 
Anch rao per quell sonett del genoggin! 

Perchè Fhoo minga fada d'Aretin 

In la risposta, me n 9 han faa on delitt; 
Besognava per scoeudegh el petitt 
Che mi v'avess ditt bozzer senza fin. 

E perchè v'hoo ditt poch, m'han daa del malt 
"Vorreven che ve fuss andaa a la peli, 
E che de sbalz avess scartaa bagatt. 

Tutt el so desideri l'era qucll, / 
Per el gust de vedenn tucc duu a scombatt, 
E fa comè ona spezia de duell, 

E raetten in bordell, 
De vegnì a segn coi noster poesij 
De ciapass on trattin per i cavij. 

E paren minga quij: 
Vorreven che marcass in del sonett 
Cert negozi de certi visighett, 

Coss da tegnl segrett: 
Per esempi, vorreven che disess 
Di bombè che ve riva a cà de spess, 

Con denter el beli sess, 
Di gemm i pu prezios che sta a Soree, 
Che ve sopressa e ve sussiss adree, 

E tucc sti bei bellee. 
Orsù, vorreven che tirass a man 
Di coss che no apparten che al gran Sultan : 

Ma mi che sont lontan 



n6 

D'offend, come se dis, Tonor del terz, 
Aneli che se sappia che se dis per scherz, 

No gh* hoo nanca daa sterz. 
E pceu consideree se vuj fa on sfris 
A vu che sii vun di me car amis. 

Quest ve serva d'avvis, 
Perchè faghev Tistess quand vegnen là 
A div quai coss de mi; degh minga a tra, 

Che fan per cojonà 
Per fann di tacoin sora tucc duu, 
Se fuss anch mi de quij eh' ha brutt el cuu. 

Adess mo ch'hoo veduu 
Che fan de sti bej gioeugh, per Tavegnì 
Cercaroo d'inforraaram de chi e de li; 

Se poss savè anca mi 
Quai coss de mal guarnaa riguard a lor 
Che a rugagh dent possen sentì dolor, 

I serviroo de scior, 
Tant l'Ambrosoli, come 'l Zandelon, 
E se volzass, anch el me sur padron; 

E prova se sont bon 
Con quatter vers de fagh dà giò el smorbioeu, 
E d' obbligaj a tend per i fatt soeu; 

Minga fa el tizziroeu, 
Minga fa el zoffireghett, ch'el sta ben no, 
Ma tegni indree la lengua se se po. 



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II 7 



Doventi i Bori fradii fa el provenzale 
Vonreven vun ch'el fuss ben maladett, 

' Che in petulanza no glie fuss l'egual, 
Nè, in caralter fratesch el mcj soggett. 

Chi diseva gh' è el lai, chi el tal di tal; 
Finalment, dopo faa vari progett, 
Solten su tucc: el gh' è ben badìal 
Propi de quij del mazz, gli' è el fraa . . . 

Quest V è ver fraa, diseven tra de lor; 
Temerari, indiscrett, ribald, sfacciaa, 
Femmel lu che seram franch d'avenn onor. 

E lì , a ritless di soeu bej qualitaa, 
A pien vot el creenn superìor, 
Per ess el fraa pu fraa tra tucc i fraa. 

Quest Tè el sonett ch'hoo faa 
A sto fraa goeubb per scoeudegh el petitt; 
Giacché l'ha tant piasè di mè sonitt. 

Ma per quant gh' abbia ditt 
E per quant ghe disess de pesg anmò, 
Mi no farev che dagh doma èl fatt so. 

Se tas fin che se po, 
Ma quand se sentem a tocca sul viv 
Da quaighedun con termen offensiv. 

Senza avegh daa motiv, 
Allora tra la rabbia e tra V impegn, 
L' è quand se taja giò senza rilegn , 

E se guzza l'ingegn, 
Come foo mi in sto cas e con resou, 

Coutra sto provenzal 

Usagli tane attenzion, 



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n8 

Trattali sera per con tutta polizia, 
Tant lu comè la soa compagnia, 

Fall padron de cà mia, 
Dagh fina la carroccia per nì'ent 
Da servissen a tutt so piasiment, 

Per lu e la soa gentj 

E stoo goeubb marcadett, sto 

Pagamm cont ona salva de strapazz? 

Dimmen de tucc i razz, . 
Propri in cà mia, in faccia ai forestee 
Per famm pu rabbia e svergognamm pnssee? 

£ giust quand sont adree 
A regalali, a fagh di cortesii 
Seguita saldo a dimm di pera ri i? 

E T è di Bon fradii? 
Obbligato! soo ben ch'el me canzona, 
L'è di fradii de stampa bolgirona, 

Col rest che l'incorona. 
Ma mi me scoldi el fidegh, e sont malt; 
Coss'occor andà a dree a batt e ribatt, 

L'è fraa de nomm, de fatt, 
Tant basta per pientalla e pensagli pu 
Se 1 ne fass anch de pesg Y ha reson lu. 



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Mg 

Per la tura Donna Clara Colomba. 

Come ghe pensi che l'ha d'andà via 
In sti poch dì, quell car corin d'amor, 
E eh' hoo da perd la sòa compagnia, 
Me senti a strappà el coeur del gran dolor. 
Che gran fortuna la sarav la mia, 

Che piasè, che content, che beli' onor 
Se podess seguitalla de dree via, 
Alraanch in qualitaa de servitor. 
Ma per avè de sti consolazion, 

Per avè sti fortumi, confessi anch mi, 
Ghe voeur olter mostacc ch'el Pelliscion. 
Mi no me tocca che de resta chi, 

Priv d'on oggett che Tè la mia passion, 
A passa malinconich i mee di. 

Me sentiroo a morì 
A no vedè queir idol, ch'el compagn 
Mai pu no'l tram vi se scamp a ss cent agn. 

Rugaroo sti campagn 
Dove l'andava per ciapà quajolt, 
Mi pover marter, perchè sont tant cott; 

Ma trovaroo nagott: 
Sbraggiaroo Clara, e Clara sentiroo 
L'eco a rispond, ma no la vedaroo; 

E in del me coeur diroo: 
Bove sarila adess la mìa Clara? 
Dove sarala la bellezza rara, 

La graziosa, la cara; 
Ah! la sarà a cà sòa, e mi a Soree 
A piang di e noce, e sospira per lee. 



120 



Al sur Curat de Sceriau. 

Vorrev divv on sochè, Curatin beli, 
E sto sochè L'è tutt per voster ben; 
"Vorrev divv de tegnì la berta in sen , 
E minga dì cert coss che va a la peli. 

Ve compatissi che sii anmò novell, 

E per quest buttee là queil che ven ven: 
Ma sappiee pur che anch mi gh'hoo el me velenj 
S' el troo foeura, suzzed on quai b orde 11. 

Verament, per adess, me pias a dilla, 
Chi n'ha pu colpa hin i trii zoffreghitt, 
L'Àmbrosoli, Bignamm, Don Carlo Villa; 

Ma nanca va hii de famm de quij sonitt. . 
Ve disi che l'è vora de formila, 
Innanz che ve desqualta i altaritt. 

De quell che m'avii scritt 
Capissi mi che deventee insolent, 
E che el vost gust l'è de sbotta la gent 

Cossa ve solta in ment 
De dimm che quell cavali l'è de Ciochin, 
Che drceuvi on buratton de fa '1 birbin? 

Dimm che foo genoggiu? 
E chi sa, fors per svergognamm pussee 
Appress a quaighedun, dimm che doo indree? 

Come mai v'ingannee; 
Perchè se l'è el cavali l'è beli e bon, 
El legn l'è del sur Duca Serbeilon, 

Tutt de noeuva invenzion; 
E riguard al dà indree, vorrii parlà 
Senza savè cossa son bon de fa: 

Bisogna on poo prova 



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A melloni, per esempi, al lu per tu, 

Se no doo innanz aneli mi lant come vu, 

E fors anca de pu. 
Soo cossa disi, in quest podi sta al par 
De che gioven se sia el pu bizzar. 

Orsù, ve parli ciar, 
E ve ripetti anmò Tistess ricord 
Che v'hoo già daa, de no tocca cert cord, 

Perchè se la va a mord, 
Minga coi denc, ma cont la penna in man, 
Men ridi del Curat de Scerian. 

All'autore d'un 'incisione rappresentante una carrosza piena 
di poeti , collocati secondo il merito o la celebrità; nella 
quale incisione il Pellizzoni faceva da cavallo. 

Mi no foo che quai rimm a mal a stant, 
E no meritti d'ess cuntaa in del frott 
De tane poetta, de tane omen dott, 
Com'hin tucc quij di' a vii sprezzaa insci tant. 

No poss ess nè cavali né cavalcant, 

Chè mi in sti coss no gh* entri per ferr rott, 
E se vu, con tutt quest, m' hi taccaa sott, 
U hi fada de stallee tropp ignorant. 

E pceu schiscià la cova a chi fa vers? 
Fai deventà cavaj? de quanl inscià? 
Fee on poo cunt che ve trussen, vu sii pers. 
è vera che anca vu sii on asen gross , 
Ma on pover asen cossa poi mai fa* 
Quand on polle de r el ghe salta adoss? 



Pelli zzo vi 



i r 



122 



Al sur Don Carlo Villa. 

L'è patt d'investitura , V ha reson 

Che quand l'è fceura abbia d'ess chi a giornada ; 

Eppur no soo come la sìa stada, 

El fall l'è quest che gh'hoo brusaa el pajon. 

Sur Don Carlo, che l'abbia compassione 
Capissi d'ave faa ona bardassada; 
S' el me denunzia, per mi sont in strada, 
E perdi, che l'è el pesg, on gran padron. 

On scior de coeur che me voeur ben insci tant f 
E fagli ona mancanza de sta sorti 
Sont propri indegn d'ess el so pisonant. 

Cossa vceurel mo fagh? eh' el me perdonila; 
Anch mi, s'el voeur, gh'hoo minga tutt i tort, 
Ho faa stoo fall per aderì a ona donna. 

Allo stesso. 

Ch'el senta s' el voeur rid: el Curatori, 
Quand giovedì l'è staa da lu a disnà, 
Bisogna che 1' avess alzaa el peston, 
Ch'el se pers per i bosch vegnend a cà. 

Ona strada che mi la foo a taston 
De noce, senza paura de falla; 
E lu col servitor e col lampion, 
El va a fenl in brughera: se po dàt 

Lt e propri robba de fass rid a dree 
Inentra duu, còl lampion pizz in man, 
E no vedè nè strada, nè sentee! 

Pcrdes doma a vegnl da Scenari 1 

Coss' en disel ? ghe par eh' el sia assee 
El tiiol che ghe dan de Balandran? 

! 



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Medi'ant i soeu grazi, sur Marches, 
Sont arrivaa a Soree felicement; 
Ma me troeuvi pur anca malcontent 
De no vess staa a Milan quaj olter mes* 

E s' hoc- da dilla, sont ancb mo sospes 
Se m' abbia de sta insemina de sta gent 
Che gh' han la pesta addoss, o verament 
Andà a fa i fest lontan de sto paes. 

Basta, staroo a vedè come la va 
In sta povera terra desgraziada, 
E poeu risolvaroo coss'hoo de fa. 

Che se mai me vedess la mal parada, 
Al borgh di Grazi gh'hoo la mia cà 
De quell scior grand de coeur e grand d'entrada. 



L'è brutt el can, l'è brutt el servitor, 
Ma el servitor anch mo pu brutt dei can; 
Catti v el can, catti v el servitor, 
Ma pu cattiv el servitor del can. 

L* è bestia el can, l'è bestia el servitor, 
Ma l'è pu bestia el servitor del can; 
El mord el can, ma el mord el servitor, 
Dove el se po tacca, pesg che ne '1 can. 

S'incontri el can, s'incontri el servitor, 
Scappi dal servitor, scappi dal can, 
Per no vedè nè el can , nè el servitor. 

Tremi del servitor, trèmi del can, 

Ma tremi anch mo pussee del servitor, 
Per ess el servitor pu can del can. 



t 



.24 



Se no gli' era Don Carlo de Susaa 

A spedimm quij fassinn , per chi a Soree 

Se po morì de la necessitaa, 

No se troeuva oh sciorscell a tutt danee. 

Adess mo con sti legn ch'el m'ha mandaa, 
Quai olter che m'eu daga, o pocch o assec, 
Che sto a specciai come saran tajaa, 
Per tutt st' inverna gh'hoo de fa i fatt mee. 

El ringrazii frattant de l'altenzion, 
Oltra del pagament a temp e loeugh, 
Mi ghe protesti on carr d'obbligazlon. 

Se no l'è lu, vedeven on beli gioeugh, 
Vedeven mort del frecc ei Pelliscion, 
Per no vegh nanch on legn de pizza el foeugh. 



Ecco, Zellenza, el so memorial 

Ch' el m'aveva imprestaa fin d'on pezz fa, 
Quand mi ghe l'hoo cercaa de recopià, 
Trovandem eh' èva pers l'originai. 

Ecco donca, sur Cont, che tal e qual 
Lu me l'ha favorì gh' el torni a dà; 
No l'è olter mo, che fors el me dirà, 
Che no sont miuga staa tropp pontual. 

Ma già el m' intend, in quest l'è mej tasè 
Che ne parlann, chè foo semper insci, 
L'è'l vizi ch'hoo in di oss, che l'è quant'è. 

E pur, s'el voeur, hoo pensaa ben anca mi 
A daghel doma adess, e saal perchè'* 
Per dagli de festa incceu che V è el me dì. 



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is5 

Al sur Abaa Don Calimcr Cattani 
professor de Rettorica nel Ginnasi de Brera in Milan. 

Sur majester Catta ni, me patron, 

Hoo poeu trovaa'l quart d'ora finalment 
De mandagli de quij tai componìment, 
Per soddisfa a la mìa obbligazion. 

£1 v edarà , che gh* è dent poch de bon; 
Anzi, per dilla, no gli* è dent nì'ent 
Che possa pascolà el so beli talent; 
Hin quatter strasc de vers pien de taccon. 

E tant l'è vera, che s'el fuss staa a mi 
No dava mai pu foeura i mee sonitt, 
CAi al ma neh sparmiva de famm compati. 

Ma lu je vanir a tu ce i cunt in scritt, 
Je vosur o bej o brutt: come l'è insci, 
Soni in dover de scoeudegh el petitt. 

Quist hin quij che hoo trascritt 
De spedigh per adess; andand innanz, 
Anch senza ch'el me faga tane instanz, 

Ghe n' avara d'avanz; 
Perchè de sti me vers ghe n'hoo on beli poo, 
E fina che ghe n'è gh'en mandaroo, 

A segn ch'el stuffaroo, 
E l'avara de di min: Secca perdee, 
Fornissela ona v ce ulta, che n'hoo assee. 



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iq6 



Mandamm a cà mi sol, senza lampìon, 

Con quell scur, con quell frecc e de quij or, 
Bagnaa pussee che V amm d'on pescador 
Per l'acqua che vegneva a battiron. 

S'hin quist, sura Contessa, i attenzion 
Che l'usa a chi ghe fa de servitor, 
A la lontana pur di soeu favor; 
Per mi i rinonzi e ghe foo su el croson. 

Mi corr, quand fa besogn, innanz e indree 
A digh la Messa e fagh ci cortigian, 
E per premi trattamm pese d'on ruee! 

No, no, lee che la staga a Scerìan 

Con chi la voeur, che mi staroo a Soree; 
Sont on orara, sont on pret, sont minga on can. 



Oibò, vergognai in d'ona noce che l'era 
La pu scura de tucc, mandamm a cà 
Sol solett, con quell'acqua! Se po dà? 
Come s'è pioeugg, s'è pioeugg, l'è propri vera. 

Per sparmì on poo de scenna , a sta manera 
Tratten i galantomm che ghe va là? 
S' hoo mai mandaa nissun a fass bolgirà, 
Mandarev quella sdora volontera. 

Mi fa di cattiv vitt per amor so, 

Fa la cort a la dama, e poeu trattamm 
In sta manera, e hoo de mandali* giù! 

Vuj che la gent me disen on infamm , 
Se da chi innanz me veden anca mo 
A fa la cort a quella sort de Damm. 

♦ 



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1^7 



In d'ona noce dì pussee scur che sia, 
De sti temp chi, cont de sta sort de frecc, 
Cont ona slenza che vegneva a secc, 
Ma n damm dal so paes fina a cà mia? 

Senza damm nanch on omrn de compagnia, 
Senza on lampion, on* ombrella de sta a lece; 
De già che no vorreven damm on lece, 
Questa sì che l'è ben ona tirannia I 

E mi tegnaroo amis sta sort de gent, 
E me faroo premura de trattai, 
De dagh del spass e del divertiment, 

Mi no per bio! vuj mo giust piantai; 

Foo cunt, infin, che poss giontagh nì'ent, 
Ch' hin post che l'è mej perdi che trovai. 



Hoo vist, sura Contessa, in st' occorrenza 
La premura e l'amor che l'ha per mi; 
No la me catta pu per l'avegni, 
De sta sort de Contess en scusi senza. 

Mandamm via de noce con quella slenza 
Che vegneva dal ciel a tutt vegnl, 
Scur come in bocca al lòffi besogna di 
Che la gh'ha minga de convenienza. 

Se la vorreva minga tegnimm là, 

La doveva posti almanch fa taccà sott 
Ona carrozza e famm compagna a cà. 

Per lee l'era ona robba de nagott, 
E mi sparmiva de parzipità; 
Ma ghe premm pu i cavaj che i sazerdott. 



i*8 



L'era noce, el pioveva, e m'han nanch diti 
Ch'el se ferma ch'el pioeuv; m'han licenziaa 
De quij or, con quell tempi esositaa 
Che noj faraven nanch i poverini 

Spilorc, spiosser e lenden m arcadia, 
Senza vergogna e senza caritaa; 
No tasi pu fina che no gh'hoo faa 
Almanch mezza donzenna de sonitt. 

Coss'occor che me secchen d' andà là, 
Come no gh'han on lece, a on'occasion 
Ch'el sia cattiv temp o brutt andà. 

O se ghe i'han, hin senza discrezion 
A no esebill a vun che ghe va in cà 
Per onorai e fagh conversazion. 



Sura Contessa cara, che la scusa 

Se disi ciar e nett che 1' è oua tegna; 

Con quell temp, con quell'acqua chi gh' insegna 

De mandamm via a mceuj dent per la Gusa? 

Sura Contessa, questa la me brusa, 
L' è stada verament ona azion indegna , 
L'è stada ona azion che la m'impegna 
A vendicamm con fa parlà la musa. 

Che se la me ten là, prinzipalinent 
Che quella sira l'era de digiun, 
I coss andaven difercntement ; 

L'ha vorsuu minga, che la porta via -, 
Vuj giust che sappia el consol, el comun 
Che l'è minga ona dama, ma on' arpia. 



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IQ9 

t 



Ecco chi se no sont desfortunaa: 
Me pader el podeva famm on scior, 
£ in scambi el m'ha lassaa di. ereditar 
Che m'han tolt fina el lece per ess pagaa. 

Gh'hoo avuu di lit, e m'hin andaa tucc maa; 
Gli' hoo avuu poca fortuna a fa l'amor; 
Gh'hoo avuu on Jader in cà per servitor, 
E adess gh'hoo do sorell mal maridaa. 

Mi gh'hoo avuu gent che m'han faa milla intort 
£ m'en fan anca mo, quand la capitta, 
De crepa se no fuss de stomegh fori. 

Mi sont staa lì tane voeult per perd la vitta, 
Mi gh'hoo avuu on mond de guai; specci la mort, 
E poeu j'hoo provaa tucc per mia disditta. 

A on Mcdcgh che in mia convalescenza el aveva ordina* 

on cert resentin. 

Car el me sur Dottor, quell' impollin 

Gh'hoo tolt, credeva ch'el fuss el m'è ajutt; 
El me n'ha propri miss in cinqu quattrin, 
Perchè sont staa a di pass on poo tropp brutt: 

Pontur, contrast de viscer senza fin, 
Sudor frecc, convulsion, dolor acutt, 
Hin staa l'effctt del voster resentin, 
Ch'el me vorreva resentà del tutt. 

Hoo già beli e veduu, no savii scriv 

Che di rizzett mincionn che me spaventa 
E che me fa resta pu mort che viv. 

A la lontana de quij vost rizzett, 
No vuj pu resentin che me resenta,. 
M'è pu car scampa brutt che morì nelt. 



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i3o 



Hoo vist on dì, come in d'on sogn, la Mort 
In att de pettà via ona tajoeura, 
Per tra dal mond la sposa del Cazzoeura, 
Che no V ha '1 meret de rizev st'intort. 
E si che la se s'era missa al fort 
Colee de quella brutta carcassoeura, 
Disend che V era pronta a falla foeura 
Anca cont on mostacc de quella sort. 
MI, tutt stremii, vedend che andava al raaa 

Prima del temp una gran brava tosa, 
^Son cors, piangend, a domandagh pietaa. 
No, cara ti, diseva, no me priva 

D'ona donna ìnsci bella, insci graziosa; 
Fa a me moeud per adess, lassela viva: 

No sia insci cattiva, 
. Placa, si placa quell to coeur tiran, 
E no permett che vegna in di tceu man 

El fior de Sceri'an. 
Puttost se le gliet voeuja de sborl, 
De dovrà quell to ferr, droeuvel con mi: 

Si, droeuvel che sont chi 
A rizev el gran colp, con patt però 
Che staga viva la Cazzoeura anmò. 

Lee la vorreva no, 
Ma vedend i me e smani, el mé magon, 
Infin la se movuda a compassion. 

E mettend giò el ranzon, 
Sent, la me dis, ti te fee tant per lee, 
Ma sta sicur che prest ten pentiree, 

Quand te n'aceorgiaree 



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i3i 

D'ave faa on att de tanta cortesia 
A la donna pu ingrata che ghe sia. 

E sta gran profezia 
L'hoo vista in fin talment verificada, 
Ch* hoo dovuu di, quand mai Phoo liberada! 

Quand mai no 1' è crepada! 
E se tornass la mort a fa de bruti, 
Per mi hoo giuraa de no corr pu in ajutt. 

Anzi farev del tutt 
Per fa che la fass prest a sonagh dent, 
Ch' hin indegn de sta al mond sia sort de gen t. 



Hin chi quij robb che fin de sii vacanz 
Gli* èva de dà, segond i me promess; 
Meritarev die no je rizevess, 
O che m'je dass in del mostacc de slanz. 

Quand me soven ch'el m'ha faa tane istanz, 
E che l'hoo menaa Via fina adess, 
Me vergogni, Ezzellenza, de mi stess, 
E no gh'hoo volt de comparigh denanz. 

Vun che ra eritta d'ess servii sul pont, 
E fall spcccià insci tant, cossa dirai? 
Ch'el me perdonna, el preghi mi, sur Cont. 

Già el me cognoss, el sa el me naturai: 
Per promett a la gent son subet pront, 
Ma per manca, gh* è minga on oltr* egual. 

La disi tal e qual: 
Cossa vanirei mo fagli! no soo che di, 
Che el solet di balauder Tè a fa insci. 



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i5a 



Donch vorrii giugà pu? me fa nient, 

Vuj minga piang per quest, nè correv dree; 
Foo cunt che no sii minga el mè cl'ient, 
Che di mezz scud con vu n'hoo pers assce. 

On dì ch'hoo guadagnaa per azzident, 
Me fee mila protest, ve desgustee; 
Credii pur che fee intort al vost lalent, 
In temp che gh'avii in man di mee danee. 

Natica perchè ridess, el on gran maa 
De patigh insci tant de faram sto sfris; 
Vorrii che quell che vene el sia palpaa? 

Car Balugan, fee minga l'ostinaa, 

Giughemm che l'è on gran gust, e stemm amis , 
Ch'hin coss de nient, ch'in coss eh' è già passaa. 

Intant che l'è fioccaa, 
Emm beli pari a sta al foeugh a fa '1 lizzon, 
L'è robba de sugass fina i polmou. 

Come sii mai mincion 
A ciappà la moschetta intrà de min, 
L'è ino el dì de Natal, rompimm digitili; 

Dirà nient nissun. 
Cossa serva che faghev tant el dur, 
Lassevel dì, ch'hin tutt caregadur. 

Già mi ve foo segur 
Che già del voster ghe perdii nient, 
E fina el sur padron el sarà content. 

La batt in d'on moment, 
Fela de spiret, d'omm superior, 
Desfee sto vot, che l'è de pocch valor; 

Anim a fass onor: 



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i33 

A vess tropp ostinaa e pontiglios 

Già el savii anch vu di' hin coss Iropp vergognos. 

Foeura del eoo quij nos, 
Dee chi quij cart, femm sto mezz scud in pressa 
A rifless de la sura Baronessa; 

Perchè anca lee istessa 
Gh'avarà gust vedenn a giugà in duuj 
Dottor, se vegnii no, ve volti el cuu. 



Dopo trii mes e passa, finalment 

Restituissi i quatter toram del Cocch; 

Sont a pregalla per el rimanent, 

Ch'hin liber che me pias olter che pocch. 

Hin staa in st' inverna el mè diverti ment, 

Pu che nè el scacch des voeult che nè el tarocch. 
E ridi anch rao, come me ven in ment 
Quij donn senza caraisa e senza socch. 

Quij donn insci grazios, insci cortes 

Che dan per duu o trii ciod, per on belee 
Tutt l'or e tutt i frutt del so paes. 

Per brio! se mi soo on trent'ann indree 
Quell che soo adess di bej Ottàites, 
De quell clima insci bon, pienti Soree: 

Si, el pienti in sui duu pee, 
Per andà là a sta mej, e pceu per god 
Anch mi el vantagg de baratta quij ciod. 



PEUilZZOKl 



12 



K>4 

I 

Me fa rid assossenn quell Don Titrin, 
Sì me fa rid quella caregadura, 
Quell portament de corp, queir andadura , 
Con quij raolacch ch'el par on Arlecchin; 

E de pu el cred d'ess beli, pover ciallin! 
£1 sa minga che Tè la pesg figura 
Ch'abbia mai partorii mader Natura, 
Bon per modell de pittura el ciappin. 

E pur a sentili lu sto zerbinott, 

Tucc i donn de sto mond hin cott brusaa 
De sta bella figura del Calott. 

Chi poeu mai coeus per quell mostacc de cayra? — 

' Quij donn che stava a Sant Vicenz in Praa, 
E che dopo i han miss a la Senavra. 



Sicché, Ci ce in a, emm de spazzà de chi, 

E mi dovaroo andamen a Soree? 

Hoo propri minga de vegnigh adree; 

Gran ciccin desgraziaa che sont mai mi. 
Fortuna mo eh 9 han de vess poch i dì 

Ch'hoo de sta priv de Tidol che Fé lee, 

Diversament quest el sarav assee 

De famm malà dawera e de morì. 
E per quell me vuj mett in libertaa 

Per ess a god quant prima i soeu favor 

In la villeggiatura d'Arconaa; 
E fagh vedè e toccà con so stupor, 

Che quell tal che tegneven per sballaa 

L'è anmò a sto mond e Fé pu viv che lor. 



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Per quatter femmen d' on roassce de Sorce 
che eren Lruttissim. 

Giura diana bacchi che bellezzonn 
Hiu mai quij quatter femmen del Caraa; 
Se fussen iucc istess i olter donn, 
Se schivarav pur anca di gran maa. 

Mi cred che in ogni gener de personn 
No glie sarav chi podess fa on peccaa, 
Ne contra al sest prezett, nè contra al nona 
De tant che fan scappa la volontaa. 

Po vegni in ment che penser brutt se sia, 
Basta guarda quell so beli volt che incanta , 
Ch'el penser brutt el va lontan cent mia; 

Come de fatt, quand el ciappin el me tanta, 
Glie doo ou'oggiada, e i tentazion van via 
Pussee che ne a segnamm con l'acqua santa. 

Per ona adora attempada che toeu mari. 

M'è staa ditt che prest prest la toeu mari, 
E mi n'hoo tutt el gust, che final ment 
Dopo on gran pezz l'abbia trovaa'l client 
D'andà denanz al pret a digh de sì. 

Sia ringraziaa'l tìel! L'è vegnuu el di 
Anch del so temporal collocament: 
Sciora Costanza, sont pussec content 
Che ne s'avess avuu de tceulla mi. 

Già eren paricc ann che l'era ansiosa 
De catass on omett de compagnia : 
L'omm l'è vegnuu a la (in, e adess l'è sposa. 

E per quell se fa minga la bosia , 

Quand se dis per proverbi a ona quai tosa , 
Che no vanza mai carna in beccarla. 



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i36 



A ona sciora per di brugn sccch. 

A vedè che la fa d' indiflerent 

Cont i fatt mee, che no l'ha mai faa insci, 

Pensi e repensi tutt el santo dì, 

Se mai avess coramiss quai rnancament. 

Ma per quant pensa, no me poss tra in ment 
D'avegh daa quai disgust, che sappia mi; 
E se fors hoo mancaa senz'avvertì, 
Me par de merita compatiment. 

El fatt l'è quest, che lee no la me scriv, 
No la cerca pu cunt del Pelliscion, 
Coinè s'el Pelliscion no'l fuss pu viv. 

Resti a vedè ona simil mudazion, 

A vedemm traa de scagn senza on motiv, 
Mi che prima s'era el so amison. 

Ma sont d'opinion 
Che la faga pari d'avè su el grugn 
Tant per esentuass de manda i brugn. 



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1 



.3; 

Alla slessa, 

> Sura Costanza sont de lee anca mò 

Per senti on poo se la me voeur grazia 

Quij tai brugn secch che gh'hoo mandaa a cerca 

Dal nevod del Curat de Cantalò. 

E se l'è che la voeubbia dammi nò, 
Che la mei diga senza famm stanta, 
Che trovaroo ben gent de famen dà 
Fina eh' en vuj e bonn tant come i so. 

Al temp che specci de senti el savor 

Di so brugn secch , sont squas seccaa anca mi 
Senza possè rizev i soeu favor. 

E quell de no vedenn n'anca l'insegna, 
Hoo pagura ch'el m'abbia de fa di, 
Che la sura Costanza l'è ona tegna, 

Alla stessa. 

Se stii brugn secch no vegnen pu che presi, 
Sura Costanza, i coss han d'andà maa; 
Hoo già pront penna, carta e carimaa, 
Per dagh, come se dis, el nomm di fest. 

Chi no ghe vceur tant scus, nè tant pretest; 
Se de nò, già l'ha vist, eh' hoo comenzaa 
A digli dree tegna in del sonett eh' hoo faa; 
Se ghen foo on olter, ghe refiri el rest. 

Ghe la s'ingegna douca de mandai 

Prima che vaga iunanz cout el componn, 
Prima che tra de nun faghem di guai. 

Perchè se se comenza a fa di pien, 

Con tutt che i pien de brugn sien coss bonn , 
Per lee saran tant tossegh, tant velen. 

12* 



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i38 



Alla stessa. 

N'hoo mai faa tant sonitt in vita mia 

Per quatter strasc de brugn, com'hoo faa adess: 
Ma el manch Tè fai; el pu che me rincress, 
L'è quell vedè che Tè tutt temp traa via. 

Subet che s' ha a che fa cont on* arpia, 
Hoo pari a fa di vers, che V è Tistess; 
No la vceur rendes, se la se credess 
De dovè catta su che affront se sia. 

E de fatt, se no'l fuss per el respett 
E per l'amor che porti ai so parent, 
Vorrev propri con lee fa i mee vendett. 

SI, per diana! ghe vorrev dà dent, 

Segond hoo protestaa in Tultem sonett, 
Giacché anca quell no l'ha fruttaa ni'ent. 

AI pader dell' iste*sa. 

Tant hoo faa coi me vers, e tant ho ditt 
Per avè sti brugn secch, che finalment, 
Dopo cinqu mes che i specci, gli* è staa gent 
Che s' è risolt de scoeudem el petitt. 

Adess, sur Chirech, el ringrazi in scritt; 
A temp e loeugh saront personalraent 
In cà Crivella a fa i mee compliment, 
E ridaremm 011 poo sora ai sonitt. 

Ghe mandi intani la soa scatoletta, 
Con dent quatter maron domà per lu, 
Tant assee de fa on brindes al poetta. 

El me dirà che l'è ona pioeuggiaria ; 
Ma se no poss faghen sta dent de pu, 
La colpa no Fé minga tutta mia. 



i3p 

Al sur Cont Àbaa Crivell , 
per od aitar de marmor donaa a la gesa de Bovis. 

In st'occasion che chi s'è faa pales 
El spiret del sur Cont Abaa Crivell, 
S'è veduu che l'ha el coeur auch per i ges, 
Minga doma per fa fiorì Mombell. 

L'ha faa innalza a Bovis, tutt a so spes, 
On altaron de marmor talment beli, 
Che i olter altaritt de stii paes 
Besogna che ghe faghen de capell. 

Ghe se ved dent l'ideja d'on gran scior, 
La splendidezza, el zel e la pietà a, 
E la premura d'onora el Signor. 

Si'el ben benedett, sur Cont Abaa, 
L'ha faa on' opera tal d'avenn onor, 
E de durà per on' eternità a. 

Quell però ch'hoo notaa 
L'è che fors in Bovis, stoo beli' aitar 
No'l stima rari per tropp particolar; 

E'1 perchè già l'è ciar: 
Hingentch'ha'l nomm con lor, gran mammalucch 
Che no s'intenden d' olter che de zucch. 



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l/|0 

Per on tal Pader Giacom capuscin, direttor di condanaa 
a V ergastol , per ona burla eh 1 el ma faa. 

Pettà de sbalz ona s'eiavina indoss 

A oa innocent, a on galantomm par me; 
Vestimm de condanaa de cap a pè! 
Besognarav che n'avess faa de gross. 

Hi n'hoo mai faa nè'l lader nè 'l baloss, 
Mi no sont in disgrazia del Re: 
Vorrev donch che disissev el perchè 
Cont on pret savi avii de fa sti coss. 

Per vestimm con reson de quij tal pagn, 
Besogna prima fa vede che sia 
On olter bon lavò voster compagn. 

Giacom, de sti giughitt no femen pu. 
Che Tè ona solennissima pazzia, 
Vorrè dà ai olter quell che fa per vu. 



Ben volontera, sur Marches patron, 
Ghe farev el sonett ch'el ma cercaa, 
Sul fattarell del Pader Ballion, 
S'el fuss lezet a digh i mee peccaa. 

Ma renovà mo in vers la confession, 

La vergogna e '1 rossor eh' hoo già provaa 
Quell dì che soni staa a Rò con quij smorbion , 
La me par ona cossa che sta maa. 

Se tratta de materi on poo scabrós, 

De pastizz fregg e cold, de coss cossett, 
Che per dilla Tè mei tegnij a pós. 

Benché (mi gorgorant) senza reflett, 
A st'ora gli' hoo già ditt tant coss a vós 
Ch' el sa asquas tutt anch senza el me sonett. 



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.4i 

Sora Pusania che gh^ha la sura Contessa Busca de vcgnì fccura 
in villeggiatura a Castellati, quand Po propri già iti vero a. 

Àppenna hoo visi i tecc a vegnì gris, 

Ch'hoo ditt: gh'è nevj bisogna che m'invia 
A la gran villa Busca quand se sia, 
Senza che speccia ulterior avvis. 

E prest prest hoo faa su la mia valis, 

Content a fa anch a pè quij quatter mia r 
Per ess a god la sòa compagnia , 
Giacché ghe sont tant servitor e amis. 

E poeu lee la gli' è minga, e gh'è la fiocca. 
Coss'è sta robba? O che '1 la vista nò, 
O che (no savare v) Tè andada in occa. 

Ma hoo poeu capii el perchè: la nev eh' è giò, 
A tenor del so gust, L'è on poo tropp pocca ; 
Sicché la speccia che ne vegna anch mò, 

Almanch on brazz o dò : 
De fatt, quand gli' è gran nev, gran fregg, gran giazz, 
Chi voeur trovalla vaga a Castellazz. 



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1^2 

Al sur Curat .... 

» 

Aoch senza eh' ci me faga tane istanz, 
Incoea, senz' olter, sont de lu a disnà, 
Ma con quest che no'l staga a prepara, 
Segond el solet, tucc quij gran pittanz. 

Ona bona minestra, on tocch de manz, 
On quaj pianiti de mezz, se le voeur fa, 
On poo de robba dolza, già el se sa, 
Cont el so rost, per mi ghe n'hoo d'avanz. 

Ma vuj on patt, ghe parli ciar e nett, 
Se gh'lioo de sta, se de no torni indree: 
El patt l'è che no vuj el visighett. 

Car el me sciur Curat, hoo vist assee; 
Ho vist che lu el me fa tegnì el mocchettj 
E mi, com'hoo de fagh el candiree, 

M'è pu car sta a Soree. 
No gh'avaroo on disnà compagn del so, 
Ma canea brusa i did torna cunt no. 



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i43 



Chi sì che se sta ben, chi sì Tè on spass; 
Ma a pian terren, la me dirà anca lee, 
Ch'el fregg e l'umici el se sent pussee, 
Per quant ghe sìa legna de scoldass. 

Sala chi l'è che ghe sta ben de bass? 
I bust di imperator, Vener, Pompee, 
Coi olter stato v che ghe ven adree, 
Perchè quist hin de bronz, oppur de sass. 

Ma nun che semm de carna, e massim mi, 
À sta de bass col fregg de sta stagion, 
Ghe disi che l'è robba de mori. 

E adess che l'ha mudaa situazion, 

Son tutt coment, no voo pu via de chi, 
Nanca a famm descascià cont on baston. 

Ghe domandi perdon 
De quell sonett satiregh che gh'hoo faa, 
Dove gh'hoo ditt: a revedess st'estaa. 

Capissi ch'hoo faa maa; 
No faroo pu sonitt de sta natura, 
Via che no vegna on'oltra congiuntura. 



•44 



Ezzellenza, saran duu mes e mezz, 
E che no s'ien fors anca pussee, 
Che sont priv de i'onor de sta con lee, 
E del piasè de god i so finezz. 

Soo che l'è stada in Arconaa on beli pezz, 
Ma l'era giust in temp che s'era adree 
A mett on poo de segher in granee, 
Dove consisten tucc i mee ricchezz. 

Adess mo ch'hoo miss via quell pocch gran, 
Che la me speccia pur, che in sti pocch dì 
Olter non occorrend, sont a Milan. 

E no ghe torni pu per l'avegnì, 

Come quest'ann, a stagh tant temp lontani 
Ho faa cunt che ghe gionti olter che insci. 

Nissun sa, doma mi, 
Che dagn l'è el mè quell de vedess de rar, 
Massim adess coi zuccher insci car. 



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i45 



Al Padcr Golp oblatt àt Rò , 
in terop ch'el Pclliscion Pera la ai tant eserziu. 

No no, sur Pader Golp, che no'l dubitta, 
Che no sont minga chi per fa sonitt; 
Sont chi per piang de coeur i mee delitt, 
Sont chi semplizement per muda vitta. 

Verament el fattor del sur cont Litta 
(Mi no soo minga chi ghe l'abbia ditt) 
El m' ha mettuu in d' on loeugh eh' el mett petitt 
Pussee de fa el poetta ch'el romitta. 

Ma mi che adess vuj tend a i eserzizi, 
No vuj savenn de vers: capissi anch mi 
Che in st'occasion ponn famm del pregiudizi. 

£ poeu subet che lu el comanda insci, 
Besognarav che fuss senza giudizi 
£ senza temma afta ce, a no obbedì, 

Àlmanch fin che sto chi. 
Bell beli con sti protest, con sto prò mett 
Se no fa vers, s'avii già faa on sonctt. 

Che sitta marcadett! 
L'è vera: oh pover mi! Ghe sont daa dent 
(Ch'el me perdonna) inavvertentement. 

Che bon proponimenti 
(El dirà) s f hin istess quij ch'avii faa 
In di eserzizi per schivà el peccaa, 

El me pretin, stee maa. 
No no, n'hin minga insci, sur Pader Golp, 
I so meditazion m'han faa tropp colp. 



PliLLIZZOm 

I 



i3 



i46 



Hoo rezevuu el tabacch, bea bon che l'è, 
£1 var pussee od a presa de quest eh), 
Che nè des de Siviglia o de Rapè; 
Tabacch con conscia che no i posa soffrì. 

Ve ringrazi intratlant, ma vuj savè 
Cossa el ve costa in tutt a fall vegni; 
Che Fé ben giust, se m'avii faa el piasè, 
Che ve daga quell tant ch'hii spes per mi. 

£ poeu gh'hoo on olter debet de pagà 
Che asquas asquas me regordava no, 
E l'è! sonett che v'hoo proraiss de fa. 

Ecco donca el me debet: adess mo, 

Come v' hoo daa i danee che v'hoo de dà, 
I mè partid resten saldaa tucc do. 

Ma ghe resta però 
L'altra partida che no saldi pu, 
De tanti obbligazion che gh'hoo per vu. 



i47 



Ecco quij tai danee che v'hoo de dà, 
Giappei, e no me stee a fa complimenti 
Se vorrii che ve torna a incomoda; 
In difett, no ve disi pu nì'ent. 

Questa la .var cinqu soldi De quand inscià, 
Dopo che m* hii servii puntualraent, 
E eh* hii sborsaa di vost fin d'on pezz fà, 
Hii minga de rizev el pagament? 

Capissi el vost bon coeur, Cattani car; 
Ma nanch per quest vuj fa ona spelorciada 
De no pagà el tabacch quell tant eh' el var, 

Gh'è po vess gent de damm ona taffiada 
Col dimra che sont giust degn d'ess titolar 
De quella Santa Vergina insci fada; 

E la sarav ben dada; 
Sicché per tutt i vers no me conven 
A tralassà de dav quell che ve ven. 



i48 



Per ess Tegnuu el succher insci car. 

Gh' hoo ona desgrazia, se gh'avess de dì, 
Che pu grossa d'insci no la po vess. 
De centenara che me n'è suzzess, 
Quella che passa el segn l'è questa chi. 

Ecco, Zellenza, se '1 le vceur sentì: 
L' è vegnuu car el zuccher all' ezzess. 
Quist che desgrazi! Se no moeuri adess, 
No soo minga quand abbia de morì. 

Tutta la robba dolza da mangia, 
L'è, se po dì, l'unica mia passion, 
L' è semper stada e semper la sarà. 

Adess donch pu caffè! pu zabajon! 

Pu bescott! pu past froll! nanch de tasta, 
E pu nessuna sorta de bombon. 

Oh pover Pelliscion! 
Pu robba dolza 1 semper robba brusca! 
No sia mai vera! restaroo in cà Busca. 



'49 



Hoo creduu semper che sta mia patronoa 
Col toeu mari la se fudess sodad a , 
Che la fuss pussee savia e pussee bornia, 
Ma vedi che no V è n'ient mudada. 

Vedi che inscambi de portass de donna 
E de pensa che adess l'é maridada, 
L'è anca mo quell* istessa ragazzonna, 
Matta come on cavali, mezza ispirtada. 

Desprcsi, logg, comedi senza fin, 

Paroll che va a la peli, pesciad, strapazz, 
Hin i bej grazi che la fa al Cicin: 

E da che l'è vegnuda a Caslellazz, 
B esogna dì per me fatai destin, 
L'ha me ne fa soffri de tucc i razz. 

Tal che n'han faa di sguazz 
La gent de mi, coraè fuss staa el bufìbn 
De tutta quanta la conversazion; 

E mi pover mincion 
Che posseva tane voeult fa i mee vendelt, 
E ortigalla cont on quai sonett, 

Son semper staa quieti, 
Credend che la dovess muda sistemma; 
Ma vedi che la vceur famm perd la flemma, 

E che per quant me premma 
De fa minga de guaj, minga d'impegn, 
La vceur a tucc i cunt tiramm a segn 

De raffina Tingegn, 
Per digh, cont ona (ira de sonitt, 
Quell tant che fina adess gh'hoo minga ditt; 

E scoeudegh el petitt 

.3* 



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i5o 

Di vers che tutt i dì la m'ha cercaa; 
Giacché vedi ch'el cas l'è desperaa, 

£ che già de sto maa 
L'è del tutt impossibil de guari, 
E quest, se no'l le sa, gh' el disi mi. 

Hoo semper sentuu a dì, 
Che l'è prima la mort e poeu el giudizi, 
Che el lóff el muda el pel, ma minga i vizi. 



Sicché, quand eel, Popò, ch'ei voeur desmett 
De squittà giò tant vers e tane canzon " 
Per critica sti pover mee gambett, 
Pussee de quell che fava el cont Anton? 

No'l se contenta minga d'on sonett, 

Che, per Diana, el dà de man al falcion, 
£ li el desqualta tucc i mee difett 
Senza ritegn e senza remission. 

Mi fagh tucc i pont d'or, tucc i fìnezz, 
Procuragli on bajlott de mettel via, 
£ poeu per pagament tiramm de mezz? 

No no, quest chi l'avarev mai creduu; 
Ma mi per castigali diroo a Maria : 
Ciappee sto tós, e fegh totu toeu sul cuu. 



i5i 



rr 









Sposandes la sura Cateriaa Latuada. 



Che i tosami, co in' hi a bej, com' hin grazios 
£ savi, che 1' è el pu, no Stan lì ozios, 
Ma s' en van fazilmcnt al so destln. 
Lee che l'è tal, sarà daterinin, 

Quand inanch ghe se pensava, l'ha fa spós 
Con quell che l'èva el so pu car mords : 
Che faghen mo altertant i so vesin. 
N'hoo gust, e n'hoo desgust: n'hoo gust per lee 
Che l'abbia on gran brav gioven per mari, 
E lu ona brava tosa per miee. 
Ma intanta fina n'hoo desgust per mi, 
Che no la vedi d'olter a Soree, 
Né a Scerìan, passaa sti quatter di. 

L'è on dolor de morì; 
E se no mauri no, sala perchè? 
Per la soddisfazion, per el piasè 

Che proeuvi in del vedè 
E mas'c e femmen in d'on mar de penn 
A toeuss el fidegh e mangia cadenn. 

Sì, gh'en sarà s ossemi, 
Chi per invidia, e chi per el motiv, 
Come l'è appont el mè, de trovass priv 

D'on tesor effettiv; 
Gh'en sari, me figuri, a Scerian, 
Gh'en sarà minga pocch in d'on Milan; 

E poeu chi pocch lontan, 
E poeu chi pocch lontan, consideremm, 
Quij poveritt ch'aveva ciappaa el gremm: 

Adess semm chi al tandemm 



..A 



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* 



l5'2 

Per quell tal insci faa prenzipalment, 
Che con tutt ci so fa cT indìflferent 

In faccia de la gent, 
Col so fa el lócch e desmostrass nagott, 
Se sa però che l'èva olter che cott; 

E sentiss tutt a on bott 
Tra capp e coli sta poca bagatella, 
Che on Varesott gh' ha toh la soa bella 1 

Se no l'è mort in quella 
De creppacoeur, de rabbia e de dispett, 
L'è propri robba de fa fà on quadrett; 

L' è staa on colp marcadett. 
Ma che? Se quist hin restaa li in brusor 
Han vuu la sort quaj voeulta in soeu favor; 

Vuj rao dì, che almanch lor 
Pon di: Pazienza, anch che la vaga via, 
Emm goduu on pezz la soa compagnia, 

Che l'è ei mej gust che sia: 
Ma mi all'oppost, appenna l'hoo trattada, 
Sciavo patroni! sura Lattuada, 

In d'on moment Tè andada; 
Poss ben di che la sort l'ha maa tradii, 
Che appenna hoo vist el só, che tè sparii. 



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i53 



Al Padcr Gi acoro Capusctu. 

Giacom, guardee che ven on me compaa, 
Che Fé già staa a Milan prima d'adcss, 
Per intendes con vu d'on intere ss. 
Ma serev ai delizi d'Arconaa. 

Quest Tè vun ch'ha del fir in quantitaa 
De consegnà a Tergastol de fa tess; 
Ve '1 raccomandi come fuss mi istess, 
De fall servi a dover dai condanaa, 

Guardee che no ghe faghen perd nagolt, 
O che in del prezzi possen tceugh de pu , 
Perchè già s'ha a che fa cout di birbolt. 

E Tè per quel! che T hoo inviaa da vu, 
Savend che galiott con galiott 
No gh' è pericol che se faghen su. 

Con ira a di dona che, ciamaa a jutth a vendemmia , 
hao faa a V autor oa gran desia» d'uga. 

No pu domi, no pu donn per Tavegnì 
A cattà l'uga, se scampass cent agn: 
No pu donn (l'hoo già ditt e '1 torni a di), 
Perchè Tè pu la gionta eh' el guadagn. 

£n paccen tant, che in fin soo domà mi 
Che slass me fan; e poeu gh'è Tolter dagn, 
Che Tè pù quella che me fan spari, 
Che quella che va dent in di cavagn. 

La scori den, sii bagass, fin sott ai socch, 
Savend ch'el Pelliscion là no'l ghe ruga, 
E me la fan sui oeucc, de tant eh' hin scrocch. 

E la mia robba intant la se destruga; 
Mi me tocca a fa spes, e cavann pocch. 
No pu donn, no pu donn a cattà Tuga. 



i54 



Oh come el boffa mai sto sur Prevost 
Cont i Curat e cont i Cappellai!, 
Per l'aria ch'el se dà de Capp Pleban, 
Esaltane! l'eminenza del so post. 
El voeur che tucc ghe staghen sottopost, 
£1 cred d'ess a dì pocch on mezz Sovran; 
Ma el sa minga ch'el cala parìgg gran, 
E che in sostanza Tè pu el fumm ch'el rosi. 
L'è Vicari Forani; idest l'è quell 
Ch' ha l' incombenza dai superior 
De visà se on quai pret el va in bordelli 
Lu mo'l le ten per on gran post d'onor, 
Che s'el gh'avess do dida de cervell, 
El capirà v anch lu ch'el fa di error; 

No l'è che relator 
De quell che po zuzzed, e se Tè tal 
No l'è minga on Vicari general. 

Nò 1 capp d'on tribunal 
D'avè con lu la pienna podestaa 
De castiga quand vun se porta maa, 

Conforma el s'è vantaa, 
In voeuna de quij letter che l'ha scritt 
Ai Curat de la Piev, dove l'ha ditt, 

Che s' el voeur l'ha diritt 
De castiga j anch lor, s'el bisognasse 
E in tucc i letter (che'l ne scriv di fass) 

Je tratta d'alt in bass, 
E no'l risparmia i titol pu sprezzante 



Trattandi d' ignorarti* 



i55 

D'incolta de malcreaa, senza riflett 
Ch'el strapazza di pret, fior de soggett, 

Degn de tutt el rispett. 
E per che cossa? Per di question 
Che no gh'è nanch prenzipi de resoli. 

No l'è che l'ambizion 
De comparì de pu, per ess Vicari: 
E per quell disi che Fé nezessari 

De fagh da giò on poo i ari. 
Bisogna mettes dent coi man e coi pee, 
Bisogna propi dessedà el vespee, 

E lavoragli adree 
A sto sor Prevostin pien de caprizi, 
Minga per olter, per fagh fa giudizi; 

Ma già gli' è pocch indizi: 
El gli' ha on cert maa in del eoo, per quell che vedi, 
Che de guarii! gh' è minga de remedi. 



Sont chi, lustrìssem scior, in di so man; 
Soo che meritarev on legn su i spali, 
O verament eh' el me fass dà on cavali 
De qui) propi massizz sul fabrìan. 

Cossa voeurel mo fagh? Sont el Cassan, 
Sottopost a commett domà di fall ; 
Sont vun che paria come on papagall, 
E per formila, sont on tananan. 

Come de fatt, se ghe pensava su, 

Nanch a mazzamm diseva quell ch'hoo ditt, 
Prenzipalment ch'hin coss de offendei lu. 

Mi pertant ghe foo scusa in vós e in scrilt: 
E poeu ch'el guarda coss'el voeur de pu, 
Per fa ch'el me perdonna el me delitt. 



i56 

Deciaraiton amorosa Lutlada là, sema però spera oagotta 

On sonett in quattr' oeucc , on sonettin 
On poo amoros, se la me dà lizenza, 
L'è quest che ghe presenta Meneghin, 
E che la scusa de la confidenza. 
Mi sont comè in di gucc, comè in di spin 
A no possè vedè vost'Ezzellenza; 
Mi piangi semper el fatai desti n, 
Che me ten via de la soa presenza. 
Vorrev vessegh insemma, come s'era 
Quatter mes fa, che sarev tutt content; 
El motiv l'è che ghe vuj ben davvera. 
Ghe vuj tant ben, che ghe i'hoo sempr'in nient, 
Ghe l'hoo fissa in del coeur d' ona manera 
Che no me'n poss desmentegà on moment; 

E sto a speccià impazient 
Che riva'l dì prezios d'ess a Milan, 
Per vegni subet a basagli la man; 

No poss pu stagh lontan. 
Per olter no soo minga cossa '1 sia , 
Hoo trattaa parigg donn in vita mia, * 

Ma sta gran simpatia, 
O per dì mej, sto marcadett brusor, 
L'hoo mai provaa, gh'el giuri d'omm d'onor. 

Bardassa d'on Amori 
Cossa ghe solta, adess che Tè tropp tard, 
De poggi ani m de sti colp insci gajard, 

Pizzand senza resguard, 
In mi che sont nagott, tutta sta fiamma, 
E quell che me rincress, per ona damma. 

Se me vegness rao in branxma 



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i5j 

De toeumm, oome se dis, quai libertaa, 
El minga vera ch'avarev scuccaa 

Per la disparitaa 
Che passa ira de dud ; scram minga in Franza 
Da possè mett in camp V Eguaglianza. 

Se gh'era quaj speranza, 
Sebben sont vece, de famra cascà anca mo, 
L'ha de toeu foeura di personn par so; 

Tutt alter, ma lee no. 
Eppur cossa diravela? giust lee 
L' ha cattaa foeura per rostimm pussee. 

Mi donch ghe mo3uri adree 
Che 1' è già on pezz, e per la suggezion 
No gh'hoo mai spiegaa ciar sta mia passi ori, 

Via che in st* occasioni 
Adess mo no poss pu, sura Marchesa , 
Che la se daga minga per offesa, 

Se boeugna ch ? el palesa; 
La savarà el proverbi: Amor e toss 
Hin coss che dove gh/ hin se fan eognoss: 

E per no vegni ross 
A digh sul volt de sti bej coss cossett 
Gh'hoo pensaa tant fin ch'hoo trova a el segrett 

De metti in d'on sonett. 
Lee che la diga pceu quell che la vceur: 
Mi intani n'hoo assee d'avè spiegaa el me coeur. 



Pelvjzzoiu 



i58 

Al sur Pessina , per certi so ricini. 

On poetton par vost no'l ven mai pu, 

Vu in tucc i vers fee vers, e che sur vers! 
Vers che nessun ghe trovarav el vers 
De faj insci polid come i fee vu. 
I voster riram, che varen on Perù 

Rispett ai mee, che n'han nè indrizz nè invero, 
Ve preghi a no lassai andà despers, 
Se vorrii che risalta i vost virtù. 
Stampai , o fei stampa senza pagura, 
Che capiran chi sii tutta la gent> 
£ ve farli famos fin ch'el mond dura. 
Quand hoo sentii quell part del x vost talent, 
Mi che ghe n'hoo quai poo de stroladura 
In de sto gener de componimene 

Sont restaa verament 
A senti quell' estratt de poesia. 
Che, a in è giudizi, l'è ona melodia 

D'incanta chi se sia 5 
£ se no basta de componn in rimma, 
Yu sii pittor, e che pittor de zimmal 

£ poeu senza ch'esprimma 
A vocuna a voeuna i bej virtù che a vii, 
Tucc quij de stii contorna san chi sii. 

Però se ve credii 
Che quell eh/ hoo ditt el sia minga asse e, 
Per lodav come va, diroo pussee. 

Diroo che sii trii Pee : 
Pastor, pittor, poetta, e de maross 
Pessina, che fa quatter grand e gross: 

Anzi, per di tutt coss, 



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i59 

Diroo che sii architett e figurista, 
Ezzellent per canta, fisonomista, 

Teolegh, moralista. 
Diroo che sa vii fa on poo d'antiquari, 
E che una vomita favev l'ostiari. 

Diroo che sii on sommari 
Di scienz pu bej che sìa, e Tè on peccaa 
Che staghev a Bovis: on omtn dottaa 

De tanta abilitaa, 
Vun che a Momhell l'ha avuu l'onor in picol 
D'ess elett a fa'l giudea . 



Pover mi, pover mi! Domali mattina, 
E ben per temp, bisogna che m'invia 
Yers al paes de la malinconia, 
A la gesa de Santa Caterina. 

Sto Soree benedett el mè sassi na, 
El me fa perd la bella compagnia 
De tutt sii sci ori, e massem de la mia 
Cara e pam cara sura Marchesina. 

Speri per olter de vedella prest, 

Via che no s'imbatta on temp cattiv f 
Torni subet passaa sii quatter fest. 

No poss sta vìa no per tane motiv: 
E de sti tane el prinzipal l'è quest, 
Che mi lontan de lee poss minga viv. 



i6o 



Sur dottor Strambi, soo che Fè on bra? omm, 
Prenzipalment in cerusia maggior; 
Soo che in tucc i so cor el se fa onor, 
E che no Tè segond el so oognomm. 

Mi gh'hoo on zert maa che no ghe soo fa el no rum*, 
Giust in mezz al coppin, comè on tumorj 
A toccali noi me dà nissun dolor. 
Ma Tè dur e l'è grosa sul fa d*on pomin. 

E m'è staa ditt, che se no ghe ripari, 

In manch de quella l'ha de cress a on segn, 
Ch' hoo de pari el curat de Sant Macari. 

Ancm, Dottor > a racttcs a l'impegnr 
Chi no ghe voeur onzion de strafusari, 
Ghe voeur ferr, ghe voeur art, ghe voeur ingegn, 

Ghe voeur on soggett degn, 
Come l'è lu, per fa on*operazion # 
Ch'é minga boa de falla ogni mincion. 

Già sont d'opinion 
Che quest el sia on tumor; e se Tè tal, 
No vorrev minga eh' el fudess egual 

Ai tumor matrical 
Ch'aveva quella dama, e che anca mi 
Dovess cerca el Moscati per guari) 

Ossia per parturl; 
Benché i zerusegh che m'han visita*, 
Dal primm a l'ultim, m'han assicuraa 

Che do l'è de quell maa, 
E credi che anca lu el dira l'istess; 
Ma intanta fina, quell che me rincress, 

L'è ch'el tumor el cress, 
E se lu no '1 se impegna a fall cala 
Dovaroo calà mi cont el sballa. 



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i6i 

t 

Critica d'on sonott sta faa per matrimoni. 

t 0 

Quand legi quell sonett, vegni pur gris 
A senti quij goflad, e gh'hoo rossor 
Fors pussee mi anca rao che l'autor, 
Considerane! i strani bari j ch'el dis. 

De quand in scià l'ha de cercà i benis 

Yun eh' è nanch degn de mandà giò el Savor 
De quij benis che là eh' in robb de scior, 
On poetta baloss , on povcr sbris ! 

E pceu con che reson, st' ardimentos , 
L'ha d'azzardass a raettes a l'impegn 
A fa soniti a quella sort de spós? 

Tasen, o se de no van de retegn 
I poetton de zi mina, i vertuos, 
E quest mo l'ha de fa de bell'ingegn? 

Ch'el tceuja via el segn^ 
Che per vers milanes sto sur badee 
No l'è, nè el sarà mai el so mestee. 

E gh'han de rid adree 
Minga pocch se va attorna sto sonett, 
Tanto pu che leggend el primm lerzett, 

Staran li on poo a reflett, 
Là dove el dis, che toccand su la man, 
Gh'ha de nass tri i fioeu. Che tana nani 

4 Doraà a toccà la man 
E nient oiter, nassen i fìoeu? 
Se quest se dass, mi, sott al dì d' incueu, 

Ghe n'avrev on basgioeu» 
L'augùri per quell lì l'è beli e bon, 
Magara el ciel ghe daga suzzession 

De mas'eiott a monton; 



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i6i 

Ma vun la voeulta, minga trii in d'on bott, 
Perchè in ses voeult la ne farav desdott. 

No vuj di pu nagott 
Contra a i vers de costà per no inrabimm, 
Per no fagh pussee smacch cont i me rimm. 

E poeu el podarav dimm 
Che sont tropp longh de lengua, e per vendetta 
Parla maa di falt inee su la gazzetta. 

Al sur Cont Innati Cairam, 
Memorial del giare! inee Prada sta a liceouaa dal so servisi. 

Sì, che quai voeulta hoo strapazzaa '1 mestee: 
Pur tropp cognossi i mancament eh' hoo faa, 
Lassand i soeu interess per tend ai me e, 
£ per quell dal sur Cont sont licenziaa. ' 

Ah sur Patron! Sont el so giare! inee, 
Se mi voo via son pers, son sassinaa; 
Cont i lagrìm ai ceucc sont ai soeu pee 
A fagh cent scus, a domandagli pietaa. 

El m' ha soffrii tanci agn al so servizi : 

Adess sont vece, ch'el me sopporta anch mo, 
Che ghe prometti che faroo giudizi. 

L'è vera che Tè dada la sentenza; 
El demeret el gh'è, noi neghi no, 
Ma gh'è de contrapoon la soa clemenza; 

« E'1 so coeur, Ezzellenza, 

Noi podarà soffri ch'el pover Prada 
El vaga pittoccand su d'ona strada. 



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i63 



A Maria Cantoria. 

g 

Sentii che Vuj retrav insci de gross 
La mia morosa, quella di Cantonj 
L'unica donna che me fa passion, 
E che me mett anch mo del foeugh adoss. 

On pezz de giovena on poo grossa d'oss, 
Ma bella tantetant: duu bej oggion, 
Bell vòlt alegher, bella carnagion, 
Bell corp, beli portament e beli tutt coss: 

Graziosa in del parla, graziosa al tratt, 
Che la par mai fioeura d'on ferree; 
E l'è anch per quell che mi ghe voo adree matt. 

In sostanza el mej mobil de Soree, 

In gener de pai satin (già quest 1' è on fatt) 
Sl> sott al di d'incoeu, l'è propi lee. 

S' avess de toau miee, 
Anca in concors de che mostacc se sia, 
No vorrev altra donna che la mia 

Carissima Maria. 
Chi la conoss, fors me daran del baccol, 
E me diran che se no l'è on spettacoli 

No gh'è nanch sti miracol. 
Diran che la gh'ha el goss, che l'è malfada 9 
Che la gh'ha i paner, e che l'è sboggiada; 

E che se l'hoo retrada 
Tutt alFoppost, no Tè de fass stupor; 
Sont minga mi che parla, l'è l'amor. 

Mi mo diroo a costor, 
Ch'hin lengu d'inferna, lengu scomunica a , 
Ch'el fan a bella posta per di maa; 

Ma yiven ingannaa, 



< 



i64 

Se credcn, col sprezzalla in sta manera, 
De famra rcsolv a no guardagli pu in cera; 

Perchè, s'el fuss aneli vera 
Che l'avess sti defett che senti a dì, 
Ghe provaroo che per resguard a mi 

L'è bella ben anca insci, 
Con quell proverbi, ch'el fa giust al cas: 
No l'è beli quell ch'è beli, ma quell che pias. 



Sciora, ghe parli ciar, l'è in d'on error 
Se la pensa che mi ghe moeura a circe: 
Nè sont tant fazil a pati el brusor, 
Massim per di donn ciati, come l'è lee. 

E poeu mi no sont vun de fa l'amor, 
Nè tant pocch le permett el mè mestee; 
Ma quand anca fudess de sto tenor, 
El so vòlt d'invaghimm l'è minga assee. 

In primm loeugh no la gh'ha, come dis quell, 
Nè polizia, nè bellezz, nè tratt; 
In segond loeugh l'è tocca in del cervell; 

E con tutt sti bej coss, ch'hin coss de fatt, 
L'ha mo de cred che voeubbia fagh de beli? 
Se lee l'è matta, mi sont minga matt. 



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i65 



No podcrid trova a noli oo cavali de tacca. 

S'avess de mangià appenoa de sta in pee, 
S' a ve ss d'andà strasciaa pesg che on cercott 
S'avess de vend el lece per fa danee, 
Yuj toeu on cavali aneli mi da taccà sott. 

No vuj olter savenn de fa 1 lecchee, 

Che me stracchi, e no vanzi che i scarp rott, 
E no vuj che nissun me rida adree, 
Che legni 11 i carrocc a fa nagott. 

Yuj toeull, /avess de fa quell che se sia; 
Perchè già vedi che da sti vilan 
No poss speraghen ona cortesia. 

À cercagh el cavali d'andà a Milan, 

Che Vi el viagg d'on des o dodes mia , 
Chi el credaxav? hoo mai trovaa i pesg can. 

A dagh la borsa in man, 
E digh: ciappee, paghev fin che ghe n'è, 
Ma demm el vost cavali, femm stoo piasè, 

Che no poss pu andà a pè; 
Demmel per caritaa; voeuren dall no, 
E me responden ch'el cavali Tè sò. 

A T incontrari mo, 
Se provass a cercaghen vun sol cuu, 
Allora sont sicur che m'en dan duu, 



Fortuna che n* hin minga tucc insci, 
Diversament no vorrev nanch sta chi 

A damm cent scud al dì. 
Ghe n'è de bon: gh'è el Franz de la Cassinna, 
Gh'è Ferdinand, l'Ost de la Colombinna, 

Che a cercagh la marsinna 



x66 

Me dan a neh quella senza fass prega; 
Ma per i olter tucc se po crepa. 

Basta, se poss rivà 
A fa corr el me lego, hoo d'ess content, 
Massim per falla in barba a quij tai gent 

Insci mal servizient. 
Che gust a fagh vedè che aneli senza lor 
Marci in la mia carrocci* come oo scior. 



Tacchi i raee lego, magar* tucc trii a on boti* 
Se fussen bon tucc trii de ruzzamm chi; 
Ma credi pu de no che nè de si, 
Perchè , se no m'inganni, hin tucc trii rott. 

Sicché no poss servimen per nagott; 
E pani, qua nd anca men podess servi , 
Cora* hoo de fa? Via de tiraj chi mi, 
No se trceuva on cavali de tacca sott. 

E per vegnigh a pè, già se po nò: 

£1 ved anch lu eh* ci temp noi le pcrmett, 
L'è troppa per adess la nev eh* è giò. 

Soo che perdi on ris giald, perdi i polpett; 
Ma quest l' è el manch : el gh'è de pesg anch mo: 
Gh'è che perdi quell' olter visighett 

No poss donch che ripeti 
Quell eh' hoo ditt in di vers che gh'hoo mandaa, 
Che sont on pover omm desfortunaa. 

Nissun m'ha mai cercaa 
In di giornad eh' ci temp l'era insci beli, 
E mo adess ch'ho d'andà, come dis quell, 

A fa tirà la peli, 
Che per on pover pret l'è on gran sollev, 
Yat a fa bolgirà, ven giò la nev. 



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.67 



Per el matrimoni del sur Popp Golp. 

Se l'è vera quell tant che senti a dì, 
Che te sposet qucll mobil insci faa, 
Semm semper staa boa hmis per ci passaa, 
Vuj ch'el si'em pussee per l'avvegnì. 

Aniro, fa presi a falla dì de sì, 
Intanta fina che V è chi a Scesaa ; 
Puttost se fass bisogn de si g urla a , 
Digh pur, anca a me noram, che soni chi mi. 

Mi te daroo la cà per ti e per lee; 

E poeu portandes ben, soni quell tal omm 
De datt, a on'occasion, robba e danec. 

E se no faroo quest, muderam el nomai; 
Ma con patt che te tceujet per miee 
La serva del sur Carlo Bonanomm. 



Ringrazi de ver coeur el sur Marches, 
Sura Marchesa la ringrazi anch lee, 
Che m'han toh via de quell brutt Soree 
Per mcnamra a vedè di bej paes. 

Hoo vist ona gran part del Novares, 

Sont staa a Varali, e senza spend dance, 
Che l'è poeu quell che m'è piasuu pussee, 
Mi god i spass, e i olter famm i spes. 

Poss dì, i mee sciori, ch'abbia vist on ragg, 
Ch'el simil l'ho mai vist in vita mia, 
Come sont staa content de quell viaggi 

E se mai, l'ami che vea, tornassen via, 
I preghi a no famm pei d el beli vantagg 
De god la sova cara compagnia. 



i68 



Al sur Amanzi Cattarli. 

Se fussev bon de famm avè a Soree 
De quell tal tabacchili me predilett, 
Però m'intendi, cont i mee danee, 
Cattani car, ve vorrev fa on sonett. 

Già ve I'hoo ditt che mi ghe moeuri adree, 
Perchè l'è naturai, perchè l'è s'cett: 
Fee donca i diligenz, e se '1 trovee, 
Compremen on quai para de boett. 

Quell me desseda e quell me mett legna, 
Domà ch'en tira su ona mezza presa, 
£ l'è anca tabacch d'economia. 

Se poss avell, mandi tra Lesa e Stresa, 
Siel de luss, si'el come se sia, 
Tutt el tabacch che venden all'Impresa. 



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169 



.VI sur cont Iguazi Caimm. 

Progett per mìjorà la condizion di so u massee , tujendi 
faura de la necessitaa de depend per besti di haslrozzó 
de Saronn 9 col dagh lu ci patron istess tucc qnij besti 
che ghe po fa de besogn» 

Ezzellentissim scior, sur cont Cairn m, 

Gh'hoo propi on gust de matt, sont tutt content 
A senti che ghe pìasen i mee rimmj 
Pertant me cress la vceuja e l'ardiment, 
Subet eh' ci dis che l'ha piasè a sentimm, 
De tira a man quaj olter argoment, 
E, se aneli sti vers ghe incontren, come speri, 
Han de fornì a Soree tucc i miseri. 

Sì; paricc che patiss di soeu pajsan, 
Patiran minga tant per P arrogai ; 
Ghe vanzarà quaj voeulta on poo de gran, 
E saran scus ogni freguj d'ess lì 
Col sacch sott sella e col cappell in man 
A cerca dei fattor de trà de chi: 
Saran scus de trovass al san Martin 
Senza roba in granee de dà al molin. 

Chi me figuri ch'el sur cont Ignazi 
Noi savarà nanch lu coss'el se diga 
A senliss intonà sto beli prefazi; 
Fors el dirà che Tè ona quaj vessiga, 
E se Tè insci , no vuj savenn d esgrazi ; 
1/era mej che sparmissev la fadiga 
De mett giò vers per i dolor de eoo, 
Che mi sto pussee ben quant manch en soo. 



Pkllizzom 



No, grazia al ciel, Vè minga de sto taj, 
Come tanci ghe n'è, che quand se tratta 
De libera el so prossem d'on travaj, 
Doma a tragh on motiv dan in la matta, 
Disend che lor no voeuren savè guaj: 
Lu l'è pazient, morever, e el s'adatta 
Al scior, al sbris, a quell che butta butta, 
E dove el pò juttà ona man, l'ajutta. 

Gh'è quattr o cinqu massee sbiocch de raanera 
Che stanten verament a fa i fatt soeu: 
L'è anmò de comenzà la primavera 
Che i poveritt han già fornii i fasoeu, 
Gh'han già vceuja la panscia e la panerà; 
Caregh de debet, caregh de fioeu, 
No san meneman pu dove voltass: 
Roba, per brio! de fa piang i sass. 

E pur gh'han anca lor l'istess terren 

Che gh'ha quij olter che gh'han pan in sul so: 
Eel fors che noi lavoren minga ben? 
Che faghen l'asen? Ezzellenza , no: 
La sova part la fan ; quest el proven 
Del comenzà ona voeulta a erompa on 
D'on mercant de Saronn: a revedes; 
Chi ghe dà dent l'è condanna in di spes. 

Hin i mercant de boeu la soa ruina, 
Chè sott al titol de dà via a eretta 
Quell rozz o quella bestia bovina, 
Ghj fan pagà do voeult pu de la metta; 
E cont ona malizia la pu fina 
Che sia mai, sta razza marcadetta 
Semper a furia de trappolarij 
Gabben, se ghe dan sott, i resgiorij. 



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I 7 I 

L* ha besogn, per esempi, el tal massee 
De mett, come se dis , quaicoss in stalla ; 
Ma trovandes a Tassa de danee, 
Nè saveud in che termen prategalla, 
El va a Saronn, el ciappa on marossee; 
Ma, prima de parlagli, el le regalla, 
O pur el ghe promett de regalali, 
Con quest però eh' el jutta a sassinall. 

Ghe sarav, el ghe dis, mai per fortuna 
On quai para de manz de comsedè? 
Sii vegnuu giust in d'on bon quart de luna, 
El glie respond; gb/hoo de servi v de re: 
Se finadess gh'hii vuu la desfortuna, 
Sta voeulta ve pientee de cap e pè: 
Ghe n'hoo duu bej, ch'hin propi bon per vu 
Se no fee ben con quist, no fee ben pu. 

Boeu come quist en capita de rari: 

L'è a vedè mo se podaremm giustass, 
Perchè quell omm el sta on poo tropp sui ari; 
Ma mi procuraroo de trall abbass, 
Per favi dà a bon patt, e men deciari 
Che quell che noi farà per quij del Sass 
E per mi, noi le fa nancli se vegness 
On'oltra vceulta al mond so pader stess. 

Intant s'invien de Baldissar Morand . 
Per fa che reussissa ben el contratt; 
Là se mangia, se bev, se spend, se spand, 
Là se voja in pocch temp pussee d'on piatt, 
E questa chi, generalment parland , 
L'è 1' usanza che ten i Saronnatt -, 
Nè poden fa nagott, che no ghe sia 
De god prima quaicoss a l'ostaria. 



1J2 

Adree a quell massee che- va a la busa , 
On olter ghe sen tacca de maross, 
E cont on quaj pretest, ona quaj scusa 
El jutta poeu anca lu a pippagh adoss. 
Alto, floeuj, che i ha trovaa in la Gusa 
I dance de drovaj insci a l'ingross; 
Paccee senza pagura, e che la vaga: 
El marter de Soree Tè quell che paga. 

Van finalment per contratta sti besti 

Con pien la peli, cont on freguj de ragù; 
E mi gh'hoo corapassion, perchè me vesti, 
Come dis el proverbi, di so pagn: 
Andee, el mè galantomm, ma ve protesti 
Ch'avii de sospira per paricc agn; 
Vegnarà el temp (insci noi \egness nanch!), 
Che se adess gh'avii poch, gh'hii d'avè manch. 

Chi è slaa a T infermi, sa che penna gh'è, 
E per quest parli con calor e zel: 
Hoo compraa anmi, come ci le voeur savè, 
Dliu hi vii che m' Ili a costaa tri sold al pel; 
Gh'hoo dovuu boria solt perchè, perchè 
I agri hin andaa maa; ma, grazia al ciel, 
En sont sortii, chè sera in d'on* inferna, 
Nè mai de lor cromparoo boeu in eterna. 

Guardee, rcsgió (el comenza quell mercant), 
S'hii mai veduu do macchen de sta sort, 
Capazz de tira adree on carr trionfant, 
De tant ch'hin spiritos, de tant eh' hin fort: 
Costen on poo, Vè vera ? ma intrattant 
Sii franca d J avegh duu boeu eh' hin mai pu mort : 
Gioven de cinqu in ses, on beli manteil, 
Ben gambaa, gross de coppa e dur de peli. 



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, 7 3 

Hin, a dì poch , tace duu trent'ouz d'altezza; 
L'è beli tant ei smister comè el drizz; 
Tucc duu d'on pel, tucc duu d'ona grossezza, 
E sott al carr, doma a toccaj on sgrizz, 
Paren duu polledritt senza cavezza; 
Van, che je porta el vent, come do frizz. — - 
Lavoren ben? — • Catt! se lavoren ben! 
Principalment a dagh inanz del fen. 

Hin pceu de bona bocca? — Malarbettal 
Appenna se gh'è daa pienna la marna, 
Che in d'on moment gh'han lì la marna netta 5 
E pceu no vedii chi com'hin in carna? 
Sì, mangen ben; ma a dilla ciara e netta 
U è che tutta la pissa la se guarna , 
Per fa che lappen su tucc i scaron 
De raes'ciag dent insemina al beveron. 

Insomma quist hin dó gran besti borni, 
E per la sanitaa vij doo ai statutt 
(Però ai statutt, s'intendem de Saronn, 
Ch* el voeur pceu dì ch'hin minga san del tutt). 
Inlant me l'inlocchissen pu che ponn, 
De manera che quell el sta lì mutt; 
El gli' accorda tuttcoss, e el cred el bacol 
Al venditor, come s'el fuss l'oracol. 

E ben, sciur tal di tal, coss' hoo de dagh? 
Ma ch'el disa doma Fultem ristrett, 
Chè vedaroo ancamì se poss rivagh. 
O posso o no, perchè el ghe dà Paspctt, 
O almanch el fing de dall, bceugna cordagh 
Quant mai el ne partend, e lassass mett 
Del boja, per spiegalla in poch paroll, 
Come diressem nun, la corda al coli 

i5* 



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J 74 

Se tira a man ona polizza, e se scriv 
Quell che comanda el solet marossee, 
On prezi che chi compra no po viv. 
*» S aromi, ses Giugn : Al Sass che sta a Soree 
99 Per duu manz de lavò, de mantell piv, 
» D'accord ( le savarà poeu lu '1 dì adree) 
» Che s'obbliga chi so tu. Mettii el vost nomm... 
(De sta, fina ch'el scampa, pover omm.) 

Se po dà birbaria pu esecranda? 

Ch'abbia de sta el pajsan a discrezion 
D'on marossee birbott che, s'el comanda, 
El comanda a vantagg del só patron! 
N'occorr ch'el sagher el ghe raccomanda 
De fa i coss a dover: Vè insci minciou, 
Se T è salariaa per sto motiv, 
A fa mal opra a chi ghe dà de vivi 

Menej a ca che sii servii d'amis; 

Ma a cunt del debet, avvertiv che vuj 
. On quaicoss al present. — Scior (el ghe dis), 
Mi fina passaa tutt el mcs de Luj 
No podi dagli nagott. — No gh'hii on bó gris? — 
Ghe V hoo, ma vorrev mo speccià on fregtij 
A vendei, per vedè se podess mai 
Fa i mee coltur senza crompà cavai. 

S'el vceur ave pazienza, gh'hoo ona vacca 
Che l'ha de fa el buscin sta settimana. — 
Gh'hii nient'olter? Me la cuntec fiacca: 
L'è assee per el maross e la dovanaj 
Sti vost reson mi noi valuti on'acca. — ■ 
Ch'el senta. — Hoo già sentii. —Gh'hoo on poo delana . . . 
Vuj propi quell bó gris. — L'ha ben premura! 
Ch'el tira inanz on poo: coss' hai pagura? 



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1^5 

Ma la premura Tè che in quell moment 
El ghe le cerca vun de compagna; 
E lu, per god anch sto segond di' e ut, 
Le voeur a tutt i cunt per bastrozzà: 
Insci l'otten el scrocch tutt el so intent, 
Che Pè de fa guadagn de scià e de là: 
A vun no ghe '1 valuta quell ch'el var; 
A l'olter ghe le fa pagà tropp car. 

Passaa che sia quell bó sott ai so man, 
Conforma h oo ditt, anca che la campagna 
La vaga maa, che no la faga gran, 
Lu noi ghe gionta on bor, anzi el guadagna; 
L' è cattiva domà per el pajsan : 
Quell l'è a cavali, e chi po manch caragna: 
Poli pagà no? Sai coss'el fa coluu? 
El ghe tceu i besti, e chi n'ha vuu, n'ha vuu. 

Semm chi min in manch de quella al gran tandemm; 
L'è passaa Luj, e l'è fornii el respiri 
Andre ja, Chirighett, come faremm? 
Adess l'è quand comenzen i sospiri 
Ghe voeur danee o roba, se ve prerara 
De no vedè su l'uss consol e sbir, 
Bragolla, Corbattin , Felipp del Frecc; 
O metti lì lampant, o vend el lece. 
S'ciavo, resgid; e ben come va i raanz? — 
Oh s'el savess! De quell che se cognoss, 
Credi che stantaran a tira inanz: 
El drizz de terap in temp el pissa ross, 
E el va dojos sossenn d'on pè denanz, 
E (quell che me despias) el gh'ha la toss; 
E Tolter hoo pagura ch'el me raoeura, 
Perchè el patiss de spess la sanguinoeura. — 



176 

Quist se domanden scus per no pagamni; 
Ma avii beli pari a sbatt che Tè l'istcss: 
Sii staa vu quell eh' è vegnuu là a cercamm, 
A scongiurarli m de davi; e mo adess, 
O perchè fors gli' avii ni'ent de damm, 
O perchè a metti fbeura ve rincress, 
Dopo che v'hoo jultaa, che v'hoo servii, 
In ricompensa armee de sti partii? 

Se mai pensassev de mandamm de balla, 
Gli' è minga el loeugh; e cont i vost pretest 
Ve soo dì mi che stantarii a cuntalla: 
Vardee che no ve giusta per i fest, 
Con menav via tucc i boeu de stalla; 
Basta che la me solfa, che foo prest 
A trav in sanquintin: guardee el fatt vost; 
Vu fee di cunt in Tari senza l'ost. — 

Ohi caro lu, che cunt vceurel che faga? 
M'intendi de pagali; faga de man eh: 
Soo ben che villan cria, villan paga: 
1/ è ch'hin paricc i mosch che me sta al fianch; 
E per reparaj tucc, boeugna che daga 
On slass a quij poch grann, e no soo nanch 
Come faroo quand vegnarà el fattor, 
A vora ch'hoo daa pass ai creditor. 

Gli' è l'esattor, gli' è el calzolar, gh'è el Mella, 
Gh'è el Villabianca anch lu, gh'è el Saronin , 
Vanza el magnan mezz scud d'ona padella, 
Gh'è on poo de debet vece cont el Mastrin, 
E gh'è el Vital, quell de la Pertusella, 
Gh'è el Claved, gh'è el Cadenua, gh' è el Pedrin, 
Gh'è quell che m'ha daa l'oeuli, e gh'è in sostanza 
Ona gran troppa de persomi che vanza. 



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i 7 7 

E se no basta quest, me par d'intend 

Ch'el voeubbia tult el ficc el nost patron; 
Anzi se dis d' intorna ch'el partend 
La roba ch'el n'ha daa de sovvenzione 
Ma tant e tant m'ingegnaroo de vend 
Prima ch'el stee de ferr vegna al monton: 
Succeda pur queli mai che sa succed; 
Me premm de pagali lu ch'el m'ha vuu fed. 

Anca che cala el ficc, poch me n'importa; 
Miracol no poss fann; questa eh' è bona! 
L'è giust che paga chi m'ha faa la scorta; 
E se l'hoo faa speccià, ch'el me perdona, 
Senza ch'el vegna pu dent de sta porla, 
Sabet che ven saront là mi in persona. — 
Guardee cossa disi! .... — Scior, ghe prometti. 
Benissem donch, sabet che ven v'aspetti. 

El pover omm per libcrass del cruzi 
Goss'hal de fa? racco man da ss ai grann: 
L' ha de pronta per sabet i pescuzi; 
El vend forment e segher e basgiann. 
Ecco dove fornissen tucc i struzi, 
Tucc i fadigh, tucc i sudor d'on ann; 
Mitaa d'ona raccolta d'on'annada 
Le porla via vun in d'ona sciampada. 

In ultem, a fa el cunt, cossa ghe resta? 
Resta tant manch de ficc per el sur Cont; 
E pceu l'è staa la prina o la tempesta, 
U è staa la troppa ncv eli' è vegnuu ai mont, 
L'è staa quella reson, l'è slada questa; 
L' è staa ch'han minga vuu i somenz in pront 
De somenà a so temp; l'è staa el gran succ... 
L' è staa che i Saronnatt cojonen tucc. 



178 

Patissen lor, patiss vostra Zellenza, 

Ma lor pussee de lu d'on gran beli tocch; 
Che no ghe vanza nanca la somenza 
De la sova raccolta, eh* è tant pocch; 
Sicché de quest ne ven in conseguenza 
Che saran semper sbris, sernper pitocch, 
Besognos de soccors e de ristor, 
Anca che i camp ghe fassen i spigh d'or. 

Han pari a dagh de s'eenna e romp i brasc 
A rebatton de sd fina ch'hin stuff; 



Han pari a sterni brugh, paja e melgasc ' 
Per mett insemina di bonn mott de ruflf. 
Han pari a toeu su in straa stronz e bovasc; 
Chè on poo de pan ben vescionent c muff 
Han de stantà a mangiali; via d'anda attorna 
Cercand de chi e de lì de sterni el forna. 
Han pari i donn a cascia via el fresch ; 
Prima de l'aurora con la zappa, i 
Lavorand in di camp pcsg che fantesch, 
Che mi no soo per quaut no la ghe scappa ] 
La gran pazienza de strappa el nevesch, 
Là tutt el santo dì a brussas la crappa, ] 
A fass rosti dei cold i scinivej, 



A vegnì tene, a vegnì brutt, s'hin bej. 
abet el va a Saronn, segond l'ha ditt, 
Mortificaa, slremii, con ses pollaster, 
Per no vegh a la man tucc i quattritt: 
Se derva e se mett lì quell liber master, 
Dove se ved de foeuja in fceuja scritt 
I tane mincionarij, i tane impiaster 
Ch* han faa sta gent, che fan, e che faran, 
Se de chi inanz no ghe provvedaran. 



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'79 

Quest (el glie dis) i 5 è el cunt. Lu el se spaventa 
A senti che la somma Tè insci tanta: 
Dove el se cred d'ess debitor de trenta, 
El ved che l'ha de dà pu de quaranta; 
Ma per no taccà lit, el se contenta 
De paga, se fudessen anch settanta: 
El sa che s'el parlass pover mai lu! 
Hin bon, se sorta ven, de strogiall su. 

Con dagh cent lira in sblozzer el le prega 
De tirà inanz on poo, chè intantafìna 
Ma dura el mej; ma no, con pu el le frega, 
Con pu el va cout i bonn, pussce el s'ostina 
Ch'el vceur in sul moment la somma intrega. 
Chi, vìa de tra foeura la marsina, 
La gippa, la camisa, e andà a ca biott, 
Coss'hal de dagh de pu, ch'el gh'ha nagott? 

Adess le pera, adess el se pentiss 
De la miucionarìa che l'ha faa: 
Per duu strascion de boeu, de quij remiss 
Cont on poo de panell e on poo de saa, 
L'è redutt a sto stat, eh' el maladiss 
El di, Fora e el moment che i ha crompaa; 
K'occorr ch'el piangia adess, n'occorr ch'el strilla; 
Ghe voeur olter che lacrem, ghe voeur pilla. 

E quell aspett ch'el gli' èva faa sperà 

Prima de fa el contratt, l'è andaa in nient: 

Sul volt, per imbonì, fan on parla, 

Ma la polizza dis di versamenti 

El pensa el debitor de tirali là, 

E differì quai agn el pagament; 

E pceu el se ved in manch de quella adoss 

On creditor polent che voeur tuttcoss. 



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Coss'el fa luV Vedendes ch'el sta dur, 
E ch'el voeur falla propi de tiran, 
El vend, tant per no fa di trist figur, 
La roba in erba a on quaj mercant de gran, 
Su la speranza del raccolt fu tur 
Ai prezzi statutari de Milan, 
Per toeussel liualinent foeura di ccucc: 
Dagn sora dagn, e in fin pioeucc sora piceuce. 

Basta, intraltant Tè liber del supplizi; 

Noi gii' ha pu el manigold ch'el le strangora; 

L'ha vist e l'ha provaa el gran pregiudizi, 

E mo el le sent pussee chè l'è in malora. 

Almanch per l'avvegnì l'avess giudizi 

De no lassass mai pu tira la gora 

De fa simcl contratt: ma con tant proeuv 

El torna a impiss de debet de beli noeuv. 

Senza cervell, e malconsciaa resgió! 
Fors per timor de no andà in tocch a (Tace, 
Impazient de fa ricch i ha. strozzo, 
Appenna hau pagaa i boeu, ch'hin subet sacc 
De tegnij, e cercanden de mió, 
Quij gh'hii dan per on oss: doppi vantacc 
Per color de Saronn; sicché contratten, 
Baslrozzen, venden, crompen e baratten. 

Se gh'han poeu on quaj cavali bolz o mezz mail 
De quij de dà a Ciocchin, de quij carogn 
Che tceujen dent per gionta in di contratt, 
Che n'hin bon de dovrà, nanch per insogn, 
Pien de guarisch, de piagh, e pien de natt, 
I gonzi de Soree che n'han besogn, 
Con dagli o tant forment o tanta segher 
Ghel paghen come el fusa on beli polleghcr. 



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i 



i8i 

Siel come se sia, pur ch'el tira, 

S'el fuss aneli pesg, no ghe n'importa on figli: 
Hin bon de spend dusent o tresent lira 
Per on rozzett che corr comè i formigli; 
In fin poeu ghe succed che ona quaj sira, 
O ona mattina, inabel ai fadigh, 
Quell che tirava tant, el tira i stringh, 
Lassand indree al pajsan la peli e i gringh. 

Insomma hoo pari a scriv, hoo pari a dinn, 
Che, se me dass d'intend de dì tuttcoss, 
Cont i mee vers mai pu poss reussinn, 
E voo a pericol de famm romp i oss: 
De la rest el vorav insci sentinn, 
Se podess rerament vojà el mè goss: 
Quel! ch'hoo ditt el sarav doma l'esordi: 
Gh'en cunti on'oltra intant che me regordi. 

Perchè no paghen in l'istess prozint 
Che crompen, sicché quell per el retard, 
S* el ciappa roba a cunt chè vara vint , 
Ghe le mett dodes, a cascia gajard; 
E mi, vedend sti usur, me senti spint 
(Magara no avess nanch specciaa insci tard) 
A supplicà umilment vostra Ezzellenza 
Che a s|i sconzert el metta provvidenza. 

Quanti ringraziament el gh'avarav, 
Se con do mila lira, a di sossenn , 
El vorress liberà sti pover s'eiav, 
E toeuj foeura ona voeulta de quij pennl 
Che caritaa florida la sarav! 
E color che ghe sciscia el sangu di venn, 
Guarda coss bau avuu, coss'eel che vanzen; 
Pagaj, e mandaj tucc al so dianzen. 

Pellizzom 16 



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l82 

E ch'el me disa ori turch, se noi ghe troeuva 
In quij so cunt on mondo d' imbrojer 
In dann di soeu pajsan. Sur Cont, ch'el proeuva, 
Ch'el vedarà se no ghe cunli el ver. 
La eà Scttala, i Zittadin de Noeuva, 
El Papis hin vegnuu del noè parer, 
E cont el temp han de fa istess pance, 
S'han de juttà i so gent e scoeud i ficc. 
Questa, a peusalla, V è la pu speditta; 
E poeu ghe voeur on orden general, 
Minacciand, sto per dì, penna la viltà 
Al primm che erompa besti de sti tal: 
Nè lor se fidaraven per la squitta 
jy incorr la soa desgrazia e '1 criminal: 
Mincionni minga; al primm che ghe dà dent, 
La denunzia del Ioeugh in sul moment 
Allora el vedarav i soeu massee, 

Che adess deslenguen come al sd la nev, 
A vanzà on poo de roba in sul soree; 
Tegnaran i buscitt de fa di allev, 
Per avè in stalla senza spend danee 
I so bonn besti, che l'è on gran sollev; 
E in quatter o cinqu agn, se la capi ita, 
Se reffen se po dì de mort a vitta. 
Mi verament, riguard al meret so, 

No dovarev parlaun, nè in ben nè in maa, 
Perchè hin canaja che i compagn gh'hin no, 
E quest gh' el disi perchè i hoo provaa. 
Ma hoo mò de lassa sta, dove se po, 
Doma per quest de fa ona caritaa? 
Vuj fagliela, sebben dis quaighedun 
Che chi fa ben a villan, fa ben a nissun. 



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i83 

Ezzellentissem scior > sur cont Caimm, 
Giacché per sòa grazia el se compias 
De senti on gofF, eh* el faga che i mee riram 
Possen giova a sta gent, segond el cas; 
E in l'istess temp el preghi a compatimmo 
Se coi mee lapp gh' hoo desturbaa la pas. 
E chi fornissi con cercagh l'onor 
D'ess in del numer di sceu servitor. 



Allo stesso. 



Sur Cont patron, l'è chi, l'è chi, Ezzellenza, 
Quell pover omm de Carla Isepp Legnan, 
Quell appont che per certa impertinenza, 
Fada da on so fradell on poo balzan, 
Gh'è staa intimaa de sbalz la gran sentenza 
D'andà in quai olter loeugh a mangià pan: 
Sont chi donca a cuntagh come l'è si a da, 
A supplicali che noi me manda in strada. 

El fatt l'è quest: ave vera caregaa 

On poo de brugh sul carr, e per francali, 
Come se fa per no mandali del maa, 
Perchè di vceult suzzed de spantegall; 
Colù de m'è fradell el gh'ha tajaa 
Do brocch in d'on so bósch; e quest Tè el fall, 
In poch parol, sur Cont, glie disi el sugh, 
La tajaa quatter legn de franca J l brugh. 



» 



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i84 

E pur ch'el guarda quand se dis di coss? 
VcEur propi che se daga l'azzident, 
Per mia desditta, che ghe riva adoss 
Giust el campee di bosch in quell moment, 
Queir oggionasc, quel! malarbett Cugross (*); 
£ lì , per oua roba de ni'ent, 
El fa tant badalucchi el cria tant, 
Come Tavess tajaa noeuv o des piant. 

Mi no soo minga, ghe sarà de quij 
Che andaran foeura colla soa folcetta 
A fann di fass, e noi san nanch i grij, 
O anch ch'el se sappia, la passen via netta; 
E mi giust domà mi, per duu scorscij, 
IIoo subit d'ess squajaa: l'è maladettal 
Tajaa, ch'el nota, per Peffett ch'hoo ditt, 
Che s'emm de dilla l'è minor delitt. 

L'è delitt anca quell, ma intanta fina, 
A me giudizi, no l'è mai tant grand 
Come de vun che roba ona fassina; 
Mi, grazia al ciel, no savarev dì quand 
Gh' a vess toccaa nanch ona bacchettina, 
Perchè so che farev contra i comand, 
Via de st' occorrenza che l'è staa 
El besogn verament che m'ha sforzaa. 

Sicché el toeu su stii legn, e'1 va de slanz 
In palazz a cuntà coss' è suzzess, 
Con muda fors del fatt i circostanza 
E là contra el fradell, come l'avess 
Robaa, per raceud dì, on para de manz, 
Senz'olter ciaccer se ghe fa i prozess, 
Reportandes però a quella sentenza 
Che avarav daa in sto cas vostra Ezzellenza. 

(*) Soprannome del camparo. 

* 



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i85 

Ed ecco donch ch'el di de Sant Tommas, 
El faltor el me manda a domanda, 
Dopo d'ess staa a Milan a cuntagh el cas; 
Mi, n'occor olter, sul moment voo là: 
Ora el me Carla Isepp, me sa despias, 
Ma v' hoo de dà, el me dis, noeuva de cà; 
Gh'è orden del patron, che ditt e fatt 
Al voster sur fradell ghe sia daa el sfrati. 

Ma pur per favv vede che ghe vuj ben, 
Che no sont rigorós, vuj anca dagh 
Del temp sossenn de cercà cà e terren, 
Per conseguenza el foo patron de stagli, 
S'el voeur, fin San Martin dell' ann che ven; 
E questa Tè la grazia che poss fagh; 
Che s'avess de guardà i demerit sceu, 
Dovarev fagh tceu el boria al di d'incceu. 

Allora mi, sur Cont, come restass 
A senti nini ona robba de sta sort, 
Nessun' anima al mond po immaginass, 
Cred ben che in quell prozint vegness pu smort 
D'on condannaa, quand el se sent a dass 
La spaventosa noeuva de la mort; 
Reste li tant immobil tutt'on bott, 
Che quij che guarnì mi, gh'hin per nagott (*). 

Pover Legnan, chi t'avess ditt a ti, 
Che per ona brancada de buscaj , 
Che no podeven vess pu poch d'insci, 
T'avesset de trovatt in sto travaj; 
On travaj insci gross, com'è quest chi! 
Quant mai colù el s'è vanzaa a tajaj, 
Leva mej perd el brugh de quell che sia 
Per vorrè godei tutt dovè andà via. 

(*) li supplicante e icpollore. ! 

i6* 



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i86 

L'è vera, sur patron, eh' ci denunziaa 
L'è ine fradell, e a mi me le perdonna, 
£ questa Tè ona bella caritaa 
Ch'el fa a sta miserabila personna; 
Ma mi senza de lu sont imporaa, 
Perchè sont sol, e no gh'hoo nanch la donna; 
Cossa po mai fa 011 omm lu da per lu, 
Qucll che po fa du brasc, e nient de pu. 
£ la terra besogna lavorai! a, 

Ma lavoralla ben se l'ha da rend, 
Per conseguenza se la gent la calla 
L'è quand ven su la vescia a oeucc vedend, 
£ no la fa nagott anch a ingrassalla; 
E in temp d'estaa che gli' è paricc faccend, 
£1 po minga on omm sol lend da per tutt, 
Sicché in tult i maner ghe voeur ajutt. 
E poeu già gh' è de fa in tutt i stagion , 

Che nun pajsan stemm mai settaa sul scaga: 
O i frasch, o i brughi o i lego, o andà al patron, 
O cattà su la grassa in di cavagn, 
O sterni i besti, o fagh el beveron, 
O mena al manz la vacca eh' è in guadagn: 
In sostanza, per tutt on ann intregb, 
Basta vorrè, ghemm semper quai impiegh. 
E poeu coss ha de sta on pover meschin 
In dona tanabusa sol solett, 
A fa, come se dis, la mala (in. 
Dia ne guarda on maa! sarev costrett, 
Via che no me jutassen i vesin, 
A dovè de rabbiaa tirà i colzett, 
Senza nanch vun che corra a domandammo 
El curat o quai pret de confessaram. 



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,8 7 

Questa donch la sarav la congiuntura: 
Senti ch'el me rispond, de toeu miee : 
La tujarev pur tropp, ma j'ho paura 
De fa com'ha faa on olter de Soree, 
Cioè de antizipamm la sepoltura; 
Perchè sont vece, e perchè gh'hoo el braghee. 
Da quest mo ch'el capi ss a, car sur Cont, 
In che cattiva circostanza sont 

In conclusion del fatt hoo beli e vist 

Che mi senza el fradell sont senza on brasc; 

Resistaroo fina che poss resist, 

E poeu sont bon de piantà lì el stallasc (*); 

Hoo faa i me cunt, che come sont provist 

D'on squellott, d'onzuccceu, d'on bastonasc, 

Hoo beli e preparaa la mia scorta 

D'andà a cattamm de viv de porta in porta. 

El pu che sia, Tè che sont tanto brutt 
Che metti orror a chi me guarda addoss; 
Negher, coi oeucc stravolt, magher, distrutt, 
Ona barbascia folta, e de maross 
Sont tant strasciaa che perdi bind per tutt; 
Poeuden pensa che sia on quai baloss ' 
E famm la caritaa cont on quai legn, 
De dovè fin che scampi porla el segn. 

Àh no, disi per rid, innanz che fa 
De sta sort de figur, vorrev puttost 
Seccà in pee de la famm: basta doma 
Ch'el se contenta de lassamm el post, 
Che poeudem viv, se voeurem lavora, 
Tanto pu chi che sont nemis di ost, 
E de Tost de Soree in particolar, 
Che l'è on tegnon ch'el vend el vin tropp car. 

(») Ca*a di varj pigionanti di S. E. 



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i88 

E già che la fortuna ch'emm avuu 

D'ess sott a lu, che l'è di agn paricc, 
O per di mej, de già che semm nassuu 
Sott i soeu copp, dov'è nassuu i nost vice; 
E che grazia al Signor, quand hoo possuu 
Hoo semper ai soeu temp daa cunt di ficc, 
Hoo geni, pur che lu el voeubbia tegnimm , 
De morì suddit del sur cont Cajmm. 

Sont chi pertant a domandagli perdon 
Per me fradell se l'è caduu in st'error, 
E a supplicali che l'abbia compassion 
D'on pover vedov che con gran calor 
El fa recors a lu che l'è el patron, 
Perchè el se degna d'ordinà al fattor 
Che attes, etzettera, i motiv espost 
El denunziaa l'abbia de sta al so post. 

Soo che 1' è bon coi pover, e per quell 
El preghi a famm sta grazia; se de no, 
Già el sa cossa gh'hoo dit, senza el fradell 
Mi sont quell mur tutt crepp ch'el boria giò, 
Che stand mo insemina lu, l'è quell pontell, 
Quell barbacan che me ten su anca mo; 
In lu confidi, a lu me raccomandi, 
E speri d'ottegnì quell che domandi. 



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Allo stesso. 



Quell Carla Isepp Legnati, che ses agn fa 
Li' ha daa tanta materia de discors, 
Per quij tal legn, s'el se regordarà, 
Ch'el fè a Vostra Ezzellenza umil ricors, 
Coi vers del Pelliscion, per implora 
Pu fazilment da lu pietaa e soccors, 
Come in fatt con quij vers gh' è riusii, 
Per sòa grazia, d'ess esaudii. 

Quell Carla Isepp sont mi, ch'hoo già tant proeuv 
Della sòa bontaa, sur cont Ignazi, 
E soo che supplicandel de beli noeuv , 
Ei sarav pront a famra quaj olter grazi; 
El besogn donch Tè quell che me fa moeuv 
A cerca in lu sollev ai me disgrazi, 
Ch'hin paricc, e m'affligen minga pocch, 
Massem poeu quella d'ess nassuu pitoccli. 

Sont, Ezzellenza, on pisonant di soeu 

Che fina ch'hoo avuu forza e hoo avuu vigor, 

Per moauv terren, no la zedeva ai boeu, 

Drovand vanga e bai, spargend sudor; 

Per mia deslippa, sott al dì d'incoeu, 

No sont pu in stat de fa l'agricoltor, 

Sont inabel a tutt per el motiv 

Che me retrceuvi pussee mort che viv. 



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*9° 

Ridott a brutt partii , mi poverett, 
No s avene! come fa mi a tira innanz, 
Dopo ricors a Dio beriedett, 
In lu reponi tutt i mee speranz; 
Soo ch'el despensa in pubblich e in secret 
In fin dell'ami gran part di soeu sostanz 
In oper pij, in oper virtiios, 
Com'hin quij de soccor i bisognos. 

Giacché provved a tant la sòa cassa, 
E eh* el sur cont Caimm l'è tant cortes, 
Che a paricc de Soree soo ch'el glie passa 
Quai cossa d'onorevol ogni mes, 
Per i vece, i struppiaa, per quij eh* è ali'assa, 
Che ghe n'è minga poch in stoo paes; 
Vorrev pregali aneti mi d'on quai assegn, 
Ch'el sarav propi tutt el me sostegn. 

Se ghe n'è vun a Soree che verament 
El sia degn de tutta l'assistenza, 
Ch' el creda che sont mi presentement, 
De tant sudet che l'ha Vostra Ezzellenza: 
JVissun sa, doma mi, che ghe sont dent 
E che me tocca a fa la penitenza, 
In che stat miserabil me retroeuva; 
Robba che nessun cred, domà chi prceuva. 

Senza pan, senza paga, senza danee, 
E quell eh' è pesg, senza la sanitaa; 
La mader orba, e pceu marada anch lee, 
Duu fradellaster senza caritaa; 
Tant de ballon a me loeugh, cont el braghee, 
Fiacch per i malattii e per l'etaa, 
Intirizzii dal frecc, che no gh' hoo indoss 
Olter che on sold de strasc de quatta i oss. 



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'9* 

E se per sort el vorress minga cred 
Pensand che mi glie cunta di fandoni, 
Gh'en trovaroo dusent che farà fed 
Qualment l'è vera tutt quell tant ch'esponi 
De quij eh' è là sul fatt, de quij^che ved 
E che po con reson fa testimoni, 
Anzi per ona prceuva del me stat, 
Quest chi l'è on altestaa del sur curat. 

* Foo piena fed mi Parocch infrascritt 
« Qualment se troeuva tra i me parocchian 
«* On pover miserabil derelitt, 
w Che se domanda Carla Isepp Legnan; 
«* El pu meschin tra tucc i poveritt, 
« Pu bon de lavorà per ess malsan, 
« Miser a on segn che se po minga esprimm. 
u In quorum /idem* Baldissar Capimi. » 

E cont on attestaa come l'è quest 
Noi po avè dubbi che ghe pienta su 
Di ciaccer, di bosij e di pretest, 
Per ciappà anch mi quai cossa e ingannali lu 

, Hin veritaa tropp ciar e manifest 

Quij che ghe cunti; anzi s'el voeur de pu 
Ona fed del fattor, la gh' è anca quella : 
Eccola chi, sur Cont, s'el voeur ved ella. 
Soree, el di trentaduu dopo l'ann Sant, 
«* Se troeuva in sto paes on pover vece, 
m Che se ci a mina el Legnan so pisonant, 
- Des voeult pu pover del massee del Freccj 
« Malandaa de salut che a mal astant 
<i El se sostenta tra '1 baston e 'I lece , 
« Vestii domà de bind e dee pezzceu: 
« E per fed dell' espost, Carlo Sciceu. n 



in mezz a sto gran numer de miseri, 
Che farav piang i sass per compassion, 
No soo dove me cerca refrigeri 
Se no vegni de lu, car sur patron: 
In lu dorica confidi, e da lu speri 
On quaj piccol assegn in st'occasion; 
E se m'avanzi tropp, l'è giust appont 
Che l'è tant de bon viscer el sur Cont 

Gh'hoo podi de dagh incomod tant e tant, 
Ah sì gh'hoo pochi anzi se Phoo da dì, 
Me stupissi che on schelter ambulant, 
On avanz da carlee come sont mi, 
Dopo mila battost, ciò non ostant 
Abbia possuu resist senza morì; 
Adess ino la prim' acqua che ven via, 
Se d'olter no ghe vedi, Tè la mia. 

Intant prega roo el ciel e i pover mort, 
Per el so ben, massem spiritual, 
Acciò rivaa cli'el sia a qucll gran port, 
Che promett el Signor al liberal, 
El possa avò de pu la bella sort 
De rizzev V interess e 1 capital 
De quij limosen ch'el dispensa adess, 
Col cent per vun , come el Signor s' ù espress. 



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193 



Allo stesso. 



E zzell e n ti ss em scior, gont chi ancamò 
Cont i mee solet vers a fa el cercott, 
Per vedè de juttà, dove se pò, 
On avanz de sepolcher, on carr rott; 
E quest l'è on olter pisonant di so, 
Che per miseria noi le ced nagott 
À quell de quattr agn fa, se '1 gli' ha memoria, 
Quell Cari' Isepp, che Dìo l'abbia in gloria. 

Quest Tè on tal Giovami Camp, on mè vesin, 
Che per desgrazia gh'è toccaa de nass 
In la famosa cà del Corbattin, 
On galantomm però de prima class; 
L'è vun ch'el fa el testò de stoppa e lin, 
E l'è fors l'unegh de podè fidass; 
Chè di testò se sa che la pu part 
Hin corapagn di mornee, compagn di sart. 

Hin sedes agn e pu che l'ha miee, 
E in sedes agn 1' ha vuu già duu fioeu 
Ch'hin el retratt fettiv de lu e de lee, 
E basta remiraj per di ch'hin soeu; 
Brutt finamai, raaisan, mezz mort in pee, 
Comò quij piant eh' ha denter el cajroeu • 
Per i fattezz hin simel a la mader, 
E per la sanitaa compagn del pader. 

Palli zzom 17 



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*94 

Sto povcr omm V ha vuu semper la mira 

. De juttà i sten, fina che Tè staa san, 
Sudand de la mattina fina a sira 
Per ingeguass de guadagnagli el pan; 
Ma tra el sgobbà di e noce a fa la tira, 
Tra i struzzi che ghe voeur a fa el pajsan , 
L' ha perduu la salut , e V è in d' on stat 
De fa canlà el suscipiat al Curat. 

Quest 1' è on asmategh eh' el sta fors pu maa, 
E senza el fors, el sta pu maa de vera 
De quell tal Carl'Isepp ch'hoo nominaa, 
Con tutt eh' el sia deflferent de cera; 
Perchè queli ghe l'aveva d'ospedaa, 
E quest Tè grass in vòlt d'ona manera 
Che noi par nanch de complession malsanna; 
Ma già V esterna paricc voeult l'inganna. 

E per el pu l'è d'on color tant viv, 
D'ingannà tutt on bott chi noi cognoss; 
Ma vun che sappia cossa 1' è él moùv 
De quell color mes'ciaa d'endegh e ross, 
El capiss subet che Té on segn catti v: 
L' è el sangu che ghe trascorr per la gran toss, 
Ch'el le streng e el le strozza; e l'è per quell 
Che di voeult el par ross, di vceult ino rei 1. 

Lu noi gh' ha mai ona giornada bonna . 
Che noi sia assalii d'ona toss cagna, 
Ona toss, ghe soo dì, talment baronna , 
Che mi n' hoo sentii minga la compagna ; 
E questa no gh' è cas eh' el le bandonna, 
Tant ch'el se troeuva in cà, comè in campagna; 
Lee el le catta vestii , el le catta in lece , 
Le catta quand fa cold e quand fa frecc. 



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Ghe doo mi, per vedè de sollevali, 

Del sugh de regolizia, quand glie n'hoo, 
O quaj mezza parpccura de erompali, 
Sperand ch'el possa quietass on poo; 
Ma T è tuttunna; e vìa de refall, 
Noi se jutta mai pu; Tè tropp in eoo; 
E quand on maa el cammina a prezipizi, 
Ghe vceur oiter che sugh de regolizi. 

E tanto pu in sta iort de malattij, 

Che^nanch i me} dottor, per queil che vedi, 

Gh'han minga la manera de guari] 

Con lutt i so rizzett e i soeu remedi ; 

Ponn ben trovagh la strada de spedij 

On cinqu o ses agn prima (quest el credi); 

Ma de conossi e savè andà al ripar, 

Quist bin miracol che se ved de rar. 

Sicché donch, tra ch'el slanta a respira, 
Tra ch'el bolziss on dusent voeult al dì, 
Ch'el considera mo come el po sta 
Con tant maa che ghe tocca de soffri; 
E pur in mezz a quest el tira là, 
Che no soo com'el faga a no morì: 
1/ è propi vera quella gran reson, 
Che dura pu on carr rolt che nè vun bon. 

E sora'l tutt, el pu che me sorprend, 

h' è quell vedè che in mezz a tanti acciacch 

Quand ven la furugada di fàccend , 

Per quant el sia mal in gamba e fiacch, 

Noi se perd in la poi ver, e el ghe tend 

Anca cont el pericol de restagh, 

A confusion de tane poltron robust, 

Che come ponn sta in ozi, l'è el so gust 



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I 



Sì , ghe n' è dè costor, che 1* è peccaa 
A no ciappà ona stanga e fagh i fregh; 
Hin lì che moeuren in la povertaa, 
E no s'ingegnen de cattà on irnpiegh; 
Lavoren per desgrazia on poo a l'estaa, 
E pceu stan li tutt on' inverna intregh 
A guarda in su, specciand de mett-in bocca 
Quell pocch che i donn guadagnen con la rocca. 

Content, anch ch'abbien famm % de sta a la grella, 
E soffrì, se l'occor, quell che se sia, 
Pur che possen sta lì coi man sott sella 
A vegnì vece in la poItronaria f 
Che senza dubbi in sto paes l'è quella 
Che porta a tanci asnon la calastria: 
Quest roo no l'è de raettes in sta raja; 
Chè Tè tutt el rovers de la me da j a. 

E nonostant el maa ch'el le strangora, 
Ch'el dovarav sta semper in reposs, 
L'è rar ch'el staga fermo ona quaj ora 
A quieta el sò corp languid e floss: 
Lu el lavora in campagna, e pceu el lavora 
Anca al telar per guadagnass quaicoss 
De juttà, com'hoo din, i sceu eh' hin pover, 
E sora el tutt per no senti rimproveri 

Perchè i sagher hin senza compassione 
E finatant che on pover omm l'è in cas 
De resist ai fadigh, de fa el strugion, 
Allora tant a quij de cà el ghe pias; 
Allora i coss van ben, gh/è l'union, 
L'armonia tra de lor, e gh'è la pas; 
Ma s'el s'inferma, e che noi sia pu in Ienna 
De drovà i brasc, subet se muda scenna. 



s 



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*97 

Subet che noi po tend al lavoreri, 
Allora o che b esogna eh' el- sopporta 
On mondo de strapazz e d'improperi, 
Perchè in color la caritaa Tè morta t 
O Verament, per soffrì manch miseri, 
Mi ghe direv ch'el se cattass la porta > 
E ghe sicuri con sto me consey 
Ch'el trovarà in di strani de sta mej. 

No diroo minga che farann l'istess 

Con sto tal che gli' ha l'asma i sceu parent; 
Via de quaj paroll che possen ess 
On poo piccant, del rest hin bona gent: 
Ma ghe n'è tanti (insci no ghen fudess) 
Che gh'han on cceur de tigher verament, 
On co2ur crudel a on segn, che ghe protesti 
Che fan manch cunt di omen che di besti. 

Se malarà, per moeud de di, ona vacca, 
On manzett, on vedell, ona buscina; 
Se corr in pressa a toeu de la triacca, 
Se va a Saronn a toeugh la medesina: 
E se l'è on omm, no ghe n'importa ori' acca, 
Anca ch'el vaga in ultema mina: 
Costen sossenn i besti (disen lor), 
E i omen nassen senza spend on bor. 

S' hin po3u donn che s' amala , pover donn l 
La pu part hin trattaa pesgh che nè i cagn; 
Gh'hin coutra tucc, no ghen fan mai de bonn, 
E se patissen, l'è doma so dagn; 
Nè el speziee, nè el medegh de Saronn 
Ohe trceuven mai pu el cunt de fa guadagn; 
Nissun ghe. va a trova), nissun s'insogna 
De fagh la servitù che ghe besogna. 

17* 



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198 ' 

E cert resgió (canaja ma rendo ita ! ) 
Se no basta d'avegh minga de cura 
E de no fa quij coss che ghe s'aspetta 
Per obblegh de giustizia e de natura , 
I tegnen lì talment a la dietta, 
Che quaighedunn van in la sepoltura 
Fors pussee per la famm, de queli che sia 
Per effett de luti' altra malattia. 

Tutta la sòa cura la consist 

In dagh quai gott de broeud amalastant 
Quand veden che no poden pu resist, 
E che ghe manca el fina de tant in tant, 
Quand el Gurat el ghe consegna el Grist, 
E ch'el ghe dà el bondi con Foli sant; 
Quand in sostanza, per spiegamm pu prest, 
Hin pu de roller mond che nè de quest. 

Pover donn desgraziaal Cossa gh'è vars 
El so drovà la zappa, el so struziass, 
Se per la paga di sudor ch'han spars, 
In ultem se redusen a sti pass , 
Ch'el mangia che ghe dan Tè talment scars 
Che no ghe n'han assee de sostentass, 
E no gh'han nanca on di, prima che mceuren, 
De podè sagollass fina che vceurenl 

E sti resgió canaja, com'hoo ditt, 

Se quaighedun ghe parla intorna a quest 

A favor de quaj pover derelitt, 

Gh'han subet milla scus, milla pretest; 

Ghe comenzen a dì eh' hin poveritt, 

E che a trasà la roba se fa prest} 

CU' hin paricc a mangia; che n'han faa pocca, 

Perchè la venden de ciappà la ciocca. 



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l 99 

Sii poveritt doma per dà soliev 

A chi ha rancaa tult l'ami cont i sani brasc 
(A sii baia n de r ghe respondarev), 
Ma minga pover per empi el bottasc 
A ca de Vosi, dove se mangia e bev 
Tutt el sudor e el sangu di pover strasc" 
Ch'han fadigaa, senza cavann oltr* util, 
Che quell d'empi la panscia a tane desulil. 

Hoo faa sta digressione sur cont Caimm, 
Minga per mormora nè per fa tort 
Ai raee compatriott, ma per esprìmm 
Ch'il in i villan de la cattiva sort, 
E in l'istess temp per fa che sti mee rimm 
Si'en avaloraa d'on motiv fort, 
Come Pò quest, per ess pussee sicur 
D'avell condiscendent ai mee premur. 

Chi l'è superfol che seguitta inanz 
A di piagh sora piagh , a cuntà su 
Tucc quant mai hin del fatt i circostanz; 
Chè senza dubbi je capiss anch lu; 
E de miséri ghe n'hoo ditt d'avanz, 
Senza che cerca de seccali de pu; 
Pertant adess me taccaroo al raazziss: 
Vedi eh* el rid; 1* è segn eh* el me capiss. 

Ezzellenza, già el sa che i mee descors, 
Generalment parla nd, fornissen tucc 
A dà stoccad e domandà soccors 
Per quij che no ghe n* ha per el gran succ, 
E che per quell me tacchi a di bonn bors, 
M' intendi a quij che gh* ha la pilla a mucc , 
Ma che insemma a la pilla gh'han però 
On cceur tender e dolz come l'è el sò. 



* 



200 

L'è mo giust quell che cerchi, car sur Cont, 
L'è mo giust quell che cerchi, e eh' ci me scusa 
Se per incomodali sont semper pront, 
Quand la capitta, a mett in ball la Musa: 
Ma eh' el retegna poeu che su sto pont 
Quell de nun duu eh' è pussee degn d'accusa 
Sont minga mi; l'è lu, sur.cont Ignazi, 
Per ess tropp facil a conced i grazi. 

Ghe cerchi fionch, già che l'è tant cortes, 
Quaicoss anch per sto pover ammalaa, 
Ona quaj bagattella in fin del mes, 
Com'el fa con tanci olter de Turaa, 
Com'el fa cori paricc de sto paes, 
Ch' el ghe fa dà ogni mes la caritaa 
A tanci inabel che no gh'han risorsa 
Se no ghen catten de la sòa borsa. 

Senza mett quell ch'el darà via appos, 
Che l'è tra i caritaa la pu florida, 
Senza i dott eh* el despensa a tucc i spos, 
Idest a quij tosann che se marida; 
Che se noi fudess lu el papà pietos, 
Per i pu pover la sarav fenida, 
Chè no se podaraven scceud la bramma 
Ch'han tucc i femmen de deventà mamma. 

Quist hin esempi che me fa coragg; 
E pertant so cossa me poss promett 
De la bontaa d'on simel personagg 
Che fa limosen pubblegh e secrett: 
Poss sperà donca che l'istess vantagg 
L'abbia de god anca sto poverett, 
E ch'el ghe farà dà del sur Sciceu 
Ogni tant anca a lu el so palpiroeu. 



v 



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201 

Che beli solle v per st'omm a podè scoeud 
Doma on quaicoss! Ghe parirav d'ess ricch; 
El podarav tane voeult mangia a so mceud, 
Senza che i sceu podesseu inebigh; 
El gb* avara v de fass on poo de broeud 
De tant in tant e raojà dent quaj micch; 
Chè Tha propi besogn de muda past 
Per el so stomegh che l'è già mezz guast 

Diversament besogna che tutt l'ann 

El se «fona a mangia quell che ven ven, 
Come sarav fesoeu, scisger, basgiann, 
Che, per lu laut, hin tossegh e velen, 
Tuce cosa che jutten a fagh cress l'affann 
Olter che pocch, in scambi de fagh ben, 
E de maross condii con l' cetili ransc 
Per forni de tra a terra on corp mastransc. 

Sicché dooca (già el sent) el cas l'è brutt, 
E per quell m'^ duvis d'avè reson, 
Se domandi pietaa, soccors, ajutt 
De lu, Ezzellenza, che Tè el so patron , 
De lu che Vè despost a fa de tutt 
lnanz che lassà on omm in abandon: 
Se tratta de soccor on pover rozz 
Che tant e tant l'ha de fa pocch veggiozz. 

E gh'è poeu quest de bon ch'el jutta vun 
Che per i sceu deport el le raeritta; 
On omm che mej de quest no gh' è nissun 
Per i costumiti, per la bontaa de viltà, 
On omm che L'è l'esempi del comun, 
Degn d'ess ciamaa quell ver Israeli ita 
In quo dolus non est: sottman, doppiezz 
Hin coss che doma el nom ghe fa rìbrezz. 



E per cognoss se l'è dabben sossenn, 
Basta vede che mai el se impazienta, 
Ancb ch'el se Iroeuva in mezz a on mar de penn 
Per la miseria e el maa ch'el le tormenta: 
Lu el gh' ha scars i disnà , pu scars i seenn , 
E pur la sòa bocca l'è contenta; 
AfTann, disprezz, miséri, tucc iti robb 
Lu je sopporta come on olter Giobb. 

Lu fò dagn in campagna* robà legna, 
Roba frutt, ft despresl, guarda el ciel! 
Ghe se po dà magara anca in consegna 
Quell che se sìa, che noi tocca on pel: 
E no Tè minga pocch trovà on* insegna 
De villan galantomen e fedeli 
E se ghe n'è, hin mosch bianch, che t s'hoo de dilla, 
Se stanta a trovann vuna in tresent milla, 

E quest appont l*é quella mosca bianca 
Che me tra lócch , perchè cognossi a fond 
De che taj Tè el villan, che no ghe manca 
El minem vizi che se trocuva al mond; 
E quest gh'el disi mi per cossa franca, 
E no gh'è de rebatt né de respond 
A vun che sappia cossa gh* é de noeuv, 
E che a on besogn l'è pront a dann i proeuv. 

Quest Tè on omm del Signor, qui'ett, devott, 
Che tend a senti mess e a dì rosari; 
L'è vun che no s'intriga de nagott, 
Se trassen anch Soree eoi pitt a l'ari; 
Lu el respelta assossenn i sacerdott, 
Minga comè cert birbi temerari 
Che, inscambi d'ubbedij e d'onoraj, 
Tenten la strada de podè coppaj. 



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2o5 

Ah! si; besogna che ghe cunta anch questa, 
Già che sont a lavo, come dis quell: 
Vun de sti dì voreven famm la festa, 
Idest voreven famm giontà la peli, 
E l'è cossa tant ciara e manifesta 
Che s'è veduu da tanci el trabucchcll; 
E se noi tiren vìa pesg che in pressa 
Forniva de componn e de di messa. 
Chè quand ghe pensi, perdarev la scrima 
Con tra sta razza indegna de villan, 
E se no fussen sott a cà Caima, 
Vorrev propi faj coir a Marian, 
Per insegnagh se quella l'è la stima 
Che professen ai pret so Cappellan, 
E s'han de fa costor sta sort de sfris 
A vun che semper i ha trattaa d'amis. 
Basta, già me reservi a temp e loeugh 
A spiegagh raej quell che m' è succeduu: 
Adess no metti tanta carna a foeugh, 
Per no fa ciaccer de seccass tucc duu; 
Ma el sentirà, si, el sentirà on beli giceugh 
Che m'ha faa sti villan becchifojuu; 
Adess gh' è quell dei rantegh che me premm 
E pceu riguard a quest descorraremm. 
Tornami a nun, se fussen minga assee 
I bona info nunzi ou de Meneghin, 
Gh'el domanda pur cunt di soeu massee 
Cossa l'è sto Giovann del Corbattin; 
Che tucc dai prim a Tultem de Soree 
Gh*en faran panegiregh senza fin; 
Con patt però che noi domanda a l'ost, 
Perchè quell el dirà tutt a l'oppost 



204 

Che s* el fudess ona balandra, on scrocco, 
O verament on quaj ostarialt 
(Che tra i villan sen trosuva minga pocch), 
Per brio! no sarev minga insci mutt 
À lambiccamm la crappa e fa el pitocch 
Per fomentagh i vizi: quest l'è on fatt, 
Chè no m'è mai piasuu cont i mee vers 
A fa el procurador di caus pers. 

Va ben tuttcoss ( el me respondarà), 

Ma el Pelliscion l'è on poo d'ona seccarla, 

Massem che on olter de l'istessa cà 

El god anch la el vantagg de la mesada, 

E che per conseguenza el po fallà 

A dispensa a Soree tulta Tenlrada, 

Vojà i granee per lor, vojà i saccocc, 

E vend anca i cavaj cont i carrocc. 

Verament, s'hoo de dilla tal e qual, 
Volzava minga a mettem in sto impegn, 
Nè a presentagh sto mè memorial, 
Per no pari importun foeura de segnj 
Ma riflettend che Tè insci liberal, 
E che l'è daa dal ciel per el sostegn 
Di pover gent, hoo ditt tra de mi stess: 
Andemm pur là ancamò; cossa po vcss? 

E tutt pien de coragg in st' occorrenza 
A sto me mori al, va pur, gh'hoo ditt, 
Si, va liberament de st* Ezzellenza , 
Chè no te gh'andaree senza profitt: 
Te mandi d'on gran scior pien de clemenza , 
Te mandi dai papà di poveritt; 
Basta cerca, s'otten quell che se V03ur; 
L' è grand d'entrada e pussee grand de coeur. 



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205 

De sti mee supplì eh ghe n'hoo già daa tre, 
E de sti tre no ghe n'è staa nanch vuna 
(Per soa bontaa; minga per mè savè) 
Cbe possa dì d'ess tornaa indree digiuna; 
E con pussee reson speri d' ave 
In d'on cas de sta sort egual fortuna; 
Speri on decrett propizi che me diga 
Che l'ha fruttaa quaicoss sta mia fadiga. 
Oltra che ghe prometti d'omm d'onor 
Che T avara quatter personn de pu 
Che se regordaran de tucc i or 
De fa bon n'opra appress a quell là su; 
E de quest garantissi mi per lor, 
Che tucc i so prernur saran per lu, 
Per ottegnigh de quell ch'el ghe dispensa 
Duplicada cent voeult la ricompensa. 
E se el Signor ci ne proponn de cred 
Tant in la noeuva leg quant in la veggia, 
Ch' el darà del sicur la soa merzed 
Anca a chi dà domà on poo d'acqua freggia 
Ai pover sitibond (e l'è de fed), 
Chi podarà comprend coss'el pareggia 
A chi ten come lu la bella usanza 
De dà ai pover tutt quell che soravanzaV 
Defatt se speri anml, come sensal, 
Olter ch'el sold per lira in pagament 
De sti mee poch ottav, cossa sarai 
El premi ch'el darà infallibilment 
A vun che metta foeura el capital 
Per dà ai soeu pover el sostentaraent? 
Ahi che quest l'è on impiegh faa su d'on bandi 
Che noi falliss mai pu, noi ven pu al man eh. 



Pelli zzoki 



18 



206 



La Zucchcidc. 



Sicché donch el sostenta el sur Dottor, 

Che quij tai vers che gh'hoo ditt su a Soree, 

Sien staa compost d'on quaj olter autor 

Che fioriva in Miian tane agn indree? 

Mi mo ghe disi ciar che l'è in error, 

E ghe faroo vedè eh* hin propri meej 

J' ha propri partorii sto mè cervell, 

E senza la comaa, che Tè el pu beli. 

E l'è per parturinn quaj ohV anch mo; 
Basta doma che vegna l'occasion 
De spong on poo sul viv quij che cred no 
Cossa var in cert cas el Pelliscion: 
SI, quij ch'el tegnen per on taballò 
Inabel a deffend i so resonj 
S' el gh' ha talent el capirà de slanz 
Cossa V è che vuj dì senza andà innanz. 

Vorrev mo dì che sont on poo poetta, 
E che se quaighedun me fa on affront, 
Cont el me petten, con la foresctla , 
Ch'in quij tai usadij ch'ho semper pront, 
Ghe doo ona peccenada marcadetta, 
Ch' a so marsc cost ghe foo vedè chi sont ; 
Che'l guarda anch lu i fatt soeu, sur dottor Zucca, 
Che fors no ghe cottona la perucca. 



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207 

In conclusi on del fatt, a sentili lu, 

Mi sont tegnuu per on ladron di primm, 
Lader però de vers e nient de pu; 
Perchè quij poch soniti, e qui] poch rimm , 
Che in la cà Siceula glie cuntava su, 
De maneman che'l stava lì a sentimm, 
In att de sbergna el concludeva ìnfin, 
Ch'even del Balestreri o del Parili. 
Hoo ditt tant vers in temp de la mia vitta, 
A de la gent che ini end, a di ommen dott, 
E eh* han leggiuu quij soeu autor ch'el zitta, 
Ma su sto pont no m' han mai ditt nagott; 
L* è mo giust 1' unich lu che me capitta 
Insci impegnaa de famm resta al desott, 
Col nega on fatt che gh'hoo tant proeuv che basta 
Per convinc e sconfond chi me'l contrasta. 
E se l'è che le cascia el desideri 

De fa vedè a la gent che mi hoo robaa, 
Ch'el porta chi el Parin col Balestreri, 
E vedaremm se 1* è la veritaa ; 
Ma noi gh' è riess minga el sur Tiberi (*), 
Perchè on vers che V è on vers no V ho copiaa 
E s'el vceur minga cred, ghe foo scommessa 
Tutt quell ch'ai mond hoo guadagnaa a di messa. 
Insci el gh'avess scommiss i cent armelt, 
Come l'aveva ditt, contra de vuna, 
Che n'azzettava subet el progett, 
Intant che l'era su qucll quart de luna; 
Savend cossa me podi comproraett, 
Sera sicur de fa la mia fortuna, 
Perchè provaa che fuss che mi hoo faa i vers , 
I soeu dobel de Franza eren tucc pers. 

(*) Tiberio Tiberino , nome col quale è ascritto il sig. dott 
Zacchi nelP Accademia degli Arcadi. 



208 

E lu el vocur dì che V ha leggimi el Parin, 
E'1 Baleslreri? l'ha leggiuu di ball; 
El sarà staa el prozess del Legorin, 
Ch* el sur Dottor V avara toh in fall ; 
No, se i avess leggiuu el sur Tiberin, 
Noi dirav sti sproposit de cavali, 
E se je dis el gli' ha la soa reson, 
L'è perchè no l'ha vist nanch i carton. 

Lu mo, ostinaa, el respond, che se fuss mi 
L* autor de quij tai vers in milanes, 
Se sarav el m* è nomra già faa senti 
On poo pussce lontan de sti paes; 
E che i me oper, se la fuss insci, 
Cercarev de stampaj per faj pales : 
Questa l'è la reson dove el se tacca, 
Ma mi me par che no la vara on'acca. 

Ghe n'è paricc, e mi sont vun de quij, 
Che no s'en curen, o no gh' han piasè 
De mett in pubblech i so poesij, 
E gh'avaran poeu lor el so perchè; 
Disen di vers se han volontaa de dij, 
E quand ghe par e pias vceuren tasè, 
E perchè donch hin cognossuu de pocch 
Hin impostor, hin lader, hin balocch? 

Per mi, ghe torni a di, no me preram tant 
Che rimbomba el me nomm anca lontan; 
Lassi ben voloutera sto beli vant 
Ai brav poetta, a quij zedi la man; 
N' hoo assee che me cognossa a malastaut 
Soree, Saronn e on poo quij de Milan; 
E per ci rest no cerchi de produmm, 
Che no se quista in fin eh' on poo de fumm. 



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log 

Ma vorrè di che me cognoss nissun, 

Quest l'è on poo Iropp: ch'el guarda a no ingannasse 

Sont cognossuu anca mi da quaighedun, 

E di raee vers el n'è giraa di fass ; 

E se poeu lu no el n'ha sentii nanch vun, 

Nanca per quest Y ha minga d' ostinass 

A dì che hin minga mee: coss'el consist? . . . • 

Se hin minga mee quij là, saran mee quist. 

Donca gli' è vun che ha faa ona poesia, 
E perchè noi l'ha minga pubblicada, 
Perchè san minga tucc che la glie sia, 
S' ha d'arguì mo giust che Tè robada? 
Quell che supponn insci el se fa toeu via 
Per vun che no ne sa ona bolgirada; 
Vorrev anca tasè, ma in st' occorrenza 
No podi minga fall nanch in coscienza. 

Capissi ben dove la va a para: 

U è che sti vers a lu gh' hin indigest; 

El dis eh* hin faa dai olter tane temp fa. 

Se ved eh* el tira ^su doma pretest, 

Tant per no dà la lod a chi la và; 

Ma no lassen d' ess mee nanca per quest : 

Ch'el diga quell ch'el voeur, pocch me n'importa, 

Diroo anca mi: V invidia Ve mai morta* 

Anca quij soeu compagn, qui trii cisquitt, 
Che appenna adess vegnen a cà de Brera, 
Per quant quij de Soree ghe n' abbien ditt, 
Pur con tutt quest no gh' è mai staa manera 
De fagh cred che sont mi che ha faa i sonitt; 
Anch lor sostenten che Y è minga vera, 
Anch lor me tegnen per on mammalucch j 
Se capiss eh' hin allev del dottor Zucch. 

i8* 



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210 

E cossa T è che anch lor m' han inquisii 
Dell' istess istessissem robarizzi , 
L' è per l'impegn de sostegni el partii 
Del sur Dottor, come so capp d'offizi, 
E fa vedè che van d'accord tucc trii 
De la manera de forma i giudizi; 
Idest per fa capì che van d^l pari 
A forma di giudizi temerari. 

Podarev, se vorress, mortificaj 

E fagh mett a tucc trii la berta in sen, 
Se no fuss, che trattandes de bagaj 
Che dis senza riflett quell che ven ven, 
El parirav che fass per superciaj; 
Sicché per sto moliv no me conven, 
Metti che sì'cn tane cagnoeu che baja , 
Basta digh: tura, marcien alla paja. 

Soo ben coss' è suzzess là di Si'oeu, 

Ch' han faa ona spezia de combattiraent ; 
Là san chi sont e pader e fioeu, 
E san eh* hin mee quij tal componiment j 
E quist, che me cognossen domà incoeu, 
Vceuren sta lì a sconfond con de la gent, 
Visin de cà, che veden quand componi, 
E che ponn con reson fa testimoni. 

Fin al Curat, che s'è mettuu a scombatt 
A me favor, perchè l'è chi ch'el ved, 
Ch' el sa tutt coss, e che anca lu l'è al fatt 
Di vers che scrivi, eh' el ne po fa fed, 
Gh'han nanch daa a tra come parlass on raatt, 

- Ch'el par che a on parocch se ghe possa cred; 
Sur no, con tucc sti proeuv no gh' è staa cas 
Che mostrassen almanch <T ess persuas. 



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Ili 

Verament, s' hoo da dilla tal e quali 

Me par che aneli lor abbien reson in quaj coss; 

Come personn d'offizi criminal, 

Solet a esamina fior de baio ss, 

Che no dis che bosij, 1' è naturai 

Che possen toeu per quest di sbali gross, 

E cred che si'en tucc bosard infamm , 

Come quij che gli* han lor sott ai esamm. 

Ma quanto pu se metten a i'impegn 

De sostegni el so pont per tra min a bass, 

Senza savell me loden; quest l'è segn 

Che sont on vertuos de prima class; 

Donca el voeur dì che stii me vers hin degn 

De sta a coppella e de paragonass 

A quij eh' è staa compost cinquant'ann primma 

Da fior de musi poetton de scimma. 

E quist hin però vers compost adess, 
Ossia a malapenna eh' hoo savuu 
I accus del sur Dottor: dirai l'istess 
Anca de quist, eh* hin del quarantaduu? (*) 
Quand che pu fresch d'insci no poden ess, 
Hin fors pu fresch d'on ceuf doma nassuu; 
E pur, con tutta sta gran robba fresca , 
Cossa responderal? Vatt a la pesca. 

L'è bon, se la capitta, de sconfond 
Che si'en faa de mi, per no dass tort; 
E guaja sur Dottor, ch'el me respond 
Ch* hin faa dal Balestree, sebben tè mort, 
E che j' ha mandaa chi da ¥ olter mond? 
£.' è tant solet a dinn de tucc i sort , 
Che de tucc i so bolger no ghe resta, 
Per compì l'ascia, che de dì anca questa. 

(*) Tale fa P espressione del sig. Dollore nelP accusare r Autore 
ài furbo, dicendo che quanto egli voleva spacciare per suo, vedessi 
stampato in un 1 edizione del 1742 attribuita al Balestrieri. 



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2 12 

Ma mi me slonghi tropp cont i paroll, 
£ besogna guarda cossa se dis 
Con geot che ponu fa mett la raspa al coli; 
Besogna ave pazienza e stagli amis, 
Se de no vedi chi s'ciopp e pistoll, 
Cavaj che sbrofta, ommen vestii de gris, 
Che ligandem me mennen in quell lceugh 
Dove Chivich Colomb Tè là a fa el coeugh (*). 

Canzonandes mo no, la sarav bella 

Che insci ridend, per vorrò fa de brav, 
Scherzass a on segn de dovè andà in quarella; 
Allora di fatt mee coss' cn sarav ? 
Noi gh'avarav mej occasion de quella 
Per famm penti d'avè compost sti ottav, 
E vendicass s' hoo ditt quaj coss che spong, 
Al moment che gh'andass sott ai so ong. 

Benché sont matt ave de stii pavur 
Quand'anca meritass de famm ligà, 
S'el gli' ha di sbirr, che se je tegna pur, 
Che col sur Carla gli' è n'ient de fa; 
Poss scherzà come vuj, che sont sicur: 
U ha de savè che gh' hoo la gesa in cà, 
E via d'on delitt de quij de lesa, 
Per sti robb chi me garantiss la gesa. 

In mezz a quest vuj fagli on poo de scusa 
S' el sent di coss che ghe someja amar, 
L* è el vizi solet quest de la mia musa, 
De rissentiss e de parla tropp ciar, 
Con quij che m'en fan voeuna che me brusa, 
Comò appont Tha faa lu; sicché me par 
Che la colpa la sia tutta sova, 
Insci Timpararà a schisciamm la cova. 

(*) Nome di persona detenuta, del paese stesso delP h Àutore , 
cuoco di professione. 



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2l3 

Insci l'impararà, senza andà a scoeura, 
A parla ben s' el voeur schiva i baruff, 
S' el voeur che tasa el rest de la parpoeura , 
Che no gh'en diga adree fin che sont stufi; 
E fagh vedè e tocca che i picch de foeura 
Hin quij mostacc de fall resta camuff; 
Sì per diana! anca in la gent forensa, 
Gli' è minga taut mincion com'el se pensa. 

No, tomi a replica, che no '1 in* instiga 
A batt la lengua dov' el dent el doéur; 
Perchè se anch lu Tè andaa foeura de riga 
Col damm de quij taftìad che m'è andaa al coeur, 
No staroo minga anch mi per la fadiga 
A dagh tutt quella dosa che ghe voeur; 
Che quest no V è che on sbozz a malapenna 
De queli che per adcss lassi in la penna. 

Orsù, T è vora de fornì st* istoria, ' 
Tant per el sur Dottor, comè per mi, 
Cala domà eh' en lassa ona memoria 
Ai me car patriott, innanz morì; 
Minga per on eflett de vana gloria > 
Ma per rid e fa rid: vuj giust fa insci, 
Sul gust de T autor de la Cicceide, 
Vuj fa stampa anca mi la mia Zucche! de. 



— V 



• 



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Ql4 



Al tur Ul>aU Preda. 



Ubald, sta voeulta ringraziee 'l Signor 
Che sia pret, ma ringrazici de coeur; 
Del rest mi ve protesti d'òmm d'onor, 
Che ve vorrev tocca dove ve doeurj 
O ben o maa, anca mi, quand vuj, soo scriv, 
E soo a on besogn tocca la gent sul viv, 

SI per diana bacchi se noi fudess 
On cert tal qual motiv che me tratten, 
Savii cossa farev? farev Tistess 
Comè ona bissa pienna de velen, 
Che la tocca, la mord e l'invelenna 
Chi ghe schiscia la cova a malapenna. 

Pur per adess vuj fav on sacrifizi, 
E se m'avii calunniaa, pazienza 1 
Attribuissi quest al podi giudizi 
De chi no gh'ha condotta, nè prudenza; 
E metti sora on sass a qui j sonitt 
Indegn, infamatori che m' hii scritt. 

Capirii ben che m' hii mettuu in impegn 
De divv contra on basgiceu de pererij: 
Cossa ve dee d'intend, che sia de legn! 
E che no gli' abbia sangu in di cavij? 
L'è on sforz che foo a tasè, da generos, 
Contr'el mè naturai aneli tropp fogos. 



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"Vorrev ben minga che sto mè tasè 
Pensassev ch'el nassess da suggezion 
Ch'abbia de vu? quest mai: tasi perché 
Porti respett al can per el patron, 
Propri per quell; per el restant, sappiee 
Che on Ubald de stremimm l'è minga assee. 

Besogna mett dodes Ubald insemma, 

On poo pussee pesant, e poeu nanch mo, 
Hin minga suflìzent de mettem temma: 
Minga che mi sia sto grand' omm, quest no; 
L'è perchè vu no sii quell fior de zucch 
Che ve pensee, ma on pover mammalucchi 

Già soo benissem che boffee assossenn, 
E che tegnii la gent comè tant ruffj 
Soo che ve par d'ess bravo e de savenn, 
Soo che hii creduu de famm restà camuff 
Con quella vostra poesìa stramba; 
Ma savii minga poeu che v'ho sott gamba. 

Vu sii de quij che voeuren fa d'imponn, 
E mi per dilla hin mo giust quij che vuj; 
Anch che no gh' abbia voeuja de componn , 
La me solta lì tutta in d'on freguj, 
Per cascia su sti supponent, sti sgonfi, 
E Tè quand sont a past, l'è quand trionfi. 

SI, sarev pur mincion, s'avess pagura 
D'on strambo marcadett, come sii vu, 
Doraà bon de vanta scienza e bravura 
Con di slargad de bocca, e nient de pu; 
No, grazia al ciel! no sont tan* spaguresg, 
E da che sont al mond n'hoo vist de pesg. 



ax6 

Sarev ben bon, basta che m'impegnass, 
De stremivv, de palpavv, de favv pentì, 
Cont on' ottava rima che ve fass, 
De tutt quell ch'avii ditt contra de mi. 
Abbiee giudizi, e guardee ben i fatt voster, 
Che mi gh'hoo tutt, comè gh/hoo carta e incioster. 

E s'hoo tardaa a mandaw sti quatter rimro, 
No' Fé staa olter che per lassa dà loeugh 
Quell gran bullor, perchè in quell'iropet prirnm 
Mi ve doveva scriv robba de foeugh; 
El meret Fera tal; e pur, scior no, 
Hoo specciaa che la rabbia la dass giò. 

Benché gh'avarev mai tant ardiment 
De di robb inventaa per fa la rima, 
E per levà '1 bon credet a la gent, 
. Com'hii faa vu; mi masni i coss de prima, 
Per no di su sproposit de cavali, 
E quell che disi mi, poss anch provali. 

E vu, senza riguard, senza rispett 
Al caratter che portem tucc e duu, 
Avii de strapazzam per on sonett 
Ch'hoo faa sora on vestii eh' avii mettuu? 
On vestii scandalosa on vestii giald; 
Da quest chi se cognoss chi V è F Ubald. 

S'el fusa staa verd o ross, tnorell o bianch, 
V avarev ditt nì'ent a F incontrali; 
Hin ben minga de pret anch quij, ma almanch 
Hin color che je notta el calendari; 
E quand no ghe fuss staa olter pretest, 
Tant per scusavv on poo, gh' aveva quest. 



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Ma giald! Coss'han de di quij che ve ved, 
Per possè cred che si'ev sazerdott? 
No ghe voeur nìent manch d' on att de fed: 
S'el fuss mo staa de catta su di bott, 
N'even mo vostl e quij che v'avess daa, 
No restaven per quest scomunicaa. 

E me dirii de pu che da V esterna, 

O pocch o assee, quaj cossa se cognoss, 

Come se sta de denter in l'interna; 

E quand se ved vun in faccia bianch e ross, 

Anch Bosin orb, anch ogni tananan 

Capiss che quell sta ben, che quell Tè san. 

Se vun l'è giald on poo, subet se dis: 

Quell pover marter el gh'ha i viscer guast, 
El po sta pocch a coir in paradis, 
L'è mezz in tocch, l'ha pocca paja in basi; 
E lì con sti parnostech, toccand via, 
Fazilment se ghe fa la notomia. 

E vu che sii tutt gialdl Coss'ha a che fò, 
Me dirii, sto color material? 
1/ è vera, ma de quest ponn giudica 
Sinistrament de vu circa al formai; 
No digh riguard al corp , parli segond 
Giudichen di costumm la gent del mond. 

Vedend on pret in chicchera, coi rizz, 
Cont ona collarina de franzes 
De Piccardia; cont attacch i pizz, 
E vestii tutt de giald, resten sorpres 
De sia nceuva figura stravaganta, 
E capissen dai fior coss'è la pianta. 
Pbllizzoki 19 



2l8 



Massiinament i sagher de Soree, 

Che per poch o ni'ent se formalizen, 

Come se fussen tanci farlsee, 

No soo mo adess che se se scandalizen, 

Gh'han minga ona reson, ma s'hemra de dilla, 

Ghe n'han pussee de cent, pussee de milla. 

De fatt, tra quest e tra che Tè già on pezz 
Che v'han su i corna mala dctt amen t, 
Vhan ditt di parolasc on boja e mezz; 
E mi che seva là per azzident, 
Vorrev nanch essegh staa per no sentij 
Robba che fava drizzà in pee i cavij. 

E mi, per zel, per vost yantagg, credend 
De fa ben, v'ho visaa con quatter vers 
In via de missizia, no savend 
Ch'avessev da tceu i coss lutt al rovers 
De quell ch'andavan tolt, come de fatt, 
Se gh'hii patii per quest, gh'avii del matt. 

Donca, el mè car Ubald, vegnimm ai curt: 
Perchè cossa hii da di min tant improperi? 
V'hoo fors renduu colpevol d'on qua] furt, 
D'on omizidi fors, d'on adulteri? 
Hoo faa on sonett sora ona marsinetta 
Color de cacca de fioeu de tetta. 

S'el fuss da dì, n'hoo v'ha veduu nessun, 
Uè robba de tasè, vorrev aneli di; 
Ma se v'ha vist el consol, el comuni 
I/hii faa per fai vedè, per comparì, 
E vorrii dà la colpa al mè sonett, 
E dì che mi v'abbia levaa el conzett. 



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3*9 

* 

Ghe voeur olter, fioeu, che sti girandola 
Che lumentass de Tìzi e de Semproni, 
Se sii yu stess el promoter del scaudol, 
Comò el voster vestii fa testimoni; 
Avii del goff, vel disi, e vel diroo, 
O per dì mej, avii del ze o eoo. 

Ma se fuss anch staa mi, come disii, 

Quell che v' ha tolt Ponor, dee ona revista 
Ai liber de Moral, e vedarii 
Contra de vu i teolegh moralista; 
Si, vedarii cossa diran de beli 
Sanchez, Suarez, Scott e Tiraquell, 

Molina, Vasquez, Layman, Tamborin, 
Lessi, Con ine li, Roncaglia, Busembao, 
Rodriguez, Mazzuchell, Sani' Antonin, 
Diana, Patlesgian, Castropalao, 
Navari, La Ledesma, Lacroè, 
Nugnez, Delugo, e tucc quant mai ghe n'è. 

Sia mo Tizi, Semproni, o sia la Berta 
Che commetta on delitt pubblicamene 
In mezz d'ona contrada a panscia averta, 
Se po discor de quell so mancament 
Senza fagh tort, e se ghe rincresses.s, 
Che se luraentea lor de lor istess. 

Amisit eos ad Jhmam, l'è la fras 
Del noster autor vece el Bonazina, 
E de tucc quij che ho ditt, in siiuil cas, 
Insci de vu, riguard alla marsina; 
E cont proeuv innegabil de sta sort, 
Vorrev on poo savè chi po damm tort? 



'220 



Vu sì che in quella vostra bosinada 
M'avii parafrasaa d'ona man era, 
Che se fuss staa el prìmm assassin de strada, 
On residov de forca e de galera, 
Che n'avess commettavi de tucc i razz, 
No me podevev fa maggior strapazz. 

M'avii trattaa de pret indegn, d' infamm; 
£ no savend de pu cossa inventà, 
Avii (ina cercaa d! appropria ni in 
On delitt fa d'on olter on pezz fà; 
On cert delitt che mi no soo nagott, 
Perchè con quell no gh' entri per ferr rott. 

E quand anca gh'entrass, no ve pertocca 
De tira in scena de sta sort de coss, 
Che l'è vergogna vostra a dervi bocca; 
Mi v'hoo toccaa sor* el vestii ch'hii indoss, 
E vu su quell hii de respond a ton, 
O se de no, tasii, se no sii bon. 

Ma per quella superbia maladetta, 

Per no reslà al desott, per avè el vartf 

Appress ai go(T de falla de poetta , 

Ànch che no siev, no se cerca tant; 

Se mett, vaghela maa, vaghela ben, 

Quell che pu torna a cunt, quell che ven vcn. 

E credarissev mo che col portav 
A la manera che ve sii portaa, 
Abbien, quij ch'ha giudizi, de lodav? 
L'è minga vera, anzi gh'avii giontaa 
Gran part de quell conzett, de quella stima 
Ch'avevcn di fall vost la gcnt de prima. 



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23 1 

E se pcnsassev ch'abbia pers l'onor 
Per ona lengua trista che straparla, 
Che dis su Roma e toma! no Signor; 
Nè pu nè manch saront anch mo el sur Carla, 
Reconossuu de tucc per galantoram, 
Anch che sìa poch beli el mè cognomm. 

Starissem ben che per on can che baja, 
Per vun che cerca de tajann i pagn, 
Avessem subet de pari canaja: 
A chi è dabben i mal lengu no ponn fa dagn; 
Se biasimen, se loden i personn 
Segond hin i azion cattiv o bonn. 

E l'è tant vera quest, V è tant sicur, 
Che tegni (in de cunt quij voster cart, 
Quij cart dove gh' è su tant impostur , 
Per fai senti d'intorno al terz, al quart, 
Apposta perchè hoo geni ch'el mond veda 
Cossa P è bon de fa el sur Ubald Preda. 

All' incontrari mo se fudess toch 
De quell che m'intacchee, procurarev 
De quatta el maa che hoo faa, col fa de loch; 
E tutt mortificaa me buttarev 
Denanz a vu, raagara anch in genoeugg, 
Pregandev de tasè coli' acqua ai oeugg, 

Ma sont nett comè on specc; per quest appont 
Porti avolt el cappell, nè gh'è pericol 
Che me tegnen la gent quell che no sont; 
E quij , doV hii tentaa de famm ridicol , 
No ve creden nagott; disen puttost 

Che vu sii fazel a dà via del vosi. 

. 

'9* 



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'117. 



E giust là dove Ini diti che voo a la toffa 
Con quell che ven ia seguit, se capiss 
Ch' essendegh propi vu de quella stoffa, 
Per la pagura che ve prevegniss, 
I mettuu innanz i man, per impedì 
In quaj manera quell che poss di mi. 

Ma, coni* hoo ditt , no sont in su sto taj, 
£ no me pias, se vun sonna de ruram, 
Idest s' el gh' ha di vizi a propalaj ; 
Ma vorrev anch che sora ai mè costumm, 
Giacché voeuren parlà, fussen sincer, 
E minga dì quell che ven in penser. 

Saran noeuv agn sonaa, per no di des, 
Che per mia mala sort e desfortuna 
Sont chi de residenza in sto pàes, 
E in tutt stoo temp n'hoo anmò de tentann vuna; 
Ch'el vót ch'hoo faa l'hoo minga faa per scusa, 
E la mia gran morosa V è la Musa. 

Che me piasa i donn bej pussee che i brutt, 
Che me piasa pu i gioven che né i vece, 
L'è on naturai istint che regna in tuti; 
Che me faghen intort, ch'abbia a dispecc, 
Se quaj vomita incontrandi me fan cera , 
Quest diroo semper che V è minga vera. 

Ma per el rest, sapiee che stoo in campanna, 
E mi coi femmen me fradelli pocchj 
Soo che besogna stagh alla lontanna, 
Ch'hin do coss che fa i pugn, pianed e sòcch; 
Tanto pu che vorrà ven insci dinn, 
Se on pret se desperdess a dree ai sposimi. 



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2?3 



E se, come disii, fuss de sto gust, 
Lor stess che per nient se fan segna, 
Diraven al Curai o a quell de Bust: 
Sur Gurat, sur Michee, ch'el vegna là, 
Che me s'cioppaa on bugnon sott ona sella, 
Che me doeur el bovin d'ona mamella. 

Ch* el me segna, diraven a quell tal, 
E no vorrà ven già sto pret indegnj 
Ma se de mi en fan tutt el capital, 
L' è segn che no foo segn che lassa el segn 
E giust me cerchen mi, perchè ghe par 
Che gh' abbia ona virtù particolar. 

Sigura che sont minga on stortacoll, 
Nè de quij basa mur , nè de quij fint, 
Che se fan tegnl sant coi bonn paroll; 
Ma no sont nanch come m'avii dipint; 
O se fuss tal , no mi sarev el deves 
Del mè Curat e del Prevost de Sceves. 

Cossa diraven quij de sti contorna 
Se fuss vera sti robb, con che mostacc 
Avarev mai mi allora d'andà attorna, 
Via de vess senza vergogna aflfacc; 
O (boeugna che la disa sta pareli a) 
Via d'avegh el vost mostacc de tolla. 

E quest V è el beli caratter che fee a on pret: 
Me stupissi de vu, si me stupissi; 
Pur se T è vera che patii la set, 
Conforma m'è staa ditt, ve compatissi 
Se m' hii scrivuu dopo d'avè disnaa, 
No ghe n'hii fors nè colpa nè peccaa. 



Ma almanch stassela lì: l'è quell da dimm 
Che voo in cà di pajsann, che sont mi quell 
Che je sosten: chi mo no podi esprimm 
Come me sìa mai brusaa la peli; 
No gh'hoo patii fors tant de tutt el resi, 
Disi la veritaa, come de quest. 

V è tant Tabborriment, V antipatia 

Che gh'hoo ai villan, generalment parland, 
Sì'en mo quist de che paes se sia, 
Che Thoo per on' ingiuria di pu grand 
Che possa mai rizev, se vun me dis 
Doma che de costor ghe sìa amis. 

Da quest capii se vuj andagh per cà; 

Ghe andaroo quand se troeuven in brutt stat, 
Cioè quand hin li prossem per sballa, 
Per juttaj lor e juttà on poo el Curat, 
Che verament V è ona persona degna , 
E poeu perchè la caritaa le insegna. 

Gh' andaroo, se me preghen, per segnagli 
La vacca, la buscina, e'1 manz, e '1 bceu, 
Per no fai tarocca bisogna andagh; 
O per segna '1 perscimm a on quaj fioeu, 
Che in sta materia varen on Perù: 
Per incoraodà pret, Soree e poeu pu. 

De mezza noce, senza nessun besogn, 
Dòma che ghe doriss i sciram di did, 
Hin bon, se fuss magara in del primm sogn , 
De dessedamm per fass segna i puid; 
Ghè fin de quij che, a senti j lor, pretenden 
Che se ghe segna i crost, i pioeugg e i lenden. 



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Orsù ghe voo, ma me rincress pur anchl 
Quand per esempi hoo de besogn quaj cossa 
E che no poeuda verament de manch, 
Come sarav quand hoo d'andà alla scossa 
Di scisger, del panigh o di basgiann; 
Ma via de 11 no soo cossa che fann. 

Come scappa el ciappin da P acqua santa , 
Scappi aneti mi dai vii lari domà a vedei; 
E podaraven ess la gent pu santa, 
Che per mi tant troeuvi che no gh'è el mei, 
Per viv in pas, che tend per i fatt mee, 
Che affiori t e villani]' me n'han faa assee. 

Mi no sont mai staa offes che dai villan, 
E adess prinzipalment ghe ri hoo on ricord , 
Ch'hoo faa vót positiv de stagh lontan 
Come dai muj che tra, dai can che mord: 
Hin servatis servandis ve protesti, 
In del prozzed, poch different dai besti. 

Impara a zoppegà chi sta coi zoppj 

Quest Pè quell gran proverbi che no falla , 
E in lor el se verifica pur tropp; 
Gent che mangia, che bev, che dorma in stalla, 
Che no tratta che vacch, muj e cavai, 
Ciappen de quell so fa, nói lassen mai. 

E se a vun de costor ghe reussiss 
De mudà stat, comè di voeult suzzed, 
El mudarà ben forma de vestiss, 
Ma minga la manera de prozzed: 
Villan ona voeulta de la mala stampa 
L* è semper villan porch fina ch'el scampa. 



2l6 



E con sii prevenzion, con la capara 
. Ch' hoo in di man de costor, hoo de trattai, 
Hoo giust de vess mi quell ch'ha de fa a gara 
A prolegi, a defendi in di sceu guai 
Contra del sur Ubald che ghe mceuv guerra, 
Hin robb che no po sta nè in ciel nè in terra. 

Fee pur avolt, abbass, come ve pias, 
Tiree magara Soree tutt sott sora, 
E poeu se vedarii che mi in tal cas 
Ve faga de sofista e che dottora, 
Conforma m'ayii ditt, su i vost azion, 
Allora parlee pur, ch'avii rason. 

Ma mi per vostra regola ve dighi, 

Che se fassen la gent quell che se sia, 

A lor tocca, per mi no me n'intrighi, 

Che gh'hoo anca tropp, se vuj, de fa a ca mia; 

Nè sont mai staa de quij d'interquerì 

Cossa fa i olter, quand no tocchen mi. 

Anzi doo su la vós, e crii a dree 
A chi me ven a fa de confident, 
Cuntandem quell che passa per Soree; 
Appunt perchè no vuj senti nient, 
Massem i vost prodezz, che per ess bej, 
Con raanch se ponn savè l'è semper mej. 

E pur, a sentivv vu, sont on dottor, 
On sofista di primm che possa vess; 
Mi sont quell che vamr fa el sindicator, 
Cercand d'intorbida i vost interess; 
Mi, n'occor oltcr, casci el nas per tutt, 
Quand che no parli mai giust come on mutt. 



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22? 

%• 

Capissi ben dove la va a para, 

E da che cossa nass tutt sto bobaa: 
U è la gran rabbia che ve fa parla 
De fanatech, de matt, de disperaa, 
L' è '1 sonett che ve brusa del vestii, 
Ch'ei va alla peli, e vu per quest sborii 

Benedett vestii giald, quant mai l'hii miss, 
Quànt mai sii capitaa de quell mercant 
A toeu ona simil robba de vestissi 

, L' è staa on motiv de fa mormora tant 

« 

Tucc quij che in quella forma v'han veduu, 
£ de romp l'amicizia tra nun duu. 

Minga che mi per quest ve sia nemis, 
Sont Cristian, sont pret, per conseguenza 
Farev peccaa se no ve stass amis; 
Foo mo per di che quella confidenza 
Che gh' era per l'indree tra mi e vu, 
L* è franch che da chi innanz no la gh'è pu 

Gran cossa! quatter vers ch'hoo faa per rid, 
Chi vorreva mo mai immaginass 
Ch' avesse v de sentij tant inevid, 
Che dovessem infin vegnì a sti pass, 
A ris'c ni'ent nient de da ss di bolt, 
Per ona bagatella de nagott. 

E per quell no besogna mai scherza 
Con gent che sia liacch de sentimenti 
I/è el solct de costor de sospetta 
Che si'en strapazz cert scherz indiffercnt, 
E doma a digh quaj cossa insci de baja, 
Intenden el rovers de la raedaja. 



ai8 

Tom and mo a min, credi che no ghe resta 
Nient olter de rispond ai vost sonitt, 
Nient però segond la mia protesta 
Gh'hoo faa fin da principi, quand ho ditt 
Che vuj trattà de pret, de galantomm; 
Del rest ghe ne sarav de fann di tomra. 

Ve soo ben di ch'hoo faa on gran sfora gajard 
Per tegnì sald la penna e per sta in riga, 
E hoo stimaa ben a fa insci per cert riguard, 

- Che già me capirti senza ch'el diga, 
E anch per favv vedè se no l'è bon 
Quell ch'avii strapazza senza reson. 

Ma guardeven, Ubald, per l'avegnl, 

De no tornà a iustigamm, perchè ve giuri, 
Che doma on vers che fee contra de mi, 
L'è quand, per bio, doo denter in di furi, 
E lassand da ona part tutt i rifless, 
Ve disi quell ch'hoo minga ditt adess. 

Sont bon fina a on cert segn, sopporti on pezz; 
Ma bisogna guardassen quand voo in grenta: 
Allora no gh'hoo pu nessun ribrezz 
A di de quella robba che spaventa: 
V'avvisi, ve prevegni per vost ben, 
Ei mej l'è che raettii la berta in sen. 

Basta, se noi fuss olter, gh'hoo on motiv, 
In mezz a sii travaj, de sta on poo allegher, 
E l'è che per i mee persuasi v, 
De giald che serev sii deveutaa negher, 
Unech color de pret: legnili mo sald, 
Che l'è cinquanta vault mió del giald. 



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229 



A S. E. ci sur cont Don Ignatt Cajmm. 



Per quatter strasc de vers pien de taccon, 
Faa giò senza savè quell che me fass, 
No me par che ghe fuss st' obbliga zi on , 
Sur Cont ezzellentissim, de ciapass 
Tant incomod, conforma el s'è ciappaa, 
Con mandamm quell sochè ch'el m'ha mandaa. 

L'hoo faa per obbedì el sur cont Ignazi, 
Minga per nì'ent olter $ e per tant, 
Domà che l'avess ditt, on te ringrazi, 
L'èva già on regalon tropp abbondante 
£ per mi sarev staa pu che content 
Domà cont el capigb V aggradimene 

Ha lu, segond el so beli cceur, tant' è, 
Minga content nanch mo de ringraziamm, 
El Fha voluda fa de quell che l'è , 
Raddoppiand i finezz col regalamm 
D'ona robba che var olter che insci, 
In paragon di vers che gb* hoo faa mi. 

Che vegnen mo a cuntamm che a fa el poelta 
No se ven mai in borsa de nagott; 
Che se sfadiga e se lavora a eretta, 
E in fin no se vanza olter ch'el eoo rott; 
Hin tucc bosij, tucc ciaccer bej e ho un ; 
Se guadagna quaj coss anca a componn. 
Pbllizzoni 20 



i 



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a3o 

Proeuvi de mi, sur sì, mi per el primm, 
Che a malapenna sont sempliz bosin; 
Eppur, se hoo avuu occasion de fa di rimm, 
Per Carlo, per Giovami o per Martin, 
Segone! la qualitaa, segond el stat, 
Poss minga di ch'abbia trovaa di ingrat. 

Discori anch vìa de sta congiontura, 
Che quist hin coss che capita de rari; 
Soo ben eh' hin minga tucc in positura 
De famm de sti regali straordinari, 
Nè mi sont insci goff de vorrè cred 
Che sien i mee vers degn de merzed. 

En ciappi se m'en dan, ma guarda el ciel! 
Nè me bastarav l'anem, che tant pocch 
De prelend nanca quell che var on pel; 
Sont sbris, ma no me pias a fa el pitocch, 
£ me vergognarev fin de mi stess 
Se fass de sti robb chi per l'interess. 

E se disi quaj coss, l'è per confond 
Certi sofista che me vceur descriv, 
Per el mestee pu trist che sìa al mond, 
Quell de fa vers: eh* el sia on poo cattiv, 
Noi neghi minga anmì; ma in la manera 
Che disen lor , no V è pceu minga vera, 

Segura che se vun voeur toeuss la peli 
Per di tegn , per di spiosser marcaditt, 
Che se ghe fassen anch, come dis quell, 
On carr de poesii; come v'han diti 
Oh bravo, oh beli, oh bon, quest el me pias 
Te manden raalcontent in santa pas. 



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7.5 1 

Ma n'hin poeu minga i omraen tucc egùal, 
Altriment di poetta chi sarav, 
Parland massimament di pu venal, 
Che no vedend che ciaccer el vorrav 
Lambicass el cervell; de sii gogò, 
De sii mai ter adess no glie n'è no. 

■ 

E se donch tane componen, l'è ben segn 
Che troeuven chi compensa i soeu fadigh. 
— Oh! el fan paricc per fa spicca l'ingegn, 
Per fass onor; — de quaichedim no digh, 
Ma de la maggior part el fin minor 
Credi eh* el sìa quell de fass onor. 

En cognossi vun mi, ma quell V è on tomm, 
On tomm de tucc i tomm, che stimi ben, 
Per polizia, de no fagli el nomm, 
Nè per quaj olter titol me conven; 
Quell là noi vceur fa on vers se no Yè franch 
De ciapann; se de no '1 s impegna nanch. 

Se noi fuss olter, coi so poesij, 
Lu tutt el santo di Tè attorna a strusa 
A fa balla i ganass ai spali de qui] 
Che se compiasen della sòa musa • 
Tant che sto bon poetta el se procaccia 
Quell che ghe premm pussee, che l'è la paccia; 

Che per mangia Y é vun t' el digh mi Rodi, 
In dove el riva, a chi el capitta, ajutt! 
Quell clie per Irli Y è tropp, per lu Y è poch; 
Se ghe fuss cent piltanz, el tend a tutt; 
Che part se sia per lu no l'è mai troppa, , 
Che se stupissen tucc per quant noi s'eioppa. 



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q3s 



Semper de bon appetit, semper de lenna, 

Mai sazi, inai content, ch'el par ch'el gli' abbia 

On venter come queli de la balenna; 

E no gh'è'l pesg per fagh vegnl la rabbia, 

Per fall inviperì, per fall crennà, 

Come fall sta alla grolla in del mangià. 

Alla lontana pur de quij so vers, 
Mi vorrev nanca mantegnill a sass. 
Credii ch'el me vorrav mangià a travers 
Anmì, tal e qual sont, se l'invidass, 
£ consumà in d'on past, con me gran dann, 
Quell che per mi l'è assee de viv on ann. 

E pur, cosse diravel? con tutt quest 
El troeuva de casciass in paricc loeugh, 
O de riff o de rafF, cont el pretest % 
Di vers, in tanta fina, el fa el so giceugh, 
El se manteh in ton con tant de trippa, 
Che maneman ri el po sta pu in la gippa. 

L 9 è vera che anca la in cert congiunti! r, 
Pensand de trovà appogg, per soa de sditta, 
El troeuva in scarabi ch'el terren l'è dur, 
E che ghe dan el rugh, se la capitta, 
Minga per el mangia, ma per el so 
Brutt naturai che a tane el ghe pias no. 

E cred che appont per quest noi sia pu, 
Come l'era ona voeulta favorii. 
Hin già pratich paricc di soeu virtù, 
E intenden tant che basta i soeu partii: 
Sicché via de tre o quatter casann, 
Per i olter no san pu cossa fann. 



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a33 

Ma chi l 1 è fazil eh' el sur Coot me diga 
Che sont on seccador, on cicciaron, 
Che me ne voo on poo tropp foeura de riga 
E che sont tropp amant di digressioni 
V è vera tutt, capissi el me difett, 
Ma quest Y è on vizi che no poss desmett. 

Comenzaroo, per moeud de di, ona cossa, 
Parland de vers, e appena comenzada, 
Se vedi per esempi che no possa 
Tegnl quell fil de seguet, volti strada, 
Tirand a man di coss che cont el temraa 
Che me seva prefiss, no ponn sta insemina. 

E tutt sto maa V è in grazia de la rimma, 
U è quella che me menna per el nas ; 
Come foo vers, l'è lee che vceur ch'esprimma 
I sentiment come ghe par e pias; 
E mi besogna che ghe vaga a dree 
E che in tutt e per tutt m'adatta a lee. 

E giust per quest no vuj olter savena, 
Chè de sta suggezion, com' hoo de dilla, 
L'è on beli pezz che sont stuff, ma stuff sossenn; 
Com' hoo de fa a so moeud e d'obbedilla, 
Che la se vaga pur, gh'el digh de cceur, 
A fess servi anca lee de chi la vceur. 

Subii che no poss fa quell eh' hoo in del eoo. 
Se prima lee no la me dà el permess, 
Saran mo giust i ultem vers che foo, 
L'è anch tropp eh* abbia avuu flemma fina adess , 
Sperand in fin coi bonn, con la pazienza, 
L'avess de vegni via de Piasenza. 



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234 

Ma no: la gh'ha sta pecca malandrina, 
Che con pu se ghe fa '1 salamalech, 
L' è quand la se inasnis e la s'ostina 
Seinper pussee, V è quand la ciappa grech 
De fass preziosa, e 1' ha per amhizion 
De pianta in ball la gent in sul pu bon. 

L'è vera che quand vuj vene mi el caprizi 
E falla fa a me mceud, ghe la foo sta; 
Cossa m'importa a mi, l'è ben on supplizi 
Quell de sta li col eoo in di man a pensa 
Di tre, quattr'or e pu, s'el fa besogn, 
E dormi minga tutt i voeult ch'hoo sogn. 

No, torni a replica, per mi n'hoo assee 
E de vers milanes e de toscan : 
Capissi che Fé minga mè mestee; 
Lassi l'impegn a chi gh'ha su la man, 
A quij eh' è pront d'ingegn, à quella gent 
Che troeuven li la rimma sul moment 

Via che noi fuss per obbedì el sur Cont, 
Perchè, intendemmes, per de sti ezzellenz, 
De di e de noce e semper, sarev pront 
A fa moneda falsa ai occorrenz, 
E in di protest ch'hoo faa de no fa rìmm, 
M' intendi eccettuaa el sur cont Cajrara; 

Vaga drizz, vaga stort, lu l'aggradi ss 
I mee strafoj, e l'ha piasè a senti j ; 
Lu'l me sopporta, lu'l me compatiss 
Anca che diga su di strambarìj; 
Lu'l me fa spi ri t de componn, e lu . . . . 
Ma se comenzi, no fornissi pu. 



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a35 

Me premm de ringraziali , anzi doveva 
Avell già ringraziaa fin d* on pezz fa ; 
E se r hoo minga faa, l'è che credeva, 
Fin de st* inverna prima de fiocca, 
Credeva, come disi, senza fall, 
D'ess a Milan in persona a ringraziali: 

E poeu perchè gh'hoo semper on intopp, 
O per di me), gli' hoo ona polmonaria 
Marscia che la me domina, pur tropp, 
Me sont lassaa al mè solet menà via : 
Ma già senza tant scus, soo ch'el m'intend, 
E ch'el sa ben per qua ut el me po spend. 

1/ è vera che a sti coss, Vostra Zellenza , 
A sti min u zi noi ghe bada nanch; 
Ma Tobbligh me, la mia convenienza 
L'era de digh ona parola almanch, 
Ona parola almanch per fagh savè 
Ch'eva poeu rizevuu quell tal socchè. 

Diroo ben d'ona cossa: in quell moment 
Ch* hoo rizevuu i so grazi , ditt e fa tt , 
Hoo lassaa a vun de fa i me corapliment; 
Che grazia al ciel soo la creanza e '1 tratt; 
E con tutt che Tè on pezz che stoo a Soree, 
Gh'hoo on quaj barlumm anch mo dei Galatee. 

Se ghe l'abbien poeu ditt, mi noi soo no; 
Soo ben che come doo ona commi ssion, 
Benché cerca de dann men che se po, 
Gh' en cavi semper poca costruzion ; 
No digh de tucc, parli de quajghedun: 
Ma quest noi fa nagott, vegnemm a nim. 



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*36 

Hoo dorica rizevuu ben volontera 

Quell so bon cioccolatt, de pesg no 'n vegna 
In temp che s'eva giust alla leggiera, 

0 per dì mej, che gh'eva nanch l'insegna; 
Àdess mo in grazia de sti so finezz, 

Ghe n'hoo de fagh di brìndes per on pezz. 

B e sogna ben che anral, subet che poss, 
M'ingegna in quaj m anera de erompa 

1 chiccher e i tonditt, che sii do coss 
Hin necessari, e no se po scusa, 
Chè no T è minga cioccolatt de quell 
De bev su come el broeud in di scudelL 

L'è cioccolatt de chicchera stupend, 
E mej d'on cordi al, d'ona tr iacea; 
Faa fabbrica dà chi no guarda a spend, 
A forza de cacao de caracca, 
Con fior de drogaria e de vaniglia, 
Ghe sa de bon che l'è ona maraviglia. 

Per vun che avess el stomegh indigest, 
O per esempi eh' el patiss i flatti, 
Basta ch'el podess toeu semper de quest 
Che subet el guariss; e quand m'imbatti 
De temp in temp a bevel a cà so va, 
Troeuvi che per i flatti V è ona scova. 

Se a r incontrari mo sont invidaa 
Quaj voeulta a tctul da cert particolar 
Che me poggi en de quell de bon mercaa, 
Perchè no poden spend, o fan l'avar, 
Tegnenden de do sort, mi noi poss bev, 
Ne '1 me stomegh gentil le voeur rizev. . 



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s37 

E se '1 fuss lezzet a piantaghel lì , 

O la fuss robba de guarnà in sacocccia 
Come i bombon, m' ingeguarev ben mi, 
Puttost de mett in corp de quella scoccia, 
A guarnamel con bella polizia, 
E come fuss in straa, el buttarev via: 

O vcrament me pi a sarà v a dich, 
Se noi fuss minga per mortificai, 
Coss' hii de fa vuj olter de sti spich 
Ch'el voster stat noi ve permett de fai? 
£ in del cas aneli ch'el ve permetta, i fee 
D'ona man era de fav rid a dree. 

Quist se domanden giust grandezz de nan, 
Che fa cert sort de gent per fass tegni 
Sdori de drizz, e tane ghe n'è in Mi lari 
Che voeuren fall, e stanten, sto per dì, 
A compra de quell giald, che in di prestin 
En dan do tavolett con sett quattrin. 

Mi mo de sti grandezz ghe sont nemis, 
E no me metti in de sta sort d'impegn; 
E se di voeult me ven on quaj amis, 
Per cioccolatt el po toeu via el segn; 
Che robba dove gli' entra drogaria 
L'è giust comè bandida de cà mia; 

La me pias e tutt coss, e sont leccard 
In sto gener chi fors pussee de tucc; 
Ma no poss fa sti spes insci gajard, 
Che i mee sacocc patissen tropp el succ; 
Per tant personn eh' hoo ai spali semper intent 
A scisciamm quell poch umed che gh' è dent. 



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238 



Sicché per quest besogna avè pazienza , 
E segond l'è l'entrada regolass; 
E quand cert coss no gli' hin se scusa senza, 
Che Tè t intima, basta contentasse 
O che se cerca , senza spend on bor, 
D'andali a bev da on qua] benefattor. 

Adess mo che gh* hoo gent che me regalla 
Conira i mee merit, no poss pu sta maa, 
Adess per cioccolatt gii' hoo de sci aliali a, 
Mediante Ezzellenza, i so bontaa. 
Godaroo donch in santa pas i grazi 
Del raè patron, del me sur Cont Ignazi. 



Risposta de Pasquin ai soniti faa per el so matrimoni* 



Alto fioj, adoss che già l'è on sciatt, 

Già me la vedi che sont daa in la strìa, 

Ma non ostant avii beli pari a sbatt, 

Podii magara di quell che se sia, 

Che mi gh'en doo nagott, vuj toeu ona donna 

A despecc de la gent che me canzona. 

Questa la var on soldi gh'hoo sto petitl, 

E n' hoo minga de scoeudel s'el poss scoeud, 
M'han de mett suggezion duu o tri sonittl 
Catt in castra ai sonitt, vuj fa a mè mceud, 
IN' hoo poeu minga faa \òt de castitaa , 
Nò sont mai staa, nè sont nè pret, nè fraa. 



23q 



Se crederi fors perchè sont difetlos 

On poo in di gamb, che staga maa in del resi; 

Cioè che sia inabil de fa spos, 

Nè sont minga impotent nanca per quest; 

Faroo vedè col terap chi V è Pasquin, 

Anca che i gamb me faghen genogin. 

E guaja che stoo vòlt de scimi'ott 
E sta figura che V è insci imperfetta , 
Bona, come m' han ditt, de fa nagott, 
La bagna el nas a sto mè sur poetta, 
E guaja che l'arriva a fa de pu 
De quell che fina adess l'abbia faa lu. 

Me fan pur rid de coeur cert sort de gent 
Che voeuren dà la metta al terz, al quart, 
Come lor fussen senza man cameni, 
Quand gh* avaran anch lor la so a part; 
El sarav mej che prima de discor 
Avessen la bontaa de guardass lor. 

E per quell se quaj voeulta innanz parla 
Consultassen quelPomra de porta Renza , 
No per diana che traraven là 
Tane paroll senza scrupol de coscienza, 
Che non ostant che sien ditt per scherz, 
Gh' è seraper dent on poo de dagn del terz. 

Vorrev on poo savè perchè reson 

Han de parla de mi con tant desprezz; 
Faram rid a dree, famm comparì on buffoni 
Gh' è nessun d'olter de tirà de mezz 
Senza toccamm giust mi, che maneman 
Sont deventaa el ludibri de Milan? 



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2^0 

Tucc i mincionarij hin sora mi, 

Mi sont el marter che gh'ha gross i spali; 
Semper Pasquin de chi, Pasquin de li; 
Pasquin l'ha ditt, Pasquin la faa el tal fall; 
Pasquin l'è on su, Tè on giò, Pasquin l'è on asen; 
Vuj mett ch'abbien reson, ma almanch che tasen. 

In sta cà benedetta del sur Gont 
Ha mo de capita domà sbeffard, 
Che in scambi de tegnimm per quell che sont, 
M'abbien de strapazza senza resguard; 
Quand do vara ve n vegh tutta la stima, 
Che sont vun dipendent de cà Cajma. 

E se sti coss, con tutt che sien fandoni, 
Per azzident andassen a IP or oggi a 
De quella tal? ciavo sur matrimoni! 
L'è andaa tutt coss; lee la dà on pè in la seggia, 
E la me pianta ditt e fatt in piazza 
Sul dubbi che no sia bon de fa razza. 

Se per disgrazia donch sta mia sabetta 
La me piantass per quest in sui duu pee, 
Chi ne sarav la causa! i duu poetta, 
Per avè ditt tant ben di fatti mee: 
Ecco li, quand se dis, quatter paroll 
Ponn ess la mia rovina, el mè trac oli. 

Poss di che parlen perchè gh' han la bocca : 
In vun no gh* è la caritaa fraterna, 
E l'olter con tocca quij cord ch'el tocca, 
El cerca el so malann con la lanterna. 
El cerca, se noi mett la berta in seu, 
Che anch mi ghe diga su quell che sta ben. 



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*4i 

Per on poo se sopporta e se pazienta, 
Ma la pazienza (malmeni la scappa; 
E ghe soo di che se Pasquin va in grenta , 
L'è vun che le perdonna nanch al Pappa, 
E me par anca d'ave giust motiy, 
Perchè stii sciori m'han toccaa sui viv. 

Chi vorrev andà innanz a dagli adoss, 
Ma noo vuj minga mettem in impegn, 
De fa di ciaccer e da di di coss 
Ghe possen despiasè foeura del segn; 
Quest chi ghe basta tant per fagh senti 
Che sont minga di baccol nanca mi. 

Lassi che diga el rest de la parpoeura 

Ei mè patron, che V è el sur cont Cajmm; 

A lu tocca sta voeulta a falla foeura , 

Che in quest el resta offes lu per el primm; 

Ch'el se vendica con sti senza lemma 

Dei sfris ch'emm ricevuu tucc e duu insemma. 

Ezzellenza , eh 5 el se rissenta pur 

E ch'el difenda el so mercant de piatter 
Contra de chi gh'ha scritt tant impostur, 
E che gh' ha faa sto maladett caratter; 
L'è in obbligh de fass dà soddisfazion, 
Perchè l'è stada ona gran brutta azion. 

Saal che se mi savess tirà de spada, 
Sta voeulta chi no la scappa ven no! 
Ghe fava lassa i oss su d'ona strada; 
Ma se per sort m'instigaran aneli mo, 
Se a maneggia la spada sont inabel, 
Soo mi cossa faroo, drovaroo i sciabcl. 

P*jLLlZZOM ai 



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Al sur coni Ignati Cajmm. 
Scusa per no podè fà ceri vers comandaa de lu, 

El vceur metterti, Zellenza, in d'on irapegn 
Che, per mi tant, adess Tè on poo tropp gross; 
No poss che ringraziali, perchè Tè segn 
Cli'el me stima per vun bon de quaicoss. 

No poss che ringraziali e nient de pu: 
Me rincress tant de no possè ubbedill: 
Già el sa el sur Cont cossa farev per la, 
Se fuss in positura de servili. 

Foo minga adess per rinfacciagli, ma quand 
L'è staa che l'ha vuu geni d'on sonett, 
Senza ch'el se spiegass con di comand, 
O ben o maa, l'boo mai lassa a imperfett. 

L'iste. ss farev anmò, chè 1* intenzion 

E el coeur ghe l'hoo de fa sto poch piasè 

A chi professi on carr d'obbligazion ; 

Ma no poss minga, e ghe diroo el perchè. 

L'è pu d'on ann e mezz che hoo pers la seri ma, 
E no troeuvi pu el cunt de mett giò on vers; 
Ghe metti on'ora inanz trova ona rima; 
JE poeu hin rimm che no gh'ha nè indrizz nè invers. 

Quand me regordi che per el passaa 

Tutt quell che me. metteva in eoo de fa , 

Ghen reussiva e con facilitaa, 

Senza masnà el cervell col tropp pensa! 



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L'è vera ch'eren vers come se sia, 
Ma con tutt quest piaseven a la gent 
Ch'aveven gust d* a veroni in compagnia 
Per famm di su on quaj mé componiment. 

Yuj mett che fors ghen sarà staa de quij 
Che già m'avaran faa Fadulator, 
Mostrand sul vòlt d'avè piasè a senti] # 
E pos ai spali me Tavaran daa lor. 

Ma mi, che fassen, che disessen pur 
Sta razza traditora de persomi, 
Anch che capiss quaj vceulta i so figur, 
No lassava per quest, no, de componn. 

Foo cunt che per cusì la bocca a tucc 
On poo difficoltosa Tè impresa: 
Ghe voeur del reff sossenn e sossenn gucc, 
Sicché, diremm, no porta nanch la spesa. 

Per el restant el manch che me dà penna 
Hin sti mincionarij: el me rincress, 
Come gh' hoo ditt, doma che quella venna 
Ch'eva ona voeulta, ghe l'hoo minga adess. 

Chi non usa, desusa; l'è pur vera: 

Hoo comenzaa a fa l'asen; quest l'è assee 
De fa che per on pezz nissun ghe spera 
Nanch on para de vers di fatti mee. 

Tanto pu adess ch'el m'ha cattaa in d'on'ora 
Che, a digh la veritaa, no sont pu mi: 
Sont rabbiaa, sont stremii, sont sott e sora 
Per el sessantanoeuv eh 9 ha da vegnì. 

Se Tè vera che i desraa han d'andà a spass, 
S'ciavo sur vers, s'eiavo sur Meneghin: 
Ghe voeur olter che Mus e che Parnass 
A vun che sia ridott in sanquintin. 



244 

Calava gìust sta pocca per reciocch 
D'on mimer senza numer de travaj; 
E travaj, ghe soo dì, minga de pocch, 
Che metten s'cess domà a senti a cuntaj. 

Per dincio bacchi se me succed anch qucst, 
Lassand de part i burla ; sont in strada; 
Sont giustaa, come disen, per i fest, 
Perchè consist là tutta la mia entrada. 

Oh! (diran mo) te gh'ee on massee a Scesaa 
Ch'el paga vintiquatter moeusg de gran: 
Bon negozi 1 Tè quell che m'ha strappaa 
Domà in cinqu agn che l'ha mangiaa el mè pan. 

Hin d'ona certa stampa de fìcciavol 

Che quand capiten sott a vun tropp bon, 
Che no je manda subet al diavol, 
Se strappen lor, e strappen el patron. 

Ch'el giudica mo lu, sur cont Ignazf, 

Se poss servili per quell ch'el m'ha faa scriv, 
Cont avegh imminent sti pocch desgrazi, 
Che asquas asquas son pussee mort che viv. 

E poeu, se mi accettass tal incombenza , 
Vorrev fa la figura del Calotta: 
E in fin se pentirav vostra Zellenza 
D'avella dada a vun bon de nagotta. 

Lu sì che senza scriv in milanes 
El po respondegh con di vers latin, 
O verament in raeneghin franzes, 
E fass pu onor che on noster meneghin. 

El podarev respondegh in todesch; 
Ma me figuri ch'el sarà on lenguacc . 
Che corrott l'avarà de l'arabesch, 
E noi s'intendarà nient aflacc. 



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245 

Basta eh' el me perdona j ma per mi 

De slo boccon d'impegn vuj stammen foeura, 

Vuj minga che la gent abbien de di 

Che on asen el voeur fa ei cavali de scoeura. 

Che mi, com'hoo de dilla ciara e netta, 
Anch che fuss come prima in esercizi, 
Nanmò vorrev ris'ciamm scriv a on poelta, 
Chè el parirav eh' avess perduu el giudizi. 

A mi me rincress mandi che su la faccia 
Me daghen el mè titol d' ignorali t, % 
De quell che me rincressa incorr la taccia 
D'on supponent o pur d'on petulant. 

De fatt che presonzion sarav la mia, 

Se vorress coi mee vers damm a d'intend 
De respond a on omon che in poesia, 
De quell che senti e vedi, Tè stupend? 

Quand hoo capii con chi èva de compett 
Hoo ditt subet tra mi: no voo pu inanz; 
Per stà a coppella con de sti soggett 
Ghe voeur di Magg, di Balestree, di Tanz. 

Hoo leggiuu con gran gust quij so quartinn(*), 
E segond el mè poch intendiment 
Hin tant bej che no poss feni de dinn: 
Capissi che Tè on omm de gran talent 

E soo de pu che in milanes l'ha scritt 
Asseee de fa stampa di volumm grossi 
E poeu già, coss'occorr? Come s'è ditt 
Don Gerolem Biragh, s'è ditt tuttcoss. 

• 

(*) Sono pubblicate nel volume IP, pag. 187 c seg. del la Colle- 
zione delle migliori Opere scritte in dialetto milanese , impresse per 
cura del già lodalo sig. Francesco Cherubini. Milano, 1816. 

ai' 



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^46 

Mi noi cognossi minga, idest de vista, 
Ma el cognossi de fama tant che basta; 
Se no m'inganni, l'ha de vess legista, . 
E on bori cavalìer de bona pasta. 
Al man eli podess cognossel, che vorrev 
Propi con g rat ala mm cont i fatt soeu; 
E insci sottvia ghe domandarev 
Se mai el vorress vend quell so vignoeu. 
L'è ben on poo piscinin, per quell ch'hoo intes 
Ma el fa nagott; per mi ch'el le sia pur 
Com'el vceur lu: l'è mej dà el eoo in di sces 
De quell che sia dall denter in di mur« 
Saal perchè disi insci? Perchè in tal cas 
Che me fassen tceu el boria da So ree, 
Quella Tè giust on'aria che me pias 
Tant come questa e fors on poo pussee. 
E la sarav segond i mee besogn 

Tant present che futur giust a dover, 
Tanto pu de vendembia, che a Gologn 



El gh'è foeura sto bon cavali'er . 

Chi fors el ridarà: ch'el vaga a pian: 
No gh'è de rid su sto particola r; 
Ch'el rifletta in che lceugh sont Cappellai, 
E de che Santa sont el titolar. 

De reson l'è ben 11 dove confidi 

E dove foo el mè cunt de repellamm: 
Che fagheri come vceuren; mi men ridi: 
Nanca per quest no moriroo de famm. 

On pezz a cà d'on scior, on olter pezz 
A cà d'on oltr', e s'eiavo; a lor tocca 
Soccorr on pover pret eh' è mai staa avvezz, 
De che l'è al mond, a fa patì la bocca. 



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247 

D'amis me par d'avcghen quajghedun, 
E tucc de coeur, tucc de la bona lesg; 
De quij che no descascia mai nissun; 
No soo po3u mi che gh'hoo sti privilesg. 

El pu che sia l'è de cerca quai loeugh 
Dove se sa che tutta la manina 
Senza mai refiadà lavora el cceugh, 
Dove la va de quatter in cusina. 

E grazia al ciel dove andaroo a mett giò, 
Faroo vedè cossa sont bon de fa; 
Già zerìmoni mi no soo fann no, 
E mangi anch che no disen de mangia. 

Me diran ben cavali'er del de ne; 

Ghe mei disen; e ben? cossa fa quell? 
Intantafina mi vegnaroo lene, 
E senza spend faroo tira la peli. 

E poca gh'hoo ona reson dove me scusi, 
E l'è che no l'è minga on disonor 
Che faga al personal; gh'è di olter musi 
Mej che nè'l me che fan l'istess anch lor. 

In somma per forni Ila in do paroll, 

On sconcert l'ha de vess tutt el me ajutt: 
N'occorr che disen; via che a l'oss del coli, 
Per el restant gh'è el so remedi a tutt. 

Con sti ciaccer intant tremi de frecc, 

E de maross sont locch comè ona tappa; 
Hin già sett or; l'è vora d'andà in lece, 
Intant ch'hoo on poo de sogn, che noi me scappai 

Anzi capissi ch'el maggior piasè 

Che al present poda fa al sur cont Cajmm, 
Benché ci disa nagott, l'è de tasè, 
Chè lu V è stuff e noi vocur olter rimm. 



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Donch tasi lì mortificaa e conlus 

Per no avcll ubbcdii in qucll tant eh' el vocur j 

Ch' el me perdona ; ghe foo milla scus ; 

Vorrev almanch eh' el me vedess el coeur. 
Intant el preghi quant mai poss pregali 

Che noi me vaga in collera per quest : 

E Gnalment fornissi de seccali 

Con dagh in l'istess temp anca i bonn fest. 
No mancarà occasion de desmostramm 

In tutt'olter che sont e che saront, 

Se per tal noi refuda d'accettamm, 

Servitor umelissem del sur Cont 



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^49 



Versione dello Stabat Mater. 

v 

La Madonna in att pietos 
La guardava el so car tos 
Ch' el pendeva de la eros. 

La soa anima l'è stada 
Anca quella tormentada 
E ferida d'ona g spada. 

U èva in cas de manca via 
Per la gran malinconia 
La gran Mader del Messia. 

De ver coeur la sospirava 
Tucc i vceult che la guardava 
El fioeu che tormentava. 

Chi sarav in st'occasion 
Che, vedend tanta aftlizion, 
No piangess per compassion? 

In quell stat vun ch'avess vist 
La Madonna e Gesù Crisi, 
Senza piang pddel resist? 

I peccaa de tanta gent, 
E di mee prenzipalment, 
Del Signor hin staa el torment. 

L'ha veduu destes su on lega 
Quell so car unegh sostegn 
Che l'amava a l'ultem segn. 

Oh gran Mader, tutta amor, 
Sti mee ceucc fej piang anch lor 
Per dolor del vost dolor. 



Sto me coeur infiammili vu. 
Perchè possa ama Gesti, 
E che sia tutt de lu. 

Ah ! vorrev die se scolpiss 
In mi i piagli del Crocefiss, 
£ in mi stassen semper ti ss. 

Del vost tos, eh' el s'è degnaa 
De soffrì per mi lant maa , 
Di so penn femmea mitaa. 

Con vu fee che piangia arimi 
El Signor ctYhan faa morì, 
Senza mai desmett on dì. 

Sul Calvari vorrev ess, 
Ch'el sarav el temp adess 
De sta là a piangev appress. 

Oh gran Vergin, no guardee 
Che sia staa vun di giudee; 
Giust per quest femm piang pussce. 

Fee che anmì per me confort 
Possa ave la bella sort 
D'ess a part de quella mort; 

Fee che sia anmì ferii, 
E el me coeur tutt imbibii 
De quell sangu che gli* è sortii. 

Cara Vergili, femm servizi, 
No lassemm andà in perdizi 
In quell dì del gran giudizi. 

Oh, Signor, quand vegnarà 
Quell gran poni de muda cà, 
Per mezz sò femm trionfa. 

Quand sto corp l'andari in fin, 
Fee che in ciel coi Serafìn 
Possa stagli aneli Meneghiu. 



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APPENDICE 



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Viva Sant Carlo, che Tè incoeu '1 so di, 
Viva Don Carlo el nost padron de cà, 
Evviva i galautomen che gh'è chi 
A god per la defesta on beli disnà. 

Farev in st'occasion quaj spicch a min, 

Che hoo nomm Carlin, ma no'l poss minga fa; 
Sicché, i mee sci ori, sont de compatì, 
Perchè quand no ghe n'è, no sen po dà. 

Tutt quell che podi fa mi poverett, 
Per no pari on avar press a la gent, 
L'è dagh de festa con sto pocch sonett. 

Fina chi, poss rivagh; del riraanent, 
Se vorress anca dagh quaj visighett, 
Ghe torni a dì : no gh' hoo quell gran nìent, 

Quest'ann prìncipalment 
Che, già che parlem de pagà de festa, . 
Me V ha mo giust pagada la tempesta. 



Pellizzomi 



254 

Al sur Prevost de Sceves. 

Sur Prevost, me patron, ghe torni a dì 

Che da Soree andà a Sceves gh'è on gran tooch , 
E che per on pret vece come sont mi, 
L'è on incomed de fatt minga de pocch: 

Se gh'avess la carroccia, allora si; 
Ma sont on pover Cappellan pittocch. 
Voeurel donch che mi ris'eia de mori 
Per fa a sò mceud? Sont minga insci ballocch! 

Se l'è poeu che'l voeur sta sul gran rigor, 
E che noi gh'ha nessuna compassion, 
E ch'el voeur dill anca ai superior; 

Allora mi puttost che andà in preson, 
O che soffri quaj olter disonor 
Che faga dagn a la riputazion, 

Cerchi on quaj carretton 
Per vegnì a Sceves senza che me stracca; 
Me rincress che bisogna che ghe tacca, 

Con licenza, ona vacca; 
Che mi no podi fa diversament 
Subet che '1 voeur che sìa obbedi'ent 

Al governo present. 
Già, coss occorr, ei pret de la Gesetta 
L'ha ben del matt, perchè l'è mezz poetta; 

Ma a dilla ciara e netta 
L'è pceu on gran galantomrn, nè'l voeur disgust 



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Stira Marchesa sont in di so man : 
Soo che Tè ani Isa de pance dottor 
De medesina, e mi boo bisogn de lor, 
£ Tè per quel! che sont vegnuu a M ilari. 

Gh'hoo adoss on maa ch'el par oltramontan , 
Ma no l'è minga. L'è come on tumor 
In d'ona gamba che me dà on dolor 
Ch'el par fina che gh' abbia dent i can. 

Fava cuDt d'inviamm a l'ospedaa, 

Ma el m'ha tradii ei Parroch de So re e, 
Ch' el m* ha negaa la fed de povertaa. 

E mi poss minga sperici tucc qui) danee, 
Che po importa la cura de sto maa, 
Sicché per quell me raccomandi a lee. 



Gomet e diareja hin staa i duu maa 

Che m'ha tegnuu in d'on lece cinqu o ses di ; 

E tra '1 gomet, e '1 fluss, e tra l'età a 

Mi me credeva de dovè morì. 
Basta, a la fin me sont recuperaa, 

E per grazia del ciel sont anmò chi; 

Quij che staven specciand l'ereditaa 

I preghi per sta v ce alt a a scusa insci. 
Benché anca quand saront visin al carlee, 

Mi no soo minga se gh'en lassaroo, 

Perchè gh'è pocca robba e pocch danee. 
E quij pocch i vuj god, se scampi on poo; 

Che no l'è minga giust che i lassa indree 

Da god i mail, i sbrega, i senza eoo. 



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-256 



Sto beli mas'ciolt, sto noster patronscin 
Che stavem tant in ansia de vedè, 
Sto roas'c profettizaa da Meneghin, 
Giura-bacco-bacchetta l adess mo el gh'è. 

Adess mo sì Vè beli fa l'mdovin, 
Ch'el futur el va via de so pè, 
Col derivata patris di Latin, 
E cont on poo de regola del tre. 

L'è on frut de bona pianta, e Tè sicur 
Che noi po reussì che on frut sciallós 
Ona voeulta ch'el riva a vess madur. 

El gli' è pceu anch quest de bon per madurà, 
Ch'el god lu per el primm i ragg preziós 
Del beli so di virtù del so papà. 



On gioven de vint agn, on squittirceli, 
Fa milla logg, podè sta savi no? 
Besogna di che l'è tornaa fioeu, 
Per dagh in pocch paroll domà el falt sò. 

Scià coregh, para boli e tetti r oc u, 

Scià chi i dandinn che noi me boria giò; 

E vu Maria mudegh el camisceu, 

Ch'el gli' ha faa dent la cacca el me popò/ 

Se poeu fass de bisogn anch el bajlott, 

Ghe n' hoo giust vun eh' el fa per el pattee, 
L' è ben lacc on poo poss , ma'l ia nagotL 

L'è vun che gh' ha baili} tant agn indree, 
L'è quell tal insci faa, quell pisciuolt, 
Quell ch'ha bailij el poetta de Soree. 



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n5j 

Al sur dottor flistor. 

Perchè m'abbien faa'l nomm duu o trii birbott, 
Tant per avè quaj coss de caritaa, 
N'ho minga nanch per quest d'ess condannaa 
Subet che no sont complez de nagott. 

Con l'ergastol no gh' entri per ferr rolt , 

Chè n'hoo mai faa ai mee dì nì'ent de maa, 
Via che sont staa insemina de quell fraa 
Che ghe disen el Giacom Gali'ott. 

E se fors domà quest l'è on criminal, 
Ghe disi che de colpa ghe n'hoo no, 
No savend cosse '1 fuss el personal. 

Saveva minga che '1 fudess quell lusc, 
Quell bon lavò ch'hoo conossuu dopò, 



A! so Calxolar. 

Bisogna che baratta el calzolar, 
Anzi doveva avell già baratlaa, 
Giust perchè se no basta d'ess tropp car, 
El gh'ha Tolter deffett de servinnn maa, 

Ghe paghi anca de pu de quell che var 
I sò fattur per andà ben calzaa: 
Eppur cossa dirissevv? V è ben rar 
Che'l me daga do scarp fort e ben faa. 

Eel el co ramni, la peli? vaitela a catta! 
Eel ch'el ghe cascia della robba frusta? 
El fatt T è che sont semper in sciavatta. 

Son bon in d'ori ann de consumann on gerla. 
Perchè me duren, s' hoo de dilla giusta, 
Comè dura i fattor in cà Pusterla. 



»58 

Scusandes de no vorrè fa on Sonett. 



Me fan rid assossenn sti Saronatt, 

Che dovend fa tra de lor on beli dìsnà , 
Vceuren famm fa on sonett per invida 
Anch lu hin minga raatt? 

Per mi no gh'el foo cert, han pari a sbatt, 
Perchè el besogna no: de quant inscià 
Han de manda di vers a queir omm là, 
Per avell ajutant a spazzà i piatt? 

S'han geni d'avè a tavola el Perfett, 
Basta on avvis insci come se sia, 
E poeu hin sicur de no restà iraperfett. 

E per queli, disi» l'è ona gran pazzia 
A lambiccass el eoo per fa on sonett, 
Quand se capiss che Tè on sonett tra via. 

Al sur Cu rat de Sceriam 

Capissi minga, la che Tè insci ricch, 
E che in ca sova la ghe va de do» 
Che no '1 cerca mai cunt de dà '1 fatt so 
A on pover pret sbris come Tass de picch. 

Se credei fors che mi voeubbia fa on spicch, 
Col fann on donativ a vun che po, 
El me dirà anca lu che conven no, 
Massem mi ch'hoo besogn da toeu di micch. 

Anem donch, sur Curat, che '1 sia cortes, 
El sa '1 me stat, me raccomandi a lu, 
Che '1 se regorda che i partid hin ses. 

Ghe disi quell che n'è, poss speccià pu, 
Che mi je daga eh' hoo de fa di spes, 
Voeurel che vaga atto ma a cercà su? 



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i5g 



Sia ringraziaa'l elei, che final ment 

M'è reussii d'avè quell tal mocheit; . r 
Ho ben dovuu fa giò pu d'on sonett, 
Ma tant me reussii d' avè '1 me intent. 

Hi no soo no, a sto mond gli* è de la gent K . 
Che sta coni m od, e pur gir han sto diflett, 
Che s' han de dà quaj coss a on poverett, 
Ti ren su tucc i scus per dagli nient. / v r> 

E quest r è vera, e V boo provaa de fatt, 
Che l'è pocch temp, con vun de Scerian, 
Che tasi el nomra per no squajà bagatt. 

Vanzava d'on Curat chi pocch lontan, 

Per ess pagaa ghe vorsuu i savi e i matt, 
Perchè V è largh de borsa e strecc de man. 

E insci s'hoo ditt che sii on poo strecc de man, 
L' è staa per fa la rima, V è nient, 
Hin robb doma da rid, san ben la gent 
De che coeur l'è '1 Curat de Scerian. 

El san chi intorna, el san quj de Milan y , 
Che sii splended, che fee gran trattamente 
E che la fee andà in pee prinzipalment 
Quand sont là mi a disnà col Calandrati. 

E poeu nun vedem^chc semm chi a Soree, 
Che no gir* è minga on' oltra cà compagna 
Come la vostra per trasà danee. 

E l'è per quell che vegnen in campagna 
A god i vost fìnezz tane forestee, 
Perchè giust Tè la cà de la Cucagna. 



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26o 



Tasen mai, tasen mai sti zofFreghitt, 
Perchè vorraven che scrivess quaj coss 
De fa tasè'l Curat di Zenevritt, 
Che me ne dis de quij on poo tropp gross. 

Comè de fatt V è on pezz che gh' ho '1 pettitt 
De dìghen anca mi de sotf e doss , 
Appont per castigali de cert sonitt 
Che'1 m'ha faa contra, che me stan su'l goss. 

E pceu gli' hoo pensaa su; se se comenza 
A raordes vun con l'olter comè i can, 
Chi sa infin cossè ven de conseguenza? 

L'è vera che 'I Curat de Scerian 

El se ciappa on poo troppa confidenza 
Comè fan tucc coi pover Cappellan, 

Ma l'è pceu largh de man; 
Se no'l fuss olter, el gh'ha quest de bon 
Che'l me regalla semper di bombon, 

E poeu '1 me fa patron 
D'andà de lu quand vuj a spassamm via, 
Dovei gh'ha per el pu de compagnia 

Quaj coss che mett legria. 



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mà 


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Lu no '1 sa comè fa 
Per damela d'intend e famm capi 
Che'l so beli coeur l'è tutt propcns per mi; 

E subet che 1' è insci, 
Besogna propri avegh tucc i riguard, 
E soffrili anch che'! sia on poo sbeffard. 



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26l 

Al *ur Curat N. N. 

Orsù, Curat, Yè vora de fenilla, 

Ve parli ciar , perchè se ghe doo dent , 
Se vu me fee on sonett, mi ve 'n foo cent , 
E se vu rae'n fee cent, mi ve 'n foo railla. 

Vu fors boflfee perchè gh'avii la pilla, 
E Tè per quell che superciee la gent; 
Ma con mi no se fa de prepotent, 

' E ve diroo se ghe l'avii, tegnilla. 

Sii sempr'addree a smorfiamm in vos, in scritt, 
Semper a damm addoss, a cascia min su 
Comè fa cert sgonfion coi poveritt. 

Se no roudee register, pover vu! 
Ve casci con tra tane de qui sonitt, 
Che fee vot e stravot de toccamm pa. 



Ah! s'el fuss vera che quell sur Fattor 
El fuss, com'avii ditt, longh e tiraa, 
Cioè in intendi se '1 fudess sballaa , 
Per mi vorrev avegh ben pocch dolor. 

Gn* avare v minga ai spali on creditor, 

Che tucc i vceult che '1 vedi me ven maaj 
Perchè per mia disgrazia hoo già provaa 
Comè'l tratta i soeu pover debitor. 

Ah! sei fuss vera* vorrev corr pussee 
De quell ch'abbia faa jer su quell vì'al, 
Quand vujolter s'eanscitt sii restaa indree: 

E mett se'l fuss possibil anch i al, 

Al cas che i gamb no fussen minga assee, 
Per corr pu prest a fagh el funeraL 

2*' 



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a6a 

Car sur Terreni, el me fa tropp onor 
Con qui soeu bei sonitt che 1 m' ha mandaa, . 
E faa insci prest che sont restaa incantaa, 
No '1 gh' ha fors nanca miss on do o tre or. 

Don eh el voeur di che Tè improvisador: 
Mi no gh'hoo minga tant'abilitaa; 
Disi la mia santa verità a, 
S' hoo da componn, ghe voeur temp è sudor. 

Se fu ss a Sant Dalmazi, allora sì 
Che trovarev i rimm pu facilment 
Per quella compagnia che 'I gh' ha li. 

Che gh'hoo pceu quest: quand sont con de la gent, 
Lavoraa su queil taj che vuj di mi, 
Me senti a cress la venna su '1 moment. 



Con reson dova re v essen offes, 
£ vendicamm de tucc i tradimenti 
Minga coi vers, chè quist cunten n'ient, 
Ma con drovà quaj oltra sort d'arnes. 

Con tutt quest no vuj nanch damm per intes: 
Sont prudent, e vuj falla d'omm prudent, 
Massem che soo d'avè a che fa con gent 
Ch'è vestii del caratter piemontese 

Comè de fatt la nostra sura stria 
L'ha avnu a Yerzei la so va educazione 
E la se fada là fiola mia. 

Tal che lassandegh tutt el beli, el bon 
Del nost cceur milanes, l'ha portaa via 
I qualità pu trist de la nazion. 



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263 



Con tutt el so botta, sti Zenevrilt, 

Che '1 par che al mond ghe sì'en doma lor, 
Incoeu che l'era el bon de fass onor, 
U han fada verament da poveritt. 

Sto Scerian che vanta in vós e in scritt 
D'ess el pajes a tucc superior, 
Incoeu che l'era el di de Sant Vittor, 
No metten nanch la cotta i cereghitL 

Credeva che se fass on gran feston 

Appont perchè se tratta d' ou caploeuch, 
E no gh'è nanch insegna de fonzion. 

Credeva da vedè coeuch sora coeuch 
A fa'l past d'Assuer, e in conclusion 
Anch in cà del Curat Tè mort el foeuch. 

Pover mi, pover mi, coss'hoo mai faa 
A componn on sonett de quella sort 
Contra i donn de Milani Sont rovinaa; 
Se ghe doo sott ai ong, per mi sont mort. 

llin già cattiv insci senza fagli ma a, 

Cossa sarann adess che gh'hoo faa on tort: 

Dov' hoo mai de sai varani per carilaa? 

Anch che me ciava in cà me trann giò i port. 

Quand mai hoo faa quìj versi Ghe pensi adess, 
Adess che sont pu in temp de rettrattà 
I veritaa che hoo ditt anch che vorress. 

Ho già sentii che se me ponti callà, 
Voeuren fa lor el boja, lor istess: 
Chi sa che mort rabbiada me fan fa. ? 



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a64 



Carla Alfons PelUscion sò servitor 
Le reveriss cont el maggior rispett, 
£ in l'istess temp le prega a fagh st'onor 
De ricev e de legg sto so sonelt. 

E con quest le ringrazia del favor 

Che la gh'ha faa cont el lassali qui'ett; 
Ma '1 vorrav che dass loeugh sto sò furor, 
Per no vess sottopost ai sò vendett; 

E de quell che gh'han faa discorren pu, 
Savend benissem che 1' è staa el lecchee, 
El Cassan Trapattan cont el Zuzù. 

E se gh' è staa quaj cossa per l'indree, 

Hin staa i gran zoftVeghitt che l'han miss su; 
Per el restant la gasgia de Soree 

L' è tutt amor per lee. 
E se l'ha avuu per maa quij duu sonitt, 
L'è pront a ritratta quell che Y ha ditt 

Tant in vós comò in scritt, 
E cont fagh milla scus le prega infin 
A regordass che F è '1 so car Ciccin. 



Dig 



s65 



V'hoo daa on sonett jer, e su i duu pee 
M'avii rispost ia vers come nìent; 
Gli' aveva già concett del vost talent, 
Adess ch'ho vist i fatt, ghe n'hoo pussee. 

Vu gh'avii tucc i Mus che ve sta adree, 
£ no ve lassen mai n aneli on moment, 
Tal che s'avii de fa on componiment, 
Ve petten lì la rima che cerchee. 

Mi no soo cossa dì, resti de lego: 

A fà di vers ghe vceur oiter che insci, 
Massem s'hin de quij vers on poo d'impegn. 

Ma vu che la savii mej che ne mi, 
Comè de fatt sii pussee guzz d'ingegn, 
In d'on minutt o duu me i buttee lì, 

Ch' hoo fina dovuu dì : 
Che dianzen d'on Pret per fa sonitt 
Che l'è mai quell Curat di Zenevrittl 



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q66 



Sura Marchesa, mi l'hoo semper ditt, 
E '1 diroo semper, che se fuss poetta 
Vorrev senz'olter quella soa cagnetta 
Portalla ai steli a furia de souitt. 

Che la creda che, in gener de tottitt, 
Questa la se po di pu che perfetta; 
Doma a guardagh adoss, subet l'alletta 
A tocula in brasc per fagh mila basitt. 

L'è tant cerosa e amabil con la gent, 
Che cont i soeu grazjinn la se guadagna 
El coeur de tucc, e'I me principalment. 

In somma no gh'è minga la compagna 
Per spiret, per bellezza e per talent, 
L'è tutt quell mai che poo arriva ona cagna. 



FINE 



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I 

INDICE 

DELLE POESIE 



SONETTI 



À vede che la fa <T indiflerent Pag. i36 

Ah ! se savessev, el me Curatin » n5 

Ah! s'el fu ss vera che quell sur Fattor • . • i> 261 

Al cas che la parlass al cont Cajmm n 94 

Alto i mee sci ori, fin che la va insci 38 

Anca sto mobel che noe riva adess » 65 

Anch el sur Marchesin, per soa bontaa » • • n 36 
Anch senza ch'el me faga tane istanz • • • • » 



Anch sta vceulta , Ezzellenza , la m 1 ha daa . » 3 
Anem , yen via con mi a fà'1 beli ingegn » • n 5o 
Appenna hoo vist a comparì H Malgraa ...» a5 



Appenna hoo vist i tecc a vegnì gris • . • • n 1^1 

Appenna se po dì che me desponi • n 75 

Aprii, aprii, fa prest a boria chi » 100 

Avarev mai creduti , car sur Irid •••••••*> 91 

Baldissarin, jutemm per caritaa » 4 

Ben volontera, sur Marches patron n 1^0 

Bisogna che baratta el calzolar » 257 

Boria d'ona montagna in d'ona vali » i\ 

Bravo Carpari ! Hoo vist qui) ses sonett » • • n io3 
Bravo dottor Luzin , seguitee pur '> 79 



Capissi minga, lu che l'è insci ricch • • . . n 1 58 
Car el me sur Dottor, quell 1 impollin . , . . » 129 
Car el me sur Tandoeuggia, compatimm* • • n 72 
Car sur Terrani , el me fa tropp onor * • • • » 262 
Carla Alfons Pelliscion so servitor » a64 



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-v + 

268 

Ci^ el senta s^el voeur riti t el Curaton . Pag. 122 
Che gust quand me sont vist a campar! . . . n 3q 

Che noi se risaia no, sur Avvocatt n 66 

Chi m 1 avess ditt , mi pover disgraziaa .... 99 3 1 
Chi ra 1 ha salvaa dal frecc I 1 è staa '1 Frigee • • n 5 
Chi sì che se sta ben, chi sì Pè on spass • • • • n \t$ 
Come ghe pensi che V ha d' andà via . ...» 1 1 9 

Come medegh condott chi de Soree » 3o 

Comenzi a manda innanz sto me sonett • • • n 4? 

Con reson dovarev essen offes » 262 

Con sti voster minacc, se ve pensee 88 

Con tult ci so bolla, sti zenevritt » 263 

Coss 1 è sto dimm: ciovitt, ciovitt, ciovitt? • n 24 

Credeva ben ch'el me portass amor » 4 1 

Curat , disii anca vu el vosi senti m en t ....»> 29 
De donn gh* è n 1 è de bej , ma come quella n 112 



Disa Giorgia chi vceur, che per mi tant . . » 69 
Doma quand gh 1 è la nev avolta on brazz . » 67 
Donca per ess staa in cà sti duu o trii dì • » 76 
Don eli el n 1 ha minga assee de fass onor . . t> 16 
Donch vorii giugà pu? me fa nient ...... i3s 

Dopo tant temp che vegni innanz indree . • » 7 

Dopo trii mes e passa, fìnalment » • n i33 

Dottor Strambi, jutemm per caritaa » u3 

Dovend i Bon fradej fa el Provincial .... » 117 
£ daj con sti sonitt, semm semper scià . . . » 48 
£ insci s 1 hoo ditt che sii on poo strecc de man » 259 

£ sto birbin, Curat, e sto cavali? » 60 

Ecco chi se no sont desfortunaa » 1 29 

Ecco quij tai danee che v 1 hoo de dà .... » 147 

Ecco sti pich se trceuven la m anera » 55 

Ecco, Zellenza, el so memorial » 124 

Eoi ona quaj donzenna de sonitt » 5o 

El gir è ona bella giovena a Lazzaa » i5 

Eren già i nivol pregn, e tutt on bott • • . » £85 
Ezzellenza, saran du mes e mezz » 1 44 



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*6g 

Femm pas, sura Gioconda, scia femm pas • Pag. 83 

Fin de quand V è staa là con quella sciora • n 77 

Fiocca, Ezzellenza, e fiocca a tutt fiocca. . » i5 

Fraa, che sii fraa, per ess vestii de fraa . . t> 58 

Gli 1 ho 0 daa segher e mej, gh' hoo daa forment » 76 

Gh 1 hoo ona d esgrazi a , se gh'avess de dì . . » \ tfi 

Giacora, guardee che yen on me compaa • • n i53 

Giacom, te preghi, mett la berta in sen . • » 59 

Giura diana bacchi che bcllezzonn n 1 35 

Giusepp Antoni Turch , quell gran dottor . . » 80 

Gomet e diareja hin staa i duu maa » a55 

Guardee che beli vede fa Giovann Gali . • • ft 63 

Hin chi i campana col campannon ben beli *> 53 

Hin chi i so fiasch : ch'el scusa caro la» • • n 21 

Hin chi quij robb che fin de sti yacanz . . . » i3i 

Hoo beli e vist (e quest l'è cinqu in vin) . n i5i 
Hoo creduu semper che sta mia patronna. • » 

Hoo faa mett giò in giardin sta primavera . » 84 

Hoo leggiuu jer on cert componi ment .... » 71 

Hoo mai passaa on ann trist in vita mia . • n 4° 

Hoo ricevuu el tabacch, ben bon che l'è. . n i/}6 



Hoo ricevuu i roichitt e i panaton . » 23 

Hoo ricevuu per mezz del me massee • • • • n 4 

Hoo sentii che l'ha tolt a fass servì ...... 112 

Hoo spedii fìnalment a Scerìan * 9.2 



Hoo vist on dì, come in d'on sogn , la mort » i3o 
Hoo vist, sura Contessa, in st 1 occorrenza . . n 127 
In d'ona noce di pussee scur che sia . • • • » 127 
In man eh d'on ann la mort l'ha faa on deslass » 54 

la si 1 occasi on che chi s'è faa pales » i3q 

Incoeu Pè santa Giulia, ona giornada . ...» io 1 
La m'ha spongiuu, la m' ha tiraa i cavi) . . » 5 

La sarà stada Parca di cagnett 99 29 

La so va tosa, o sia el so folle tt n ' 5i 

L'è brutt el can, l'è brutt el servitor • • • *> 123 

L' è curiosa ben del contin Trott » 101 

• * 



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■ 



270 

L'è ona disgrazia ess in d'on lece maraa Pag. 80 

L'è patt d 1 investii ura, l'ha reson » 122 

L' è pur tropp vera quell che lenti a dì . . » 37 
L'era noce, el pioveva, e m'han uanch ditt . » 128 

L'è sessa nt agn che sont beneGziaa » i3 

L' ha ben reson el sur Cont d'ess malcontent . a 26 
M' è staa ditt che prest prest la loeu mari ...» 1 35 
M' hin staa tant car qui) legn che la ra' ha daa . » 52 
Ma lu, sur Don Tognin, cossa m'hai scritl?. . » 35 
Mandamni a cà mi sol, senza lampion. • • . » 126 
Me fa rid assossenn quell Don Tilt in . . . . " i3J 

Me fan rid assossenn sti Saronatt n 258 

Me n'ha faa voeuna, el Giacom, d'on'azion. . » 109 
Me rincress Dna mai: giust el primm ann. . » 74 
Mi fa la scusa a lee de quell che hoo ditt • » 6 
Mi no foo che quaj rimm a mal a stant . • *> 121 

Mi no me foo stupor nìent affatt. • » 83 

Mi no soo no, quand foo l'orina netta . - . m 6i 

Mi sto benissem chi del sur Sci'oeu » 58 

Mediant i soeu grazi , sur Marches » 123 

Minga per/ fa on regali a on cavalier • . • . » 79 
N 1 hoo mai faa tant sonitt in vita mia • • . • n i38 
N' hoo piasè che te sia vegnuu ci goss • » • • n 68 
No, Meneghin , el sarav restaa là insci • . . n io5 
No no, sur Padcr Golp , che no 'l dubitta . » i45 
No poss che ringraziali del beli favor .... » 81 

No poss de manch, sura Catterinin » 45 

No pu donn, no pu donn per V avegni ...» 1 53 

No vedi l 1 ora de vegnì a Milan , » 1 

Oh come el botta mai sto sur Prevost. ... 9» 1 54 
Oibò, vergogna! in d'ona noce che 1' era. . » laS 
On Cont Don Pepp Viscout el toeu raiee . . » 49 
On gioven come vu, che sa el disegn .... » 8 
On gioven de vint agn, on squittiroeu .... » 256 
On omra de trentasett o trenta tt agn . • • . n 66 
On poetton par vost no'l ven mai pu, . . • i58 



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On sonett in quattr 1 oeucc, on soncttin . Pag. i56 



Ona scatola bella , on beli tablò 5g 

Orsù, Cu rat, l^è vora de fenilla » 261 

Orsù mi v 1 hoo servii , v 1 boo faa M sonett . . » 23 

Pader Vicari Tè chi prest el di » 56 

Pensee nagott, cbe posdoman semm cbì . . » 38 
Per corregg el sonett cbe mMiii mandaa • . t> 64 

Per on sonett faa giò come se sia » 37 

Per ona strascia d'ona mars inetta » 92 

Per quell socchè insci faa cbe m'avii scritt. n 8 

Perchè di vceult Y per ona bizzarria n 1 1 1 

Perchè m'abbien faa'l nomm duu o trii birbott » 257 
Petà de sbalz ona s'ciavina indoss ....... 1 4 o 

Pittor, se mai cercassev on modell n 89 

Po sta cbe sia vegnuda mia sorella » 9 

Pover mi f pover mi, coss^hoo mai faa • • • » 263 
Pover mi, pover mi! Doman mattina . • • . 11 159 

Preghi la sura Livia in caritaa - » 62 

Quand lcgi quel sonett, vegni pur gris . . . » 161 
Quand mai boo maridaa quij do sorell ! • • • n 11 

Quell tal sbirr insci faa de Mari'an » 16 

Quij hin ben poesij ch^el m 1 ha mandaa. • • n 63 
Ringrazi de ver coeur el sur Marches . ...» 167 
Kivi in sto pont, Zellenza, insci pian pian • » 91 

Sabetta Golpa de la ca del Frecc » 19 

Sala ment ? Sont senza legn anmò » 39 

S'avess de mangia appenna de sta in pee. . » i65 
S 1 el voeur cbe vegna a la Congregazion • • . » 12 
Sciora, gbe parli ciar, Vi in d 1 on error . . » 164 

Se fussev bon de famm ave a Soree » 168 

Se in quaj manera no me fass senti ..... » 95 
Se in scarabi che t 1 boo faa servi in birbi n . n io3 

Se la savess, no gh 1 è calaa nient • n 18 

Se Pè vera quell tant che m'han cuntaa • . » 78 
Se Tè vera quell tant che senti a dì • ...» 167 
Se H fusa lontan Turaa doma on mezz mia.» qq 



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# 



272 

Se 1 ! savess, sur Patron , m 1 han faa stremi • Pag. 52 



Se no ghiera Don Carlo de Susaa ....... r>4 

Se sta sciora la bofTa , V ha reson » 99 

Se sti brugn secch no vegnen pu che prest • 22 137 

Se te vo3u collogatt el me fioeu a i\ 

Sentii che vuj retrav insci de gross n 1 63 

Si che quaj vocult hoo strapazzaa el mestee • ìi 162 

Si, vegnarev a Scerìan a disnà n 62 

Sìa ringraziaa 1 ! ciel , che finalmente 259 



Sicché, Ciccina, emm de spazza de chi • • • n 1 34 
Sicché, Ezzellenza, el voeur famm dà on cavali ? n 82 
Sicché hoo sentii che adess V ha faa de bon 22 34 

Sicché Poltrer l'hii fada andà de do . ... 22 33 

Sicché , per quell che cunten , sur Marches • » io£ 

Sicché , quanoV el eh 9 ha de feni H pendizi • . m 47 

Sicché, quand'el, popò, ch^cl voeur desraett . si i5q 

Sicché, sura Cecchina, lunedi •«•21 3> 

Siel ben benedclt sur Don Tognin n 34 

Sicl femena, raas^c, ermafodritt • • » 49 

Sont chi a pagaci me debet fiualment • . . . 22 a£ 

Sont chi, Lustrissem scior, in di so man • • *» l55 

Sont chi mi pover pret mézz mort in pee • 22 64 

Sont chi, sur Cori, ma però chi dabass • » n lo8 

Sont chi, sura Contessa, in genuggion • . • • 22 3a 

Soo che fan brutt vede sti mé gambett • • . 21 70 

Sti benedelt varami, car sur Papà 22 57 

Sto beli mas'eiott , sto noster patrooscin . • • n 256 

Sto sur Eun Enn, per quant poss arguì. • . * g3 

Sur Don Carlin, ghe vorrev fa on progett . 22 Si 

Sur dottor Strambi , soo che V é on brav omm 22 160 



Sur majester Cattani, mè patron ....... 22 ia5 

Sur Marchesin , resti mortifìcaa » 17 

Sur Prevost, mé patron, ghe torni a di . • n 254 

Sura Cecchina che la vegna pur . n a- 

Sura Contessa cara, che la scusa. ...... o LaS 

Sura Contessa cara, me despias > » 8^ 



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273 

Sura Costanza sont de lee anca mo . . . Pag. 1 3? 
Sura Marchesa, mi Phoo semper ditt • »..»» 266 

Sura Marchesa, se la me permett . n /j3 

Sura Marchesa sont in di sò man 2Ì5 

Tacchi i me legn, magara tucc trii a on boi t . n 166 

Tandoeuggia, dove sei? lasset vedè » j3 

Tant fracass, tant maneg, tant fa, tant di » a 57 
Tant hoo faa coi me vers, e tant hoo ditt • 22 1 38 

Tasen mai, tasen mai sii zoffreghitt » 260 

Te ne faa vuna , e Phoo savuda anch quella • • » 102 
Ubai d, hii pari a sbatt, che V è tutt'una. . 12 88 

Ubald, o che sii pret, o che no sii » 86 

Vedcl , Zellenza, se quell tal sonett 12 4$ 

Vegliare v a trovalla a Scenari » i£ 

Vegni con sto sonett , Cocchina bella . • • . w 20 
Versari che no gh'ha ne eoo ne pee ••••*> 46 
Viva Sant Carlo, che Pè incceu el so dì • . & 5i 
Viva Sant Carlo, che Pè incceu M sò dì. • • 12 253 
V^hoo daa on sonett jer, e su i duu pee. . » 265 
Voeurrel mo cred che se 1 ! fuss minga vera • 22 3o_ 
Vorrev diw on sochè, Curatin beli ..... » tao 
Vuj che on pittor el ciappa in man el pennell . » 65 

STANZE 

Ezzellentissim scior, sont chi ancamò • • • • a 193 
Ezzellentissim scior, sur Cont (ìajmm . . • . 12 169 
Quell Carla Isepp Lcgnan, che ses agn fa. • » 189 
Sicché donch el sostenta el sur Dottor • • • t» 206 
Sur Cont patron, Pè chi, Pè chi, Ezzellenza • 12 i83 

SESTINE 

Alto fioj , adoss che già P è on sciti tt . • . . n 238 
Per quatter strasc de vera pien de \taccon . 22 229 
Ubald , sta voeulta ringraziee 1 Signo r . • • . n 214 



274 



QUARTINE 
El voeur meltero, Zcllenza, in d'on impego . Pag. i'^i 

Versione dello Stabat Mateb » $49 



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ERRATA 

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CORRIGE 

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